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Crani del Museo Lombroso

Caso Lombroso-Franceschini gela i neoborb

Il ministro risponde picche all’interrogazione del senatore Saverio De Bonis. Il parlamentare chiede la sostituzione del Museo “Lombroso” con quello di Antropologia ed Etnografia, ma ignora che quest’ultimo fu fondato da Giovanni Marro, un sostenitore convinto delle Leggi razziali fasciste…

C’è un metodo consolidato negli ambienti suddisti: rivendicare come vittoria il semplice impegno per mettere in secondo piano gli insuccessi.

L’ultimo esempio lo ha fornito il senatore lucano Saverio De Bonis, eletto nel Movimento 5 Stelle, che lo ha mandato a Palazzo Madama con oltre centomila voti, e passato nel Misto, dove si distingue per le sue posizioni terroniste, conseguenza della vicinanza (legittima, ci mancherebbe) a certi ambienti e personaggi.

Il senatore Saverio De Bonis

De Bonis ha raccontato sulla propria pagina Facebook la sua recente interrogazione al ministro della Cultura Dario Franceschini sul (cioè contro) il Museo Lombroso di Torino, considerato dagli ambienti terronisti una istituzione che celebra il razzismo antimeridionale.

Il contenuto dell’interrogazione de lu senature di Matera è già noto, grazie al tam tam mediatico – e soprattutto social – che l’ha preceduta: il Museo torinese dovrebbe esser chiuso o riconvertito, perché racconterebbe in maniera acritica e faziosa il pensiero lombrosiano e il suo autore e, attraverso questa acriticità, contribuirebbe a diffondere il pregiudizio contro il Sud e i meridionali (leggi qui l’interrogazione di De Bonis).

La solita roba, insomma, che i neoborb ripetono da circa dodici anni, riportata in maniera soft nel question time in Senato il 17 giugno:

«L’Unione europea respinge le teorie che tentano di dimostrare l’esistenza di razze umane distinte. A Torino ha sede il museo di antropologia criminale dedicato a Lombroso, che teorizzava – appunto – la presenza di due razze; sul sito del museo si legge che il nuovo allestimento vuole fornire al visitatore strumenti concettuali per comprendere come e perché questo personaggio così controverso formulò la teoria dell’atavismo criminale», recita un lungo passaggio dell’interrogazione.

E ancora:

«A tutt’oggi il museo non sembra assolvere alla sua funzione e veicola un messaggio sbagliato su cosa sia scienza. Quelli di Lombroso furono non errori scientifici, ma vere e proprie manipolazioni pseudoscientifiche fatte in malafede per interessi estranei alla scienza e le sue teorie furono funzionali a una propaganda di potere. Di questo il museo non rende conto».

La perla arriva nella parte conclusiva, in cui lu senature chiede «al Ministro di intervenire e assumere delle iniziative per porre la parola fine a questa vicenda e soddisfare anche la volontà di tutela della pietas verso resti umani che in tutta Europa, in relazione a vicende analoghe, sono stati riconsegnati».

Il ministro Dario Franceschini

De Bonis si è guardato bene dal riportare la risposta di Franceschini, che è la classica secchiata di acqua gelida.

Leggere per credere:

«Il museo intende spiegare il processo che portò Lombroso allo sviluppo delle sue teorie nell’ambito dell’atavismo criminale, evidenziando l’infondatezza dei suoi metodi scientifici. L’allestimento odierno ha come obiettivo non quello che aveva all’origine, ma tutt’altro, ossia far conoscere il pensiero di Lombroso calato nel periodo in cui visse, spiegando le ragioni storiche e culturali e dimostrando l’assoluta infondatezza del pregiudizio fisiognomico – da un lato – e – dall’altro – come la scienza proceda proprio attraverso errori e correzioni. Il ruolo che il museo si propone è dunque quello di spiegare al pubblico una parte controversa del pensiero scientifico, che peraltro collide inevitabilmente con l’attuale sensibilità sociale, preservando la memoria in modo critico».

Non occorre essere specialisti in Filosofia o storia della scienza (tantomeno semiologi) per capire che, a differenza di De Bonis, Franceschini sa cosa sia la scienza e come funzioni un museo.

Cesare Lombroso, il presunto razzista

Ma, ciò che più conta, il ministro ha studiato per davvero il dossier e quindi ha verificato i presupposti giuridici e scientifici che legittimano il Museo:

«Ricordo infine che la commissione etica dell’Organizzazione internazionale dei musei (ICOM), interpellata dal Comitato no Lombroso, ha rivisto già in passato tutti i documenti che riguardano il museo di antropologia criminale, condividendo la porzione di ICOM Italia che ha sottolineato come il museo rispetti gli standard scientifici e didattici per rimanere aperto».

Scontato il due di picche:

«Anche se volessi, io non posso chiudere il museo. Ma, se potessi, non lo farei perché il mio compito è aprire musei e non chiuderli».

E lu senature è servito. O almeno dovrebbe. Invece no: caparbio come un mulo (e quelli del Sud profondo lo sono in maniera particolare) De Bonis ha chiesto la «riconversione del museo. A Torino c’è un museo di antropologia che è chiuso e potrebbe essere valorizzato, piuttosto che continuare a tenere in vita un museo che è l’equivalente di Mengele e si noti che ad Auschwitz non c’è un museo su Mengele».

Migliore occasione per tacere non poteva andare sprecata. Infatti, De Bonis non sa che il Museo di Antropologia ed Etnografia, con cui vorrebbe sostituire il Museo Lombroso, fu fondato da Giovanni Marro, medico e antropologo che fece gavetta con lo studio del disagio mentale e della follia.

Giovanni Marro, il razzista vero (e dichiarato)

A proposito di razzismo, Marro non è proprio al di sopra di ogni sospetto. Anzi, è più criticabile di Lombroso, che col regime non ebbe a che fare sia per motivi di anagrafe (morì nel 1909) sia perché il regime ne respinse le dottrine (occorre ricordare, al riguardo, che il giurista Alfredo Rocco, guardasigilli fascista e autore del Codice penale, fu un avversario del pensiero lombrosiano e un critico della Scuola positiva).

Marro fu un teorico del razzismo fascista e difese a spada tratta il brutto capitolo delle Leggi razziali. Questi scivoloni gli costarono l’espulsione dall’Università e forse, sono alla base delle reticenze a riaprire il suo Museo. Tant’è: se è già difficile spiegare Lombroso, figurarsi cosa accadrebbe con Marro, che è un personaggio quantomeno più problematico.

Ma queste sono le figuracce in cui si incappa quando ci si affida in maniera acritica e certi spin doctor, di cui non si è in grado di prendere adeguatamente le misure.

Una raccomandazione allu senature per concludere: il Sud ha tantissimi problemi e nodi irrisolti da sciogliere o, alla peggio, da recidere, e riguardano tutti il presente. Dedichi il resto della legislatura ai guai seri, che non sono pochi né leggeri, e provi a risolverne qualcuno, anziché imbarcarsi in cose che – come ha dimostrato sin troppo – non gli competono: il Mezzogiorno gli dirà grazie. Stavolta per davvero.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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