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Il barone Fava, dai Borbone ai Savoia in difesa dei nostri migranti

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L’aristocratico di origine calabrese fu il primo ambasciatore italiano negli Usa. Affrontò e risolse la grave crisi scatenata dal massacro di New Orleans e difese a spada tratta i nostri connazionali oltre Oceano

Il barone Francesco Saverio Fava è una figura in bilico. Innanzitutto, tra due città: Salerno, dove nasce nel 1832, e Amantea, dove ha le radici familiari.

Queste radici sono legate a una vicenda forte, in cui la storia locale finisce nella grande storia: la resistenza antinapoleonica della cittadina del Tirreno calabrese, rimasta fedele ai Borbone fino all’ultimo.

Inoltre, il barone Fava è in bilico tra due sistemi politici: la monarchia amministrativa del Regno delle Due Sicilie, dove inizia la sua carriera di diplomatico come console, e quella costituzionale del Regno d’Italia, in cui è ripescato dalla nuova élite e, quindi, destinato a sedi diplomatiche allora secondarie. Tra queste, gli Usa, all’epoca considerati una potenza non di rango.

Eppure, grazie a questo incarico, il nobile calabrese diventa un personaggio di primo piano nella scena internazionale di fine ’800. Non solo crea quasi da zero l’ambasciata italiana negli Usa, ma è protagonista di una vicenda terribile, che porta i due Paesi sull’orlo della guerra.

Parliamo del pogrom di italiani compiuto a New Orleans nel 1891.

La biografia del barone Fava con suo ritratto in copertina

Antefatto: gli eroi dei Borbone

Difficile capire se gli antenati di Fava abbiano guidato la resistenza amanteana per fedeltà pura ai Borbone o, soprattutto, per difendere i privilegi che i re di Napoli assicurano alla città e quindi a loro stessi. A questo interrogativo non fornisce risposta neppure Il barone persistente (Carratelli, Amantea 2019) l’unica biografia del diplomatico calabrese, scritta da Alberto Fava, un suo discendente.

Fatto sta che il barone Giulio Cesare Andrea, lo zio di Francesco Saverio, e sua moglie Laura Stocchi Procida, difendono strenuamente il Comune costiero assediato dalle truppe napoleoniche nel 1806.

La baronessa, si dimostra determinatissima: più volte porta i suoi contadini all’assalto delle truppe francesi. È una specie di amazzone, che carica a cavallo alla testa dei suoi seguaci.

Amantea capitola nel 1807 e i Fava subiscono l’esproprio dai nuovi padroni di casa.

Al ritorno di Ferdinando IV, ’o Re Nasone, i Fava sono premiati con l’ingresso nell’alta burocrazia del Regno. In particolare, Francesco Fava, il papà del futuro diplomatico, diventa prima direttore del Fondaco dei Sali del Principato di Salerno e poi direttore generale delle Finanze della Calabria Citra (l’odierna provincia di Cosenza).

Facciamo un salto in avanti, nel tempo e nello spazio, e spostiamoci negli Usa.

Re Ferdinando IV di Borbone e Ferdinando I delle Due Sicilie

Amerikan pogrom

È il 14 marzo 1891. A New Orleans si raduna una folla di 12mila persone, aizzata dall’avvocato Parkenson, assistente del sindaco Joseph Shakespeare, e si dirige verso la prigione. Lì sono in attesa di essere scarcerati 11 italiani, prosciolti dall’accusa di aver assassinato il capo della polizia, il discusso David C. Hennessy.

La marmaglia (così la definisce il console italiano della capitale della Louisiana) sfonda il portone posteriore del penitenziario e lincia gli undici dagoes, per usare il nomignolo spregiativo affibbiato dagli americani wasp ai migranti latini, soprattutto agli italiani del Sud.

Il massacro di New Orleans è il più grave dei 22 linciaggi subiti dai migranti italiani nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Ma stavolta il massacro non resta senza risposte, politiche e diplomatiche. Di cui si incarica il barone Fava.

Un diplomatico in prima linea

Fava giunge negli States come ministro plenipotenziario dopo una gavetta molto dura.

A differenza dei colleghi settentrionali, lui ha scontato sulla propria pelle il pregiudizio dell’élite del nuovo Regno nei confronti dei funzionari ex borbonici.

Tuttavia, questo trattamento non proprio di favore consente all’aristocratico calabrese di farsi onore con la gestione di situazioni difficili e di essere testimone oculare di avvenimenti importanti, tra cui la nascita della Romania.

Il primo contatto del barone col nuovo mondo è l’Argentina. Lì il diplomatico tocca con mano le difficoltà in cui versano i migranti italiani, oggetto di pregiudizi e spesso vittime di violenze e massacri, a cui le autorità quasi non si oppongono.

L’assalto alla prigione di New Orleans del 14 marzo 1891

In questo caso, Fava escogita una soluzione: l’uso di corvette italiane sulle grandi tratte rurali, ad esempio il rio Paranà, senz’altro per tutelare le comunità italiane in occasione delle troppe rivolte antigovernative che tormentano il Paese sudamericano. Ma anche come suasion nei confronti di malintenzionati…

Negli States la situazione è simile in parte a quella sudamericana. Ma solo in parte, perché il vero ostacolo a una tutela efficace dei migranti è nella Costituzione.

Un cavillo coi crismi

Gli Usa firmano nel 1871 un importante trattato internazionale con l’Italia, attraverso il quale si impegnano a tutelare i migranti. Ma questo trattato vincola solo lo Stato federale, che, secondo la Costituzione americana, non può intervenire negli affari giudiziari e nella normativa penale degli Stati membri.

Morale: lo Stato della Louisiana può insabbiare (come in effetti fa per il massacro di New Orleans) e la Federazione, che pure si è impegnata a tutelare gli italiani, non può farci nulla.

E forse non vuole, perché il meccanismo dei grandi elettori e il sistema elettorale del Senato, entrambi basati sui singoli Stati, condizionano non poco le dinamiche politiche dell’amministrazione centrale.

La situazione si avvita: le autorità giudiziarie della Louisiana affermano di non riuscire a identificare con precisione i colpevoli e la Federazione non può svolgere inchieste autonome perché avrebbe violato la Costituzione. L’unica offerta americana è il risarcimento di duemila dollari a ciascuna famiglia delle vittime.

Un prezzo del sangue giudicato irricevibile sia da Fava sia dal marchese Antonio Starabba di Rudinì, il presidente del Consiglio dell’epoca. E così si arriva alla rottura diplomatica.

Il marchese Antonio Starabba di Rudinì, presidente del Consiglio nel 1891

Venti di guerra

Fava è richiamato a Roma il 14 aprile 1891. Il ritiro dell’ambasciatore, nel diritto internazionale pre Onu, anticipa spesso qualcosa di peggio: la dichiarazione di guerra. E in effetti in Italia la stampa vicina a Francesco Crispi – ex presidente del Consiglio e avversario di Rudinì – propone atti di forza militare, quali l’invio della Regia Flotta per cannoneggiare le coste della Louisiana.

Oggi l’ipotesi fa sorridere, ma all’epoca è tutt’altro che campata in aria, perché gli Usa, usciti dalla sanguinosa guerra civile, sono praticamente disarmati: il loro esercito è costituito da 128mila soldati regolari, la loro flotta da 3 navi da battaglia, tra l’altro obsolete.

L’Italia, al contrario, è armata fino ai denti, con un esercito di 2 milioni e 400mila unità e una flotta di 11 navi da guerra completamente messe a nuovo. I presupposti per la guasconata ci sono

Ma, per fortuna, né l’Italia né gli States vogliono arrivare a tanto.

Infatti, i due Paesi attivano subito un canale diplomatico informale, gestito con grande abilità proprio da Fava, per trovare una via d’uscita accettabile per entrambe le parti.

Il presidente Usa Benjamin Harrison risarcisce i parenti delle vittime, ma a titolo personale (cioè pescando dall’appannaggio della Casa Bianca), chiede scusa all’Italia e alle comunità italoamericane e impegna formalmente gli Usa ad approvare una legislazione speciale per la tutela dei migranti.

L’Italia, a sua volta, ottiene un potenziamento della propria rete consolare negli States.

Il presidente Usa Benjamin Harrison

Il ritorno in Patria

Fava rientra in Italia nel 1901 e lascia la diplomazia dopo aver tentato invano di ottenere una sede in Europa. In compenso, entra in Senato per nomina regia. Inutile dire che i problemi degli italiani all’estero restano il suo pallino. Muore nel 1913.

Gli Usa non approvano alcuna modifica della Costituzione per intervenire nelle giurisdizioni locali fino agli anni ’60, quando i problemi dell’apartheid diventano ineludibili. La questione dell’immigrazione, invece, è sbrigata in parte attraverso leggi speciali e in parte si risolve da sé, grazie all’integrazione spontanea dei dagos.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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