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The Painful Truth: il rientro in pista degli Skunk Anansie

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Dieci brani nuovi di zecca dopo nove anni di silenzio discografico. Una prova di gran mestiere della band britannica che dimostra di avere ancora molto da dire

Merito (forse) anche di qualche spot ben piazzato e di un buon lavoro degli uffici stampa, The Painful Truth (Flg 2025), il settimo album in studio degli Skunk Anansie, ha avuto un’ottima accoglienza, nel mainstream e sulla stampa specializzata.

Al netto di ogni considerazione politica ed esistenzial-sessuale (che potrebbero ricevere persino troppi stimoli dal duplice ruolo rivestito da Skin di eroina neofemminista e di icona queer), è doveroso ribadire che i giudizi positivi, ricevuti dall’album e dalla band, sono meritati.

Già: gli alti e bassi e le forti discontinuità capitano, e il quartetto britannico li ha sperimentati, ma lo spessore e la creatività non si improvvisano.

Anzi, complice l’efficace produzione del polistrumentista Dave Sitek (attualmente in forza ai Tv On The Radio e con alle spalle una lunga militanza nella scena indie statunitense), The Painful Truth risulta compatto, gradevole e non privo di quegli spunti originali e di quei picchi emotivi che hanno reso gli Skunk Anansie una realtà degna di nota.

Certo, alcune affermazioni di Skin, secondo cui la band non produceva da tempo un grande album sono in parte ingenerose e in parte ispirate a esigenze di marketing (l’ultimo arrivato è sempre il più bello, no?).

La copertina di The Painful Truth

Con più realismo, invece, si può dire che quest’ultimo album è un ottimo prodotto che fa la sua bella figura in una discografia varia e curata, che ha dato alla band il successo che merita.

A dispetto anche della precedente crisi creativa (nove anni di vuoto discografico dal precedente Anarchytecture) e dei problemi di salute (i tumori diagnosticati al bassista Cass Lewis e al batterista Mark Richardson) gli Skunk Anansie sono riusciti a mettere a fuoco una serie di idee vincenti durante un lungo ritiro nel Devonshire.

E i risultati si sentono in tutte le dieci canzoni di The Painful Truth, che sono anche il frutto di una ricerca sonora non proprio irrilevante: la chitarra di Ace molla un po’ le sonorità dure dei primi vent’anni della band e si indirizza verso lidi particolari, a cavallo tra la new wave, l’art rock e il reggae. Anche Skin mette a tratti da parte la potenza vocale (anche se i suoi superfalsetti si fanno apprezzare ancora, a dispetto dell’età) e privilegia atmosfere più sofisticate.

C’è di che deliziarsi, insomma. Ma, diciamolo subito: senza pretendere troppo.

Skin in azione (foto di Monica Ferrari)

Le dieci nuove artigliate degli Skunk Anansie

Per iniziare, nulla di meglio di un esorcismo contro gli anni che passano. Infatti, An Artist Is An Artist, recita Skin in maniera ossessiva nell’open track e singolo apripista.

L’età non deve spaventare, ammonisce.

E lo fa su un arrangiamento new wave, che ovviamente strizza l’occhio agli anni ’80, sebbene con sonorità il più possibile attualizzate.

L’elettronica spadroneggia invece in This Is Not Your Life, che si regge sul basso pulsante di Lewis e sui ricami dei synth, su cui la frontgirl gorgheggia con la passione di sempre. Anche in questo caso i riferimenti agli anni ’80 abbondano, ma sono stemperati in un contesto contemporaneamente più cinematico e da club notturno.

I tappeti dei sintetizzatori ricamano armonie soffici e avvolgenti in Shame, il secondo singolo, che si snoda sulle linee ipnotiche del basso, su cui subentra pian piano la chitarra con sonorità pulite, forti ma mai invadenti. Dare il pathos, ovviamente, spetta a Skin che regala agli ascoltatori una performance in crescendo piena di ammiccamenti soul.

Nella seguente Lost And Found, terzo singolo estratto dall’album, anch’essa caratterizzata da un bel crescendo, sembra invece di cogliere una bella citazione dei Muse di inizio millennio (per capirci, quelli di Absolution): l’attacco, giocato sugli accordi di un pianoforte vagamente honky tonk, risulta leggero e minimale. La voce di Skin vi volteggia letteralmente sopra, fino ad arrivare al fortissimo gestito dal synth, che si stempera in un coro pop. Certo, Mattew Bellamy questo refrain l’avrebbe urlato, la Nostra lo miagola.

Gli Skunk Anansie in azione sul palco

Ma l’occasione a Skin di ritornare tigre non manca: la coglie nella ritmata e aggressiva Cheers, il quarto singolo, che cita nel riff più tosto e nel giro di basso pulsante un po’ di sano punk giovanilistico senza rinunciare a melodie ariose.

La seguente Shoulda Been You vira sul reggae rock. Il riferimento ai Police in parte è d’obbligo. Per il resto, graziose le decorazioni dub del refrain e piacevole senza strafare il crescendo del bridge e del coro, in cui la chitarra di Ace si appesantisce quel che basta per ricordarci che gli Skunk Anansie fanno comunque musica rock.

Ritmi spezzati, suoni ruvidi e grande melodia in Animal, in cui la frontgirl anglo-giamaicana dà di nuovo fondo alle sue non indifferenti capacità vocali.

Fell In Love With A Girl è un pop rock suggestivo che non sfigurerebbe nella produzione anni ’90 della band.

La lezione degli anni ’90 ritorna anche nei synth pomposi e nelle distorsioni borderline della chitarra di My Greatest Moment, che creano un contrasto garbato alla melodia sognante del refrain.

Chiude l’album la dolcissima Meltdown, una ballad studiata su misura delle corde vocali di Skin: atmosfere delicate esaltate dai tappeti di synth e dal pianoforte, che oscilla tra accordi e arpeggi.

Skin in concerto (foto di Sara Cauli)

Skunk Anansie: sarà vera gloria?

Il problema degli Skunk Anansie è uno: intimidiscono i critici. Forse, a insaputa di molti (e, beninteso, a dispetto della volontà della stessa band) lo fanno da anni.

Lo si è visto anche in occasione di The Painful Truth: non troppi gli articoli, poche le recensioni, nessuna lettura in profondità di quest’album, che avrebbe meritato comunque analisi e valutazioni più articolate.

No: gli Skunk Anansie, considerati geni o rivoluzionari (o entrambi), hanno dato un contributo meno eclatante di quel che pretendono i loro fan ma comunque serissimo alla scena rock degli anni ’90: hanno recuperato gli stilemi e, a volte, molti suoni del metal e li hanno innestati nel mainstream pop. E non è stato davvero pochissimo, dato che molto di quel che si è prodotto a fine millennio è derivativo.

Il quartetto britannico ha soddisfatto con grande creatività la voglia di rock serio dei superstiti degli anni ’80 e dei ragazzi di fine millennio. Lo ha fatto con garbo e passione. E classe.

Certo, il tempo passa e non tutto il tempo che passa si traduce in maturità.

E l’eterna giovinezza non esiste neanche nel rock, che ormai è la musica dei ragazzi di ieri, che hanno tagliato i capelli e sono diventati i boomer di oggi.

Invecchiano le tematiche e invecchiano le battaglie. E non fanno eccezione certe prese di posizione queer e neofemministe ribadite da Skin: sembrano le classiche pose da rockstar ricca, che può senz’altro permettersi uno stile di vita non convenzionale.

Ancora Skin (foto di Giulia Troncon)

Ma per fortuna, c’è la musica, che, nel caso della pantera britannica e della sua band, non è poca cosa. Altri, in quei tostissimi anni ’90, sono stati più creativi (si pensi ai Rage Against The Machine) e trasgressivi. Ma ciò non toglie che gli Skunk Anansie abbiano avuto il merito di cavalcare il mainstream senza farsene travolgere.

Sbaglia (e sbaglia anche Skin quando afferma queste cose) chi guarda agli anni ’90 della band come a un’epoca di capolavori irripetibili e di picco creativo e gli ultimi decenni come di stagnazione.

In realtà, la band londinese ha sempre mantenuto un buon livello artistico, grazie a produzioni curatissime.

The Painful Truth non fa eccezione. L’originalità e l’inventiva a tutti i costi cerchiamole altrove. Così come altrove dobbiamo cercare i virtuosismi.

Ma gli Skunk Anansie hanno ancora molto da dire e da dare: approfittiamone.

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale degli Skunk Anansie

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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