Asino e me ne vanto! Una replica doverosa a Giuseppe Gangemi
Il professore dell’Università di Padova prestato al neoborbonismo mi ha gratificato di una polemica recente bella greve: a suo giudizio sarei cocciuto come un somarello… Ringraziarlo mi pare proprio il minimo
Avrei voluto scrivere ben altro per anticipare i nuovi lanci de L’IndYgesto. Ma il destino e Giuseppe Gangemi hanno voluto altrimenti.
Il destino, assai testardo, riguarda il dossier più ricco di questo magazine: quello con cui io e alcuni amici eccezionali (doveroso menzionare Marco Vigna) abbiamo smantellato punto per punto la narrazione neoborbonica.
Questo dossier ha funzionato sin troppo, visto che ancora oggi e ad anni di distanza dal suo periodo clou – lo abbiamo messo assieme tra il 2016 e il 2023 – ci procura non poche polemiche.
Stavolta, il destino ha preso le fattezze di Giuseppe Gangemi nativo della provincia di Reggo Calabria e professore emerito di Metodologie e Tecniche della Ricerca presso l’Università di Padova.
Gangemi, inoltre, è il fratello maggiore e meno famoso di Mimmo Gangemi, uno degli scrittori calabresi contemporanei di maggior successo, ed è tuttora legato ad ambienti e tematiche neoborbonici.

Lo scorso 22 agosto il prof ha lanciato i suoi strali polemici contro di me attraverso un articolo pubblicato sul portale Alta Terra di Lavoro e intitolato, con poca fantasia, “Una polemica sollevata da Saverio Paletta”.
In questo scritto, Gangemi riprende “Caso Lombroso-Giuseppe Gangemi, lo spin doctor della crociata neoborb”, un mio articolo di giugno 2021, che fa parte di un dossierino di cinque pezzi che avevo dedicato all’ennesimo – e finora ultimo – tentativo del Movimento neoborbonico e del Comitato tecnico-scientifico “no Lombroso” di far chiudere il Museo Lombroso di Torino.
Nell’articolo polemizzavo con un altro scritto di Gangemi (“Dai meridionali cannibali alle altre bugie: il Museo Lombroso è razzista, vi spiego perché”), apparso, sempre nel 2021, sulla testata online calabrese LaC.
Per inciso: questo giornale era allora diretto da Pino Aprile e perciò aveva dato ampio risalto alla “crociata” antilombrosiana, gestita da un parlamentare preso a casaccio, Saverio De Bonis, transitato dai 5Stelle a Forza Italia. Fin qui il contesto.
Veniamo alle critiche, piuttosto pesantucce nel linguaggio, di cui mi gratifica Gangemi. Secondo ’u Prifissuri la mia affermazione secondo cui l’allestimento del Museo Lombroso era ancora “in progress” sarebbe infondata.

Sarà. Ma non me l’ero mica inventata: Silvano Montaldo, professore di Storia del Risorgimento dell’Università di Torino e direttore scientifico del Museo Lombroso, mi aveva dichiarato in un’intervista del 2017 che era davvero difficilissimo classificare e catalogare tutti i reperti del Museo, data la sciatteria con cui lo stesso Lombroso li aveva collezionati. Da ciò derivavano due cose: il lavoro continuo di allestimento e l’impossibilità di affermare che la maggior parte dei resti umani fosse appartenuta a meridionali. Anzi: è probabile l’opposto.
Non si tratta di smentire me, caru Prufessure, ma chi questo Museo lo cura da circa sedici anni.
Altro passaggio, altra critica: Gangemi mi “accusa” di non aver letto i capitoli del suo “Stato carnefice o uomo delinquente? La falsa scienza di Cesare Lombroso” (Magenes, Milano 2019) dedicati agli aspetti giuridici del pensiero lombrosiano.
Vussuria ha ragione, ma mi permetta: io volevo polemizzare con il suo articolo per LaC, che era legato al dibattito contingente e non col suo libro. Comunque, prometto a Vussia che appena avrò il tempo rimedierò, ingoierò il mattoncino e, magari, lo comparerò alle ricerche di Mary Gibson e Maria Teresa Milicia, su cui mi sono basato. Troppa cavalleria verso il genere femminile? Forse. Ma di sicuro nel mio “gusto” ha un peso anche la qualità di scrittura, oltre che il maggior rigore dei ragionamenti e il conseguente minor livore.
Stesse questioni di gusto, chiedo scusa a Vussuria, per il fatto che io e gli altri de L’IndYgesto preferiamo Alessandro Barbero: vuol paragonare – anzi, volete: siamo tra calabresi – caro Prifissure, lo stile avvincente del prof torinese con le vostre pesantezze?

Poi, mi permetto sommessamente di ricordarVi che io e Marco Vigna, il collaboratore che avete messo arbitrariamente nel tritacarne, prima che giornalisti e storici, siamo lettori: quindi abbiamo il diritto di preferire ciò che ci pare. Non so Marco, ma io considero lo stile come primo – spesso principale e talvolta unico – criterio di selezione. Non me ne volete, Prufessù se partite svantaggiato sotto quest’aspetto.
Invece, a proposito di diritto mi permetto superipersommessamente di ricordare a Vussuria che il diritto non è solo Giuseppe Zanardelli, che secondo Voi avrebbe abolito la pena di morte quasi per far dispetto a Lombroso. Il diritto non è solo consulenza legale (caso Francesco Middea) o velleità legislativa, ma soprattutto dottrina. E, a proposito di accademici degni della definizione, mi permetto, caro Prifissuri, di segnalarVi la bellissima voce della Treccani dedicata al giurista cosentino Bernardino Alimena e redatta dal compianto Roberto Abbondanza.
Alimena contestò punto per punto la teoria positiva e forse ne ostacolò la recezione legale. Ribadisco: il diritto è prima dottrina, egregio Prof, poi legislazione.
Sapete, per colpa del digitale non sono tramontati solo i media tradizionali ma agonizzano pure parecchie cattedre. E un accademico può pesare come uno scribacchino tipo me: la bravura può non dipendere dai titoli ma da quel che dimostriamo tutti i giorni.
Quindi, scusatemi se metto qualche puntino sulle “i”.
Avete definito L’IndYgesto un sito e me l’ideatore. Il che è vero. Ma per completezza sarebbe doveroso aggiungere che L’IndYgesto è un giornale online regolarmente registrato.
E, a proposito della mia modesta persona, oso umilmente aggiungere di possedere una vituperata laurea vecchio ordinamento in Giurisprudenza e il titolo di giornalista professionista sudato dopo lunga gavetta. Ma va bene così: non tengo tantissimo ai titoli.

Inoltre, vorrei ribadire qualcosa sull’incipit del Vs pezzo, che cito testualmente: «Le mie critiche al Museo Lombroso trovano buona accoglienza presso alcuni neomeridionalisti».
Volete spiegare a me e ai miei lettori cosa intendete per neomeridionalisti? Io avrei in mente due nomi: Emanuele Felice e il compianto Vittorio Daniele.
Se voi intendete invece Gennaro De Crescenzo, Pino Aprile e Domenico Iannantuoni detto l’Ing., siamo fuori strada: questi stanno al meridionalismo e al revisionismo storico come i neomelodici alla canzone napoletana.
Certo, sono simpatici, ma l’informazione e la ricerca sono altre cose.
Magari è roba più antipatica di certi sogni bagnati del terronismo, ma esiste e un accademico come Voi deve tenerne conto. O no?
Insomma: per Vussuria il Museo Lombroso è la continuazione simbolica del presunto razzismo lombrosiano, per la mia modesta persona no. E, da questo punto di vista sono in ottima compagnia: quella di Luca Addante, docente di Storia Moderna all’Università di Torino e calabrese cumu nuavutri. E, tra le varie, autore di una bella ricerca sul cannibalismo che secondo Vussia non sarebbe mai esistito.
Visto che ci siamo, Prifissù, toglietemi una curiosità: come mai ci avete messo quattro anni per accorgervi di un articolo? Certo, Mimmo Gangemi, il vostro fratello pop, vi ha battuto: l’anno scorso ha polemizzato con un mio articolo uscito nel 2017! Questa intempestività sembra un vizio di famiglia.
Non posso chiudere senza rispondere al passaggio del Vs articolo in cui dite che tentare di dialogare con me è come lavare la testa all’asino. Il paragone in parte è sbagliato: ho la testa più dura. Per il resto, invece, lo considero un complimento.
Saverio Paletta
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