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Lombroso: un pioniere incompreso del meridionalismo

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Il papà dell’antropologia criminale anticipò di decenni gli elementi chiave della questione meridionale in seguito a un’esperienza breve e intensa come medico militare nel Sud della Calabria

È un pamphlet dal titolo secco ed evocativo: In Calabria, scritto da Cesare Lombroso nel 1897. Il libretto è stato riedito nel 2009 da Rubbettino e riproposto, in ristampa anastatica (cioè tal quale all’originale ottocentesco) da Local Genius nel 2022.

Come mai ancora tanto interesse per uno studioso superato, che, al massimo, può sollevare qualche curiosità come esempio di antropologia d’antan e poco nulla più?

Soprattutto, come mai tanto interesse per Lombroso in Calabria e da parte di editori calabresi?

Cesare Lombroso alla sua scrivania

Il precursore del meridionalismo

La risposta non è banale: In Calabria è l’edizione in libro del diario tenuto da Lombroso nel 1862, quando per alcuni mesi il papà dell’antropologia criminale visitò il Reggino.

Il Lombroso dell’epoca è un medico di 28 anni specializzato in igiene e aggregato al Regio Esercito durante i primi anni di occupazione dell’ex Regno delle Due Sicilie. È inoltre un laico di orientamento socialista con una spiccata sensibilità sociale.

Prima di arrivare nel profondo Sud, il giovane studioso si era occupato della pellagra, che tormentava i contadini del Nord. Anche nel Reggino il Nostro si sofferma tantissimo sulle condizioni della popolazione. Con un risultato: anticipa di almeno dieci anni la questione meridionale.

Questione di date

Un problema dei meridionali è non saper dare un nome ai propri guai.

Infatti, l’espressione Questione Meridionale è stata coniata da Antonio Billia, giornalista e deputato lombardo, nel 1873.

Invece, il rapporto con cui Sidney Sonnino e Leopoldo Franchetti inaugurano il filone classico del meridionalismo risale al 1876.

Lombroso, che pubblica una prima versione dei suoi diari nel 1863 come reportage per Rivista Contemporanea, li precede di un bel po’: denuncia la pessima situazione degli strati popolari del Sud, l’abbandono dei territori e gli abusi delle classi dominanti.

Niente più e niente meno di quel che avrebbe fatto Gaetano Salvemini più di cinquant’anni dopo.

A sinistra nella foto, Sidney Sonnino

L’indice puntato

Il Lombroso del 1862 ancora non si occupa di criminali. Né coltiva pregiudizi contro i meridionali.

Ma c’è da dire che neppure il Lombroso di dopo li avrebbe coltivati.

Allora, di cosa parla il celebre scienziato veronese nel suo pamphlet?

In pratica, denuncia l’arretratezza delle popolazioni, la forte disparità nella distribuzione delle ricchezze, la miseria e l’ignoranza diffusa. In pratica, dice e scrive tutto ciò che può scrivere un intellettuale progressista dell’epoca. Ma lo fa prima degli altri.

Ma non c’è solo denuncia, in Lombroso: una buona fetta del diario è dedicata all’elogio della creatività dei calabresi e delle loro culture particolari, in particolare quella grecanica e quella albanese.

Ufficiali del Terzo reggimento di Modena di stanza in Calabria

Lombroso razzista?

E pazienza se, qui e lì, ci scappa qualche espressione oggi politicamente scorretta (la vecchia contrapposizione, per capirci, tra africani, ariani e semiti): era la cultura dell’epoca, diffusa tra tutti gli antropologi.

Ma una cosa è sicura: Lombroso (che tra l’altro era di origine ebrea) non è un razzista né, tantomeno, ha tentato di fornire basi scientifiche al pregiudizio antimeridionale.

Questo esisteva già. E, per quel che riguarda il razzismo scientifico, bisogna cercare altrove.

L’equivoco su Lombroso

Come ha chiarito l’antropologa Maria Teresa Milicia nel suo Lombroso e il brigante (Roma, Salerno 2014), il papà del razzismo antimeridionale con pretese scientifiche è il siciliano Alfredo Niceforo che, suggestionato dalla teoria lombrosiana, ne tenta una lettura in chiave razziale.

Per Lombroso gli uomini possono essere delinquenti per nascita, a prescindere dall’etnia di appartenenza. Niceforo va oltre: secondo lui ci sono popoli geneticamente delinquenti: gli italiani del Sud e i sardi, per esempio.

La statua di Cesare Lombroso a Torino

Un cranio calabrese

È noto che Lombroso elaborò la propria teoria dopo aver esaminato il cranio di un pastore calabrese: Giuseppe Villella, morto di malattia nel carcere di Pavia, dov’era recluso in seguito a una denuncia per furto.

Ma (e lo ha confermato in un’intervista anche un discendente di Villella), dalla calabresità dello sfortunato pastore non si può derivare in alcun modo l’equazione meridionale uguale ladro o assassino.

Villella, in altre parole, poteva essere anche nordamericano, slavo o cinese: la spia della tendenza a delinquere, secondo Lombroso, era una piccola malformazione cranica (la fossetta occipitale mediana), non la razza.

La teoria di Lombroso e la Calabria

L’uomo delinquente, uscito in più edizioni e ristampato nel 2013 da Bompiani, è l’opera più importante e più indigeribile di Lombroso: un mattone di 2.138 pagine, che diventano 4mila e rotte nell’edizione digitale.

Il classico libro più citato che letto.

Eppure, a scavarvi un po’ dentro, ci si accorge che la Calabria non è in cima alle preoccupazioni criminologiche dello scienziato.

Al contrario: la parola Calabria appare solo 27 volte e mai per inchiodare il territorio a pregiudizi.

Prostitute, assassini e sporcaccioni

Nelle pagine de L’uomo delinquente, c’è, ad esempio, la comparazione tra le caratteristiche anatomiche di una prostituta di Reggio Calabria con quelle di una collega di Milano (che risultano simili).

Oppure si scopre che il numero di infanticidi commessi in Calabria è uguale a quello del Piemonte.

Ancora: a proposito di omicidi, si scopre che i calabresi accoltellano di più e i piemontesi preferiscono l’avvelenamento. Poi c’è un dato curioso: Cosenza, secondo le ricerche di Lombroso, era in cima alla lista per i comportamenti illeciti a sfondo sessuale, ivi inclusa la prostituzione.

In tutto questo, il pregiudizio antimeridionale dov’è?

Il cranio di Giuseppe Villella

Un allievo imbarazzante

Lombroso ripubblica nel 1897 il suo diario militare giovanile con l’aiuto di Giuseppe Pelaggi, un medico calabrese, per la precisione di Strongoli.

Il perché di questa tardiva operazione editoriale è semplice: Lombroso, preso di mira dai meridionalisti, deve un po’ sbarazzarsi dell’ingombrante paragone con Niceforo, che a fine Ottocento impazza col suo La delinquenza in Sardegna.

Ed ecco che il professore di Torino riscopre il suo passato di meridionalista, tra l’altro mai rinnegato né sconfessato dalla sua produzione matura.

Il pregiudizio antilombrosiano

Semmai, il pregiudizio vero resta quello contro Lombroso, riesploso all’inizio del decennio scorso, in seguito all’apertura di un Museo a lui dedicato presso l’Università di Torino.

Un primo piano di Cesare Lombroso

Sull’argomento è tornato di recente Dino Messina. La firma storica del Corriere ripercorre, nel suo La storia cancellata degli italiani (Solferino, Milano 2022) la vicenda un po’ comica di alcuni gruppi di revisionisti antirisorgimentali che hanno tentato di far chiudere il Museo.

Ma tant’è: ognuno ha la sua cancel culture. Chi ha subito il colonialismo prende di mira la cultura occidentale. Chi, invece, è stato vittima della propria arretratezza, parla a vanvera. A ciascuno il suo, insomma.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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