Love: le nuove suite celestiali dei The Flower Kings
Virtuosismo, melodia e grandi atmosfere sublimi nell’ultimo album dei padrini del progressive rock scandinavo. Rivive con loro per l’ennesima, piacevole volta la lezione di Genesis, Yes e Camel. Più le solite strizzatine d’occhio alla fusion del migliore Chick Corea
A livello contenutistico non ci sono grosse novità: Love (Inside Out 2025), il diciassettesimo album in studio degli svedesi The Flower Kings, rilancia le solite tematiche Flower Power care al frontman-chitarrista Roine Stolt: amore (universale e non), ottimismo per il futuro ecc.
Stesso discorso a livello musicale: i dodici brani dell’album non aggiungono molto al prog robusto, brillante e melodico – in una parola romantico – venato qui e lì di fusion che da oltre trent’anni è il marchio di fabbrica della band svedese.
La formazione è stabilizzata dal 2021 in seguito al rientro del bassista Michael Stolt, che affianca il fratello maggiore Roine e l’altro membro fondatore, il cantante chitarrista Hasse Froberg. Assieme ai tre, che sono il nucleo storico dei The Flower Kings, danno un’ottima prova il tastierista Lalle Larson, protagonista della scena prog nordeuropea, e il batterista italiano Mirko DeMaio, entrambi nella scuderia di Stolt dal 2019.

Con questi numeri è impossibile sbagliare e occorre essere più che bravi per riproporre in maniera convincente la lezione dei padri degli anni ’70.
Ancora una volta, la band non delude. Anzi, offre al pubblico il meglio di quel che a suo tempo hanno elaborato giganti come Genesis, Yes e Camel. Il tutto rimodernato con garbo grazie alla produzione efficace del leader, che si rivela convincente anche dietro la consolle.
Le dodici gemme di Love
L’omaggio ai mitici ’70 è palese sin dall’open track We Claim The Moon, che si regge su un bell’up tempo della sezione ritmica e sui riff tosti delle chitarre che duellano con l’hammond e il mellotron di Larson. Efficace anche il canto a due voci di Stolt e Froberg.
Con i dieci minuti di The Elder si entra nel vivo della lezione settantiana: melodie e romanticismo a gogò, parti strumentali efficaci e refrain arioso. I Genesis fanno capolino dappertutto ma i garbati riferimenti a certa fusion (Return To Forever su tutti) nella seconda parte del brano contribuiscono a dare una ruvida originalità al sound degli scandinavi.
Bello il ricamo di basso che arricchisce il pianoforte e gli arpeggi di chitarra che introducono la dolcissima How Can You Leave Us Now!?, una ballad sognante dal refrain struggente e a tratti epico. Il riferimento, in questo caso, va agli Yes, ma per fortuna senza riprenderne la pomposità.
World Spinning è un breve intermezzo strumentale a cavallo tra prog e jazz rock, tutto giocato su arpeggi elettronici e su ricami di mellotron e moog dal sapore retrò.
Con l’epica e garbatamente sperimentale Burning Both Edges si torna a lidi più romantici. Il riferimento ai Camel (ma anche e di nuovo ai Genesis) è quasi obbligato. Notevole la parte strumentale interpretata da chitarre un po’ orientaleggianti.
Le sonorità si fanno più notturne e jazzy nell’elegante The Rubble, che si basa sugli incastri leggeri tra chitarre e tastiere.

La strumentale Kaiser Razor vira con grande decisione verso la fusion più dinamica e spettacolare. Una prova di bravura che sembra firmata dallo Chick Corea degli anni d’oro.
Le atmosfere acustiche e le melodie struggenti di The Phoenix riportano Love a canoni più romantici e genuinamente settantiani.
Stessa direzione sonora ma con un’inclinazione più pop per The Promise. Ma è un pop alla The Flower Kings: pieno di suggestioni orchestrali ed effetti cinematici.
Con Love Is il sound si fa decisamente più sofisticato: la lezione dei Genesis si lega a suggestioni fusion e a parti bandistiche. Il tutto legato da un refrain arioso.
Immaginifica ed epica, Walls Of Shame è un altro tuffo garbato nel prog più puro.
Chiude Considerations, una suite carica di riferimenti agli Yes più magniloquenti, grazie anche alla potentissima coda finale delle tastiere.

Romantici con (il solito) brio
Inutile fare paragoni o cercare novità a tutti i costi: Love è un tipico album di progressive melodico, che oscilla tra atmosfere sofisticate e suggestioni ai limiti del pop.
È un esempio di rock romantico, a tratti epico e pomposo e a tratti intimista ma mai stucchevole e sdolcinato.
Soprattutto, Love è un omaggio alla grande tradizione degli anni ’70, ripresa con garbo e ammodernata quel che basta nei suoni e negli arrangiamenti.
Inutile cercare originalità a tutti i costi: The Flower Kings sono perfetti nel loro ruolo di classici contemporanei, che condividono con pochi altri (ad esempio i mai troppo lodati Big Big Train). Da ascoltare più volte con attenzione e dedizione: di certe atmosfere non si può proprio fare a meno.
Per saperne di più:
Il sito web ufficiale di Roine Stolt
Da ascoltare (e da vedere):
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