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Golpe Borghese: un piccolo putsch per un principe in declino

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Il tentato colpo di Stato dell’Immacolata continua a dividere l’opinione pubblica. Ancora oggi c’è chi grida all’allarme per la democrazia a rischio e chi, viceversa, minimizza. E non manca chi, ancora, coltiva il mito dell’ex capo della X Mas

Sporco fascista, golpista, pericolo per la democrazia. Questa è ancora la memoria maggioritaria di tanto mainstream sul principe Junio Valerio Borghese.

Una nicchia molto consistente di opinione pubblica, invece, ammira il coraggio, la guasconeria e, persino la coerenza di Borghese, coinvolto in giochi di potere pericolosi e spericolati per amor di patria o in seguito a richieste impossibili da rifiutare.

Ma questa divisione, scontata in un dibattito storico tuttora divisivo tra ammiratori e detrattori, non aiuta a rispondere a una domanda: perché il principe si è messo alla testa di un golpe che forse lui stesso per primo reputa impossibile?

Il principe Junio Valerio Borghese in una foto degli anni ’40

Antefatto: le bombe e le stragi

Il tentato golpe dell’Immacolata, avvenuto appunto nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, per alcuni è il primo tentativo di capitalizzare le tensioni sociali che scuotono l’Italia all’inizio di quel decennio denso e terribile.

Il suo antefatto più importante è la strage di piazza Fontana, avvenuta poco meno di un anno prima (12 dicembre 1969). Questa strage è preceduta e accompagnata da attentati dinamitardi, con e senza vittime, ed è seguita da altri atti eclatanti.

In particolare, dalla strage di Peteano, l’unica strage fascista rivolta contro carabinieri e militari, e dalla strage di piazza della Loggia (29 maggio 1974), dopo la quale lo stragismo di destra inizia a declinare.

A questo punto, è lecita un’altra domanda: perché un golpe così piccolo, tentato con mezzi palesemente insufficienti, di fronte a stragi così crudeli?

Militi della X Mas

Borghese e la sua X Mas: eroi o criminali?

Memento audere semper: questo motto, nato prima del fascismo e prima che Borghese entrasse nel vivo della sua carriera militare, costa un brutto incidente a Enrico Montesano, espulso nel 2022 dallo spettacolo Rai Ballando con le stelle perché indossa una shirt con lo slogan della Decima

I guardiani della memoria, anziché storicizzare hanno preferito esasperare gli animi. Tant’è: la leggenda nera della X Mas resiste oltremisura, rafforzata dalla memoria dei feroci rastrellamenti e delle esecuzioni sommarie nel periodo di Salò.

Questa leggenda impedisce la storicizzazione del principe nero, passato da eroe di guerra a criminale in men che non si dica. E dunque: criminale il Borghese fascista, che fucila partigiani a raffica. Criminali anche l’Oss (Office of Strategic Services, l’antenato della Cia) e il suo esponente di spicco in Italia, James Jesus Angleton, che salvano Borghese. Criminali, infine, quei settori deviati dei Servizi, civili e militari, che proteggono il principe e ne sponsorizzano il tentativo di golpe.

Possibile che sia tutto un crimine?

James Jesus Angleton, funzionario di spicco dell’Oss in Italia

Tora Tora: Borghese e Pansa

La recentissima ristampa di Borghese mi ha detto (Rizzoli, Milano 2022), un vecchio libro intervista di Giampaolo Pansa, consente di aprire uno spiraglio sul golpe.

Il giornalista piemontese intervista il principe il 4 dicembre 1970, cioè quattro giorni prima del tentato colpo di Stato. L’intervista esce su La Stampa il 9 dicembre, cioè ventiquattro ore dopo l’operazione Tora Tora (questo il nome in codice del tentato golpe, ispirato all’attacco giapponese a Pearl Harbour), di cui in quel momento il pubblico non sape niente.

Pansa è affascinato dalla lucidità e dalla schiettezza di Borghese, che sembra tutto, durante l’intervista, fuorché un golpista in preda a fregole autoritarie. Infatti, la notizia del golpe sarebbe emersa il 17 marzo del ’71, grazie a uno scoop di Paese Sera.

Riavvolgiamo il nastro: possibile che una cosa tanto grave, un pericolo così letale per la democrazia, sia stato preso così tanto sottogamba?

C’è da dire che parecchie avvisaglie di golpe erano già emerse sulla stampa, come ha riscostruito con grande efficacia Fulvio Mazza nel suo Il Golpe Borghese (Pellegrini, Cosenza 2021). E allora: perché Borghese ha agito quasi indisturbato?

Partigiani delle brigate Osoppo

Golpe Borghese: un Putch inconsistente

Nel golpe Borghese c’è tutto il cattiverio. Ci sono Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e il Fronte Nazionale (il partito personale del principe).

Poi ci sono i Servizi e la P2. Insomma, non manca nulla per creare il colpevole quasi perfetto: un militare fascista, potenzialmente stragista, i Servizi, per definizione deviati, e ambienti inconfessabili. E non dimentichiamo le mafie.

Peccato che tutta questa attrezzatura abbia sostenuto un golpe gestito solo da paramilitari di destra, un pugno di poliziotti, nemmeno cinquecento carabinieri più il vecchio Corpo forestale dello Stato.

C’è una cosa corretta sul golpe Borghese: non è stato un conato neofascista ma un tentativo di destabilizzazione atlantista, a cui Borghese si è prestato. Ergo: al principe andava benissimo roba sul modello portoghese, cileno o greco. Nulla di più.

Il principe non è stato un rivoluzionario nero ma un uomo d’ordine e un anticomunista sfegatato. E questo spiega sia la gestione di un golpe rientrato alle battute iniziali sia i legami più o meno inconfessabili, per i fascisti e per gli antifascisti.

Licio Gelli

Valerio e Licio: una relazione pericolosa

Iniziamo dalla cosa più pornografica per una certa mentalità politicamente corretta: i rapporti tra il principe e il venerabile della P2.

È noto che Licio Gelli è riuscito ad accreditarsi come campione dell’atlantismo. Più complicato il discorso per Borghese. Tuttavia, sulla base dei documenti disponibili, ci sono alcune certezze.

Le espongono Jack Greene e Alessandro Massignani ne Il principe nero (Mondadori, Milano 2008): Borghese non è un piduista ma è vicino a Gelli, che lo ha favorito in momenti di crisi finanziaria. Ancora: sia gli ambienti dei Servizi sia gli extraparlamentari di destra sono infiltrati o condizionati dalla P2.

Il tutto ha un corollario: di Gelli si può mettere in discussione ogni cosa, tranne l’atlantismo. Quanto basta a creare una comunione d’interessi col principe.

Borghese e la resistenza

Col principe nessuno è al di sopra di ogni sospetto: neppure i partigiani.

C’è una differenza fondamentale tra la Decima di Borghese e le milizie di Salò: la prima è un corpo autonomo, con uno statuto simile alla Legione Straniera, le altre un tentativo di creare un esercito regolare.

Questa differenza è riconosciuta dalle corti militari del dopoguerra, che trattano meglio i militi della X Mas rispetto agli altri repubblichini. Ma la apprezzano anche i comandi e l’intelligence alleati, che negoziano sottobanco più con Borghese che col resto della Rsi. Infine, la apprezzano i vertici delle brigate partigiane Osoppo, cioè i partigiani bianchi, che temono e detestano i garibaldini, cioè i partigiani comunisti.

Due sommozzatori della Decima alla guida di un Maiale

Due studiosi di vaglia, Giacomo Pacini e il compianto Giuseppe Parlato, concordano su un punto: a partire dalla fine del ’44 esistono abboccamenti tra la Decima e la Osoppo per concordare un’azione comune contro i partigiani di Tito. Poi gli stessi osovani fanno cadere la proposta. Non per l’antifascismo ma perché i militi di Borghese sono praticamente bolliti, dopo oltre un anno di guerra civile.

Ancora: Pacini parla della vicinanza, nell’immediato dopoguerra tra vari reduci della Decima e gli ex partigiani bianchi. E allude alla possibile militanza di alcuni ex marò in Gladio, che è comunque una struttura di ex partigiani.

Borghese e Israele

È il capitolo più piccante della vicenda.

Tuttavia, ci sono dei dati certi sui rapporti tra Borghese e i gruppi da cui sarebbe sorto lo Stato di Israele. A dispetto delle vituperabili (e vituperatissime) leggi razziali.

Nel dopoguerra, gli uomini di Borghese, ma anche i neofascisti in procinto di fondare Il Movimento sociale italiano, ricuciono rapporti vecchi e solidi, tra sionismo e fascismo, interrotti solo dall’alleanza con la Germania hitleriana.

Per esempio, il partito di punta del movimento sionista è l’Irgun Zvai Leumi, un gruppo di estrema destra, che in Italia s’intende alla perfezione coi leader neofascisti (tra questi, Pino Romualdi) in nome dell’odio comune verso la Gran Bretagna.

Nino Buttazzioni

Borghese contribuisce a modo suo: mette in contatto i rappresentanti del nascente Stato ebraico col suo braccio destro Nino Buttazzoni, che nel ’46 è latitante in Vaticano.

Quest’ultimo, che non può esporsi, convince i sionisti a ingaggiare due ex marò per addestrare gli incursori della futura Marina israeliana e impiegarli in funzione antibritannica. Dio stramaledica gli inglesi? Lo dicevano i fascisti, ma gli ebrei sono d’accordo.

Borghese e la Calabria

Durante il maxiprocesso a Cosa Nostra, Luciano Liggio ha cantato sui suoi colloqui con Borghese in occasione dei preparativi del golpe. Le coppole siciliane, attraverso don Liggio, avrebbero declinato l’invito.

Al contrario, molti picciotti calabresi l’avrebbero accolto. Almeno è stato così per il clan De Stefano.

Mafia o meno, occorre ricordare che Borghese è di casa in Calabria, grazie anche ai buoni uffici di Maria de Seta, la moglie di un altro principe nero: Valerio Pignatelli di Cerchiara, già leader della resistenza fascista al Sud.

Inoltre, l’unica sede del Fronte Nazionale è proprio a Reggio Calabria.

I rapporti con la ’ndrangheta, di cui all’epoca non si percepisce la pericolosità, potrebbero essere una conseguenza di tanta frequentazione.

I funerali del principe Junio Valerio Borghese

Per concludere

I rapporti di Borghese con un certo estabilishment atlantista sono storicamente accertati.

Il principe è stimato dai britannici, a cui ha dato filo da torcere in guerra, è apprezzato dagli americani e dagli israeliani. E Gelli lo tiene in considerazione. Insomma, è l’ideale pedina anticomunista.

C’è da dire che Borghese interpreta il ruolo alla grande. Anche nella curiosa ritirata finale. Cioè nel contrordine dato quando il golpe sta per entrare nel vivo.

Al riguardo, in tanti evocano complotti. Ma forse la verità è più semplice, come racconta Miguel Gotor nel suo Generazione Settanta (Einaudi, Torino 2022).

Borghese intuisce che il golpe avrebbe potuto avere una sola riuscita: spaventare l’opinione pubblica e propiziare un governo autoritario di destra, che tuttavia, per prima cosa avrebbe represso proprio i camerati.

Il dietrofront sarebbe dovuto essenzialmente a questa preoccupazione.

Certo, se le cose stanno così, non serve uno storico stellare come Gotor. Ma basta un regista geniale come Monicelli, che nel suo Vogliamo i colonnelli (1973) racconta più o meno la stessa cosa.

Già: non c’è nulla di meglio di una commedia, per raccontare il golpe da operetta di un ex eroe in declino…

Da vedere (e sorriderci su):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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