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Sottufficiali della Marina Militare che ballano

Marinaie ballerine e cavalieri borbonici

Tonino Nocera fa un paragone curioso e azzeccato tra le marinaie di Taranto, criticate per il loro balletto, e alcuni Ordini cavallereschi che si ispirano a memorie preunitarie e sono frequentati da militari e funzionari di carriera… Inutile dire che Nocera ha ragione da vendere

Ha suscitato molte reazioni il video in cui un reparto della Marina –  sotto la guida di un tenente di vascello – danza sulle note di Jerusalema, in occasione del giuramento presso la Scuola Sottufficiali di Taranto.  

Alcuni hanno invocato punizioni esemplari. Altri, invece, si sono detti contrari al rigore, valutando l’accaduto non grave e, soprattutto, per nulla offensivo verso la Marina.

Sar don Carlo di Borbone

Concordo con questi ultimi.

Però resta un fatto: indossare una divisa comporta comunque obblighi non richiesti ai cittadini comuni. E a tal proposito penso agli Ordini Cavallereschi degli stati preunitari. Molti militari partecipano alle loro iniziative: alcuni ne fanno parte. Talvolta, taluni esponenti di questo Ordini propongono una rilettura della storia d’Italia infondata e inaccettabile e, soprattutto, offensiva nei confronti dei Padri della Patria. (Sì: smettiamo di chiamarla paese: chiamiamola Patria o Italia).

Mi chiedo: cosa unisce chi considera i briganti patrioti e l’Esercito Italiano una forza di invasione: feroce e spietata? Cosa hanno in comune chi ha giurato fedeltà all’Italia e chi l’Italia continuamente dileggia e la ritiene frutto, non del sacrificio dei Martiri, ma di un oscuro complotto?

                                            Tonino Nocera

Caro Tonino,

mi permetto di fare un nome per chiarire meglio ai lettori: il Sacro militare ordine costantiniano di San Giorgio, di cui è gran maestro don Carlo di Borbone, rappresentante del ramo francese dell’ex famiglia reale.

Tralascio per brevità la contesa dinastica con don Pietro di Borbone, esponente a sua volta del ramo spagnolo e vengo al punto.

È verissimo che all’Ordine di don Carlo hanno aderito, assieme a non pochi “borghesi”, tantissimi militari, esponenti delle forze dell’ordine e funzionari dello Stato (addirittura prefetti). Tuttavia, per onestà devo dire che non c’è alcun ostacolo giuridico a questa appartenenza, visto che l’Ordine non richiede “giuramenti” o “promesse solenni” che potrebbero generare conflitti di fedeltà a chi ha già prestato giuramento alla Repubblica, la quale di solito remunera piuttosto bene la fedeltà che richiede.

Sar don Carlo di Borbone in uniforme da Cavaliere durante una cerimonia

A livello etico, invece, hai perfettamente ragione: tra i seguaci di don Carlo ci sono molti assertori di un certo “revisionismo” che, portato alle estreme conseguenze (come d’altronde fanno molti di loro), mina la legittimità dello Stato italiano che, mi permetto di ricordare, è nato come Regno.

In questo caso, don Carlo ha un debito di chiarezza verso i cittadini italiani: dovrebbe prendere le distanze da queste riletture, tra l’altro infondate, della storia, napoletana e (quindi) italiana.

Detto altrimenti: le dichiarazioni di fedeltà alle istituzioni repubblicane non bastano, ma servirebbe una presa di posizione forte anche nei confronti del legittimismo (da cui aveva preso le distanze già il mite e sfortunato Franceschiello, concedendo uno Statuto al Regno delle Due Sicilie quando era troppo tardi). E, oltre che dal menzionato “revisionismo”, occorrerebbe anche l’accantonamento di certe suggestioni antistoriche (ad esempio, il mito dei primati o, peggio ancora, del “regno che fu prospero e grande”).

Certo, non sarebbero sacrifici piccoli. Ma a don Carlo e ai suoi seguaci non resterebbe comunque poco per legittimarsi: penso alla cosiddetta “difesa elogiativa”, un criterio elaborato dalla Cassazione nei confronti dell’esperienza storica del fascismo.

In quel caso, servì a salvare la memorialistica dei reduci della Rsi e degli esponenti del cessato regine. Di più: salvò anche l’attività importante di alcuni giornalisti e ricercatori sulla resistenza, che oggi è diventata patrimonio della storiografia ufficiale.

Per gli eredi (c’è da dire piuttosto indiretti) dei Borbone di Napoli basterebbe attenersi a questo brocardo per ottenere due piccioni con una fava: difendere comunque l’immagine dei propri avi e non esporre i propri cavalieri a imbarazzi.

Già: come potrebbe sentirsi, per esempio, un ufficiale dei bersaglieri che aderisce al Sacro militare ecc. nell’apprendere di essere in compagnia, anche indiretta, di persone che asseriscono che il suo Corpo sarebbe stato guidato, nel periodo postunitario, da antesignani delle Ss?

Questa banale presa di distanza da certa pubblicistica sarebbe anche un bell’esempio di fedeltà a quella Repubblica che tutela con le sue norme l’Ordine di cui don Carlo è gran maestro.

Ma questo non è un problema nostro: l’araldica non ci appassiona e non abbiamo mai “bussato” alle porte di nessun Ordine.

È un problema di don Carlo e dei suoi Cavalieri. A loro la risposta.

Saverio Paletta

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Comments

There is 1 comment for this article
  1. Fernando Agosto 26, 2020 9:51 pm

    In questo articolo credo che abbiate già scritto tutto. Posso solo aggiungere che un personaggio come Garibaldi rifiutò onorificenze di qualsiasi tipo tranne la medaglia al valore dalla Repubblica Romana nel 1849 e i titoli onorifici di associazioni per la protezione degli animali, per l’emancipazione delle donne, o le associazioni caritetatovoli o di mutuo soccorso. Lo scrivo giusto per ricordare a qualcuno che ama fare revisione che, al contrario, per qualcuno invece i titoli, le decorazioni, contavano eccome se contavano anche per i privilegi economici che comportavano. Un cordiale saluto

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