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Antimafia e massoneria: guerra tra i big

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Rosy Bindi cerca le infiltrazioni mafiose nelle logge. O viceversa. Ma il vespaio in cui si è cacciata, dopo i no di Bisi e Binni e i sì di Venzi e Tortora, è enorme. Troppi ancora i rancori e i dissapori tra i grembiulini italiani. E la Commissione antimafia, impegnata in un braccio di ferro inedito dopo aver tenuto un basso profilo per quasi tutta la legislatura, rischia di diventare un campo di battaglia per i big della libera muratoria

Ci sono persone che hanno torto quasi per definizione. Tra queste, Rosy Bindi che, diciamola tutta, non è che abbia proprio brillato alla guida della Commissione antimafia. Al punto che potrebbe avere ragione (e tra questi, Valter Vecellio, un altro che ha torto per definizione, forse senza il quasi) chi semina dubbi sull’operato della Bindi nei confronti della massoneria.

La presidente della Commissione antimafia si accanisce? Forse no. Ma resta singolare il fatto che la deputata del Pd, eletta in quella Calabria che conosce poco e in cui si è fatta vedere altrettanto poco e obbligata a occuparsi di una materia, la criminalità organizzata, che conosce ancor meno, si sia dedicata alla libera muratoria proprio mentre la legislatura entra nel giro di boa finale.

Un modo per lasciare il segno, a spese del facile bersaglio delle logge, dopo quattro anni di gestione altrimenti incolore?

Forse sì, perché le premesse per convocare in Commissione quattro gran maestri di altrettante Obbedienze sono piuttosto deboli: una costola dell’operazione Mammasantissima della Dda di Reggio Calabria; il sospetto che i grembiulini di Castelvetrano abbiano agevolato in qualche modo la latitanza di Matteo Messina Denaro; infine, la vicenda, tra il gossip e la spy story di provincia, dei fratelli Occhionero, accusati di aver hackerato le mail di un bel po’ di pezzi grossi. Tutta roba più da Procura, antimafia e non, che da Commissione parlamentare.

Non perché, intendiamoci, una parlamentare nell’esercizio delle proprie funzioni non possa convocare i vertici di organizzazioni importanti e ramificate, ma perché nessuno aveva provato finora, anche in casi più gravi e non necessariamente collegati alla massoneria, a sostituirsi alla magistratura. Non perché, è doveroso sottolineare anche quest’aspetto, richiedere le liste degli iscritti alla massoneria sia in sé illegittimo: ma finora questa richiesta è stata fatta in pochissimi casi solo dalle autorità giudiziarie nel rispetto del segreto istruttorio (anche se, c’è da dire, varie volte sono scappate sin troppe carte).

Non è – ma questo è solo un sospetto maligno quasi di sicuro infondato – che i nostri parlamentari dubitino dell’efficacia della magistratura? Oppure che lo scopo di queste richieste sia politico (ad esempio, sapere chi, tra i propri colleghi parlamentari o di partito, indossi il grembiulino o sia stato in qualche piè di lista)?

Certo è che, in un paese normale, la disparità di trattamento riservata ai massoni risulterebbe vistosa.

Nessuno, tra magistratura o commissioni d’inchiesta varie, ha mai pensato di estendere a Comunione e Liberazione, alla Compagnia delle Opere o all’Opus Dei le responsabilità, accertate e non, di loro associati.

Nessuno ha mai fatto un’inchiesta sulle attività imprenditoriali gestite sotto le mentite spoglie dell’associazionismo, sebbene la lotta all’evasione e all’economia sommersa dovrebbero rientrare tra le priorità dello Stato.

Nessun inquirente, parlamentare e non, ha effettuato controlli a tappeto sulle moschee quando sono emersi sospetti di terrorismo (è il caso di ricordare che i gruppi religiosi sono riconosciuti dallo Stato in quanto associazioni).

Ma la voglia di scovare la cosiddetta zona grigia tra i grembiuli, dietro la quale cova un pregiudizio ideologico un po’ fuori moda, è ancora irresistibile.

Ed ecco che, senza colpo ferire, la Bindi ha convocato i quattro big della massoneria. Il 18 gennaio è stato sentito in Commissione Stefano Bisi, il gran maestro del Grande Oriente d’Italia, che, com’è noto, ha risposto picche alla richiesta di consegnare le liste, anche con buone motivazioni. Tra queste, il timore di violare la legge sulla privacy e di rischiare una denuncia da qualcuno dei propri associati (e visto che il Goi conta 23mila iscritti, qualcuno che si arrabbia ci sarà pure…).

Il 24 gennaio la Commissione ha fatto una doppietta: prima di pranzo ha sentito Fabio Venzi, il gran maestro della Gran Loggia Regolare d’Italia, subito dopo pranzo ha convocato Massimo Criscuoli Tortora, il gran maestro della Serenissima Gran Loggia d’Italia. I due al contrario di Bisi, hanno dato la propria disponibilità condizionata.

Infine, il 25 gennaio, è toccato ad Antonio Binni, il gran maestro della Gran Loggia d’Italia degli Alam (l’acronimo sta per Antichi, liberi, accettati muratori), il cui no è in linea con quello di Bisi.

Due sì, provenienti da due Obbedienze prestigiose ma non troppo forti nei numeri (quella di Venzi supera di poco i 2.500 iscritti, quella di Tortora sfiora appena i 200). Due no, ribaditi invece dalle due Comunioni più numerose.

Possibile che ai tanti che, su carta e in rete, hanno seguito la vicenda questa curiosa simmetria non abbia messo la classica pulce nell’orecchio?

Se ci si attenesse solo ai numeri, la Bindi si ritroverebbe col classico pugno di mosche e la cronaca potrebbe finire qui, come difatti è avvenuto per i più. Ma siccome le cose massoniche vanno lette anche in controluce, i dettagli sono più interessanti di tutto il resto.

Occorre dire subito tra le quattro obbedienze non corre buon sangue, anzi. Solo il Goi e gli Alam dialogano tra loro. Ma da qui a riconoscersi reciprocamente piena legittimità ne corre. Pesa ancora la scissione subita dal Grande Oriente del 1908, da cui nacque, appunto la Gran Loggia d’Italia, di cui gli Alam sono una costola.

Tra questi ultimi e i loro fratelli della Serenissima, invece le cose sono messe, così riferiscono i bene informati, un po’ peggio: le due Comunioni sono il frutto di una scissione della vecchia Gran Loggia consumatasi nell’immediato dopoguerra. In pratica, una scissione della scissione.

Sempre a proposito di scissioni, vale la pena ricordare che la Gran Loggia Regolare d’Italia è a sua volta il prodotto di un’altra scissione, quella di Giuliano Di Bernardo, gran maestro del Goi ai tempi dell’inchiesta di Cordova. Serve altro?

Sembra quasi che i quattro gran maestri facciano a gara a chi ce l’ha più grosso sotto il grembiulino con l’involontaria complicità della Commissione antimafia, che rischia (anzi non rischia: di fatto è già in questa situazione) di diventare il campo di battaglia in cui i principali gruppi massonici potrebbero sfogare rivalità, rancori e scomunicarsi a vicenda. Quale migliore argomento di scomunica dell’avversario potrebbe esserci del mafioso in casa d’altri?

Ma le logiche massoniche possono essere più tortuose. Perciò non è detto che il no secco di Bisi e Binni non contenga un invito sottobanco alla Bindi a far requisire le liste dalla Guardia di Finanza e che, quindi, l’opera della Commissione antimafia non finisca per puntellare gli equilibri interni di potere.

Infatti, le due zone calde, cioè la Calabria e la Sicilia, sono anche due territori massonici inquieti: determinanti coi loro voti per fare e disfare i gran maestri, non hanno mai eletto un gran maestro (tranne nel caso del catanzarese Saverio Fera, che promosse la scissione del 1908, ma quasi non conta perché viveva a Roma da un pezzo). Quindi la consegna delle liste potrebbe rivelarsi utile per mettere all’angolo i fratelli del profondo Sud che tentino scalate appoggiandosi a quei grumi di potere che di tanto in tanto emergono dalle cronache.

Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi e la massoneria, nonostante gli sforzi verso la trasparenza, è sinonimo di complessità.

Quella complessità che di sicuro una come la Bindi non è particolarmente qualificata a dipanare.

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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