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Caso Lombroso-Giuseppe Gangemi, lo spin doctor della crociata neoborb

Il professore di Padova è l’ideologo della nuova polemica contro il Museo torinese e autore, in tale veste, di un attacco al vetriolo a mezzo stampa. La nostra critica ai suoi tanti punti deboli…

Tutti gli ambienti, ma proprio tutti, hanno qualche accademico a cui far riferimento. Lo avevano i missini dell’era Almirante, quando adottarono l’ex marxista (e già protégé di don Benedetto Croce) Armando Plebe.

Lo hanno avuto i postfascisti di An, col grande politologo Domenico Fisichella.

Lo hanno avuto persino i leghisti della primissima ora che, per supercompensazione, hanno mirato in alto: Gianfranco Miglio, uno dei più grandi studiosi europei di politica.

Cesare Lombroso, il papà dell’Antropologia criminale

Lo hanno i neoborb, con Giuseppe Gangemi, che per i più è il fratello maggiore e meno famoso di Mimmo, forse lo scrittore calabrese di maggior successo della generazione attuale. A ogni buon conto, Gangemi è professore ordinario di Scienza dell’amministrazione presso l’Università di Padova. E forse, pur senza essere uno storico, è l’unico studioso che si presti alle seduzioni di certo revisionismo (da cui gli storici professionisti, anche quelli potenzialmente più consonanti, tengono invece distanze di sicurezza).

Infatti, Gangemi sr è autore di un libro cucito su misura del filone terronista. Si tratta Stato carnefice o uomo delinquente? La falsa scienza di Cesare Lombroso, uscito nel 2018 per la milanese Magenes, una casa editrice specializzata in neoborbonismo nel cui catalogo figurano, tra le varie, le opere di Gennaro De Crescenzo, Domenico Iannantuoni e via discorrendo.

Chi meglio di lui per gestire la parte intellettuale della nuova crociata suddista contro il Museo Lombroso di Torino assieme al senatore Saverio De Bonis, frontman politico di tanta battaglia?

La missione, stavolta, non è facile, perché il precedente tentativo, sfociato in una battaglia giudiziaria persa malamente, è andato a vuoto. Ora si tratta di provare che il Museo dedicato al papà dell’Antropologia criminale, Cesare Lombroso, è un’iniziativa razzista.

La copertina di “Stato carnefice o uomo delinquente?”

Il tutto sulla base di un assunto che solo un accademico abituato a sofismi e iperboli può tirar fuori: Lombroso sarebbe stato il primo a teorizzare l’innatismo criminale dei meridionali su base scientifica. Detto altrimenti: i terroni (noi terrroni) sarebbero secondo lo scienziato veronese delinquenti per natura, quindi incivili. Più razzista di così… E quindi, sulla base di questo assunto, anche il Museo a lui dedicato sarebbe un’operazione razzista, camuffata in maniera maldestra sotto le mentite spoglie della scienza e della cultura.

Il tutto è accompagnato da banalità già sentite: le teorie di Lombroso furono confutate, quindi il loro valore scientifico è nullo; Lombroso avrebbe, inoltre, forzato la mano a più riprese, quindi sarebbe stato un falsificatore ecc.

Tutto ciò Gangemi prof lo ha messo nero su bianco in un recente intervento sulla testata online LaC (leggi qui).

Giuseppe Gangemi

Queste stesse cose le abbiamo già sentite da alcuni intellettuali neoborb, a partire da Domenico Iannantuoni, fondatore del Comitato tecnico-scientifico “no Lombroso”. Ci voleva pure un accademico? Probabilmente sì, visto che un altro accademico – stavolta storico professionista e quindi addetto ai lavori – ha di recente smantellato l’ipotesi di Lombroso razzista. È il cosentino Luca Addante, professore associato di Storia moderna presso l’Università di Torino e autore, in tale veste, di un bell’intervento sulla stampa (leggi qui).

È il caso di concentrarsi sul Gangemi-pensiero, non senza un’avvertenza: non è intenzione di chi scrive difendere Lombroso e il suo pensiero, che giustamente sono fuori dalla scienza e fanno parte di un’altra disciplina, la Storia della scienza, che vanta cultori ben più abili ed esperti e a cui spetterebbe l’ultima parola.

Tuttavia, lo scrivente è convinto di rendere un buon servizio all’opinione pubblica con la critica alle capziosità di Gangemi.

Primo punto: il prof padovano parte a razzo con un paragone improprio tra Josef Mengele, il criminale nazista che operò ad Auschwitz, e Lombroso. Una scelta a dir poco infelice: il medico veronese (come tra l’altro il prof è costretto ad ammettere) non eseguì mai i suoi esperimenti su cavie umane vive in un campo di concentramento al riparo da sguardi esterni, ma si confrontò a lungo in dibattiti accesi e complicati, da cui uscì spesso con le ossa rotte. Fu uno scienziato della sua epoca impegnato in dibattiti pionieristici, dai quali comunque ebbe più riconoscimenti che grane.

Joseph Mengele, l””Angelo della morte” di Auschwitz

Secondo punto: a proposito di grane, Gangemi cita come prova della poca validità scientifica del pensiero lombrosiano l’avvenuta radiazione dello scienziato dalla Società italiana di Antropologia ed Etnografia.

Al riguardo, è facile osservare che la Società, fondata dal grande Paolo Mantegazza, è un’istituzione prestigiosa ma non un ordine professionale. Era, a fine Ottocento, un’associazione di addetti ai lavori che cercava di stabilire regole scientifiche e deontologiche inoppugnabili per una disciplina, l’Antropologia, ancora a livello pionieristico. Più correttamente, si dovrebbe parlare di espulsione, visto che le associazioni non radiano ma espellono.

Quest’espulsione, tra l’altro, non ebbe gravi conseguenze nella carriera di Lombroso, che un mestiere ce l’aveva (quello di medico), mantenne la cattedra universitaria e fondò una sua rivista, che ebbe un buon successo.

Un discorso simile va fatto per le polemiche di cui lo scienziato fu protagonista, in particolare quelle tra gli innatisti come lui e gli ambientisti. Questa querelle non riguardò solo l’antropologia e la criminologia, ma, in varie declinazioni, si impose anche in altre discipline, anch’esse allo stato pionieristico (si pensi alla psicologia e alle diatribe tra freudiani e junghiani).

Alcuni crani del Museo Lombroso

Terzo punto: il preteso razzismo, che è poi la patata bollente che Gangemi vorrebbe tirare in faccia ai dirigenti del Museo. Infatti, tutte le critiche del prof vanno a parare proprio qui e tra il paragone con Mengele, la critica all’innatismo lombrosiano e, infine, la gerarchia delle razze, usata senz’altro dal medico veronese, ci sarebbe continuità.

È il caso di iniziare da quest’ultimo aspetto. Lombroso non inventò alcuna tesi sulla presunta superiorità dell’uomo bianco, né usò arbitrariamente alcune espressioni (popolo ariano, per esempio), che erano invece correnti nel linguaggio della sua epoca, persino in quello giornalistico.

Non serve, per provare tutto ciò, ricorrere a citazioni dotte. Basta far mente locale alla furia iconoclasta esplosa, circa un anno fa, in seguito ai moti di Black Lives Matter, quando furono presi di mira molti personaggi simbolo della cultura occidentale (anche Voltaire, per fare un nome…) perché rei di espressioni razziste. Vale per essi ciò che vale per Lombroso: uomini del loro tempo che vivevano immersi nella loro cultura.

Considerazioni a parte per il termine ariano, che nasce non da teorie biologiche, ma da un’ipotesi linguistica: quella indoeuropea, con cui si voleva cercare soprattutto una matrice unica a vari cicli di civiltà a prescindere che questa matrice fosse per davvero nordica (e, infatti, molti indoeuropeisti ipotizzano l’Altai o l’Asia Centrale come culla di questa protociviltà…).

L’ipotesi indoeuropea – di cui le espressioni ariano, ario ecc. sarebbero tracce linguistiche importanti – si sarebbe mescolata in via definitiva col razzismo biologico solo nei movimenti Volkish che sarebbero confluiti nel nazismo. E non è un caso che i crimini e il disastro bellico di quest’ultimo abbiano travolto anche gli studi indoeuropei. Ma in questo caso si parla di un processo culturale che non riguarda Lombroso, che era morto da un bel pezzo quando Hitler riempì la Germania di svastiche. Il medico veronese fu sempre ambiguo sulla questione razziale: senz’altro era biologica la sua tesi dell’innatismo criminale, ma ciò non autorizza nessuno (e tanto meno il poco attrezzato Gangemi) a pensare che fosse altrettanto biologico il suo uso delle categorie razziali. Le quali, giusto per completare il discorso, erano correntemente utilizzate da molti studiosi per spiegare le differenze non solo tra Nord e Sud ma anche tra aree più omogenee d’Italia.

Altri reperti (e referti) del Museo Lombroso

Quarto punto: Lombroso e il fascismo. Gangemi cita Garofalo come esempio di protofascista lombrosiano, ma scorda l’unico seguace di Lombroso che fece carriera anche grazie al fascismo: il siciliano Alfredo Niceforo, che fu l’unico a teorizzare l’innatismo criminale dei meridionali (di noi meridionali), sulla base non di studi fatti in Calabria o Campania ma in Sardegna.

A proposito di profondo Sud, val la pena di ricordare a Gangemi che Lombroso è autore di un bellissimo pamphlet, In Calabria (disponibile tra l’altro in una recente edizione di Rubbettino), pieno di analisi sociali sulla condizione dei ceti rurali, che anticipa non poco le riflessioni dei grandi meridionalisti. L’omissione, in questo caso, è così vistosa che tutto lascia pensare che il prof l’abbia fatta in malafede…

Un cranio lombrosiano

Quinto punto: i crani e la fossetta occipitale mediana. L’uso della frenologia (che oggi sopravvive in parte nella Medicina legale) all’epoca era diffusissimo. Non esistevano, al contrario, altri strumenti, come il microscopio elettronico, e praticamente non si sapeva dell’esistenza del Dna. Combinare la frenologia (lo studio dei crani, appunto) con la fisiognomica era quindi l’unica possibilità per ipotizzare l’innatismo criminale su base biologica. Una strada a vicolo cieco, come si è visto, che spinse Lombroso a varie forzature.

Sesto punto: tra queste forzature non rientra l’attenzione di Lombroso ai casi di cannibalismo, più o meno rituale. Lo scienziato veronese citò senz’altro episodi sbagliati o non provati. Ma ciò non toglie che il cannibalismo sia stato un aspetto inquietante di non pochi fatti criminali, meridionali in particolare, a partire dal brigantaggio preunitario per finire a episodi della criminalità organizzata più recente (si pensi all’assassinio di Francis Turatello, a cui Pasquale Barra ’o Animale azzannò il cuore…). Perché rimproverare al solo Lombroso un interesse piuttosto diffuso nella Criminologia?

Settimo punto: Scuola positiva e Sud. È la lacuna più grave del discorso di Gangemi. Tanto più grave se si pensa che il prof ha insegnato in un Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali: la completa omissione dell’aspetto giuridico del pensiero lombrosiano.

La Scuola positiva mirò essenzialmente alla definizione e alla risoluzione di problemi giuridici e giudiziari, tra l’altro urgentissimi nell’Italia postunitaria. Per quanto superato, il positivismo giuridico, di cui Lombroso fu l’iniziatore, continua a mantenere un merito: è stato il primo tentativo di sganciare le dottrine giuridiche dalla filosofia morale e di dar loro un fondamento scientifico.

La locandina de “Il gatto a nove code”

Per raggiungere questo scopo serviva una teoria su base biologica? Non si può rispondere con certezza. Tuttavia, da un medico non ci si poteva aspettare altro.

Ancora: serviva davvero la teoria del delinquente nato? Forse non serviva, come non servono tante cose. Ma la situazione dell’Italia postunitaria, in cui la delinquenza – comune, organizzata e brigantesca – aveva raggiunto picchi spaventosi pose molti problemi ai cultori delle scienze giuridiche, ai quali non bastavano più le dottrine di Verri e Beccaria.

È il caso di scendere a Sud: nell’emergenza criminale in cui si trovò l’Italia (anche in regioni oggi insospettabili, come l’Emilia Romagna e la Toscana), il Mezzogiorno fu in prima fila, grazie anche al brigantaggio – che, romanticismi a parte, resta un fenomeno criminale di massa – e contribuì a far schizzare in alto gli indicatori. Se le cose stanno così, l’attenzione verso gli aspetti più criminali del Meridione fu praticamente obbligata, sia da parte delle istituzioni, sia degli studiosi.

Non è proprio il caso, invece, di cavillare sulle critiche pignole di Gangemi agli errori di allestimento del Museo Lombroso, che è tuttora in progress.

È opportuno, invece, concludere con un’osservazione: la scienza non è fatta di risposte, anche se è chiamata a darne tante, ma di domande. E quelle poste da Lombroso, con buona pace dei terronisti, restano tuttora in piedi: cosa genera il crimine? La tendenza a delinquere è naturale o culturale (nei limiti in cui i due termini si applicano all’essere umano)? Il problema criminale è risolvibile?

In questo senso il positivismo lombrosiano non è morto. Ha solo cambiato forma. Ad esempio, si è trasferito dalla biologia alla genetica, come testimoniano le ricerche sul Dna per isolare il gene del crimine. Val la pena di ricordare tutto questo a chi cita film horror a tutto spiano a proposito di Lombroso e poi scorda di menzionare l’unico film per davvero lombrosiano: Il gatto a nove code di Dario Argento.

Per ricapitolare: i neoborb credono di aver trovato in Gangemi il proprio Plebe, Fisichella o Miglio. E il prof si è prestato, anche a rischio di figuracce.

Tuttavia, i tre intellettuali hanno guadagnato qualcosa dal loro ruolo di ideologi: sono diventati parlamentari. Invece Gangemi cosa ci guadagna, se non un po’ di visibilità bizzarra?

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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