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Luigi De Magistris

De Magistris? Ecco perché è isolato. Parla Nino Daniele

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Intervista all’ex assessore alla Cultura di Napoli che ha dato un contributo determinante al rilancio della città: «Il sindaco è apparso assente nella prima fase della pandemia e non è riuscito a inquadrare la sua esperienza in un progetto più ampio. Ma anche il Pd ha le sue colpe». I centri sociali? «Alcuni sono stati importanti». E i neoborb? «Il loro successo è colpa del Pd, che ha trascurato il Mezzogiorno»

Non sappiamo come sarebbe andata a Napoli se Nino Daniele fosse rimasto assessore alla Cultura. Certo è che silurarlo, per De Magistris, non è stato un buon affare: lo dimostrano le polemiche che hanno investito Eleonora De Majo, che aveva rilevato il posto in giunta di Daniele e ora fresca di dimissioni, e il collettivo Insurgencia, punta di diamante della rete dei centri sociali partenopei.

Nino Daniele

I paragoni sono brutti, ma in politica sono spesso doverosi. Ed è davvero difficile, al riguardo, non notare la differenza con l’era Daniele, cioè il forte rilancio turistico di Napoli, operato anche attraverso l’utilizzo semplice ma efficace dei beni culturali di cui la metropoli è sin troppo ricca e adesso.

Certo, non si può buttare la croce addosso a nessuno per la pandemia, che ha imposto un reset globale a cui Napoli non ha fatto eccezione. Anzi…

Nino Daniele, tuttavia, evita le polemiche e guarda avanti, soprattutto nel momento in cui la sua città si appresta a voltare pagina, perché le cose sono cambiate parecchio dal lontano 2011: De Magistris tenta l’avventura politica in Calabria, dove da pm ha lasciato un ricordo forte, sebbene controverso, e la sinistra partenopea si trova davanti al compito difficile di serrare le file tra l’anima moderata, che è stata letteralmente tagliata fuori dalla seconda amministrazione dell’ex magistrato, e quella radicale che ha avuto uno spazio ampio.

Daniele, in questo contesto, è stato una figura di primo piano: classe ’53 ha seguito tutte le evoluzioni del mondo postcomunista con ruoli di spicco. Fine intellettuale e amministratore di lungo corso, ha coniugato sempre la battaglia politica con l’impegno culturale.

Nono Daniele (a destra) con De Magistris

Cosa ne sarà di Napoli quando, da ottobre in avanti, cambierà amministrazione? Cosa rimarrà dell’era De Magistris? E ancora: quanto di questa esperienza – originale, comunque la si consideri – potrà essere esportata in altri contesti e creare un modello politico?

Ne parliamo con Nino Daniele.

Lei ha ricevuto da poco il premio Annalisa Durante, un riconoscimento importante per il recupero di zone disagiate, spesso considerate off limits, come Forcella.

Forcella è una metafora di Napoli, dei suoi problemi ma anche delle sue potenzialità. Delle sue crisi gravissime, come i problemi di sicurezza e di ordine pubblico provocati dalle guerre di camorra d’inizio millennio, e del suo riscatto. Il simbolo di Forcella è il Sedile del popolo, l’antico organo rappresentativo della città. In questo quartiere c’è la radice della città e della sua storia straordinaria.

Com’è avvenuto il recupero?

Noi abbiamo mosso i primi passi. Abbiamo acceso una fiammella e l’abbiamo alimentata quando ci credevano in pochi e passavamo per visionari. Ma a furia di insistere i risultati arrivano. Noi siamo partiti dal basso, anche perché l’esiguità dei mezzi finanziari del Comune non consentivano grossi investimenti. Abbiamo coinvolto i cittadini in iniziative dal forte valore simbolico: ad esempio, la restituzione del toponimo originale a via dei Greci oppure il Vascio tour, abbiamo consentito la fruizione ai cittadini e ai turisti dei beni culturali e abbiamo divulgato le tradizioni culturali della città. Ciò ha consentito, credo, la riscoperta dell’orgoglio dell’appartenenza con una forte partecipazione popolare.

Il murale di San Gennaro a Forcella

Come si è declinata questa partecipazione?

Attraverso i modi con cui la società civile si organizza e partecipa alla vita pubblica: le associazioni e le cooperative.

…e i centri sociali, sulla cui presenza hanno polemizzato in tanti, specie dopo la recente vicenda di Eleonora De Majo.

Non entro nel merito della questione, se non per dire che mi dispiace sinceramente. Io dico che coinvolgere i centri sociali è stato importante, perché alcuni di essi si sono rivelati forti laboratori culturali.

Parliamo dei risultati concreti, perché la cultura e le radici sono senz’altro importanti, ma è altrettanto importante poter fare la spesa.

Per due-tre anni circa l’Anci ha riconosciuto a Napoli la miglior offerta turistica e tutti gli indicatori hanno confermato questo autorevole avallo: il sistema di accoglienza della città, attraverso le pratiche di albergo diffuso, ha moltiplicato i posti letto, che prima erano davvero pochi. E i flussi turistici, aumentati in maniera esponenziale, testimoniano la bontà di queste scelte. Noi abbiamo ridato a Forcella la sua dignità di luogo storico e abbiamo rilanciato tutti i quartieri popolari valorizzandone le peculiarità. Con questo abbiamo dato la risposta migliore a chi sosteneva che con la cultura non si mangia.

Però qualcosa sembra essersi rotto: la parabola De Magistris sembra aver imboccato la sua fase discendente.

Da un lato pesa senz’altro il fatto che la sua esperienza amministrativa è prossima alla fine.

L’assessora dimissionaria Eleonora De Majo

Ma c’è chi sostiene che questa china sia iniziata col rimpasto del 2019, quindi con la sua esclusione dalla giunta.

Per quel che mi riguarda, non ho nulla da recriminare: io fui scelto non come rappresentante di una forza politica presente in Consiglio comunale ma come esterno. La mia è stata una nomina tecnica, fatta dal sindaco sotto la sua diretta responsabilità. Col rimpasto De Magistris ha fatto una scelta politica, dettata probabilmente dall’esigenza di stringere i ranghi. Per quel che riguarda la china discendente posso dire, che per alcune cose la vivo con amarezza, in parte come una sconfitta personale. Tuttavia, il calo è nella logica delle cose, specie in politica.

Certo. Tuttavia parliamo di un sindaco che nel 2011 si impose ai partiti maggiori della sua stessa coalizione e che, nel 2016, li stracciò a livello elettorale. Segno che i napoletani lo hanno considerato a lungo un’alternativa.

C’è una spiegazione: De Magistris scommise molto sulle nuove generazioni, mentre i partiti, incluso il Pd, si rivelavano incapaci di rinnovarsi. E questa volontà di fare cose nuove in maniera nuova i cittadini l’hanno percepita e premiata.

Però ora si ha la percezione di un isolamento.

In parte ci sono responsabilità non proprio irrilevanti del sindaco. Ma c’è da dire che il Pd ha le sue colpe: non ha fatto nulla per cercare un dialogo e si è limitato ad aspettare sul fiume l’arrivo del cadavere. Inutile dire che questo atteggiamento, comprensibile in ottica di lotta politica, non fa bene alla città.

La conflittualità tra De Magistris e il Pd dura da parecchio.

L’apice lo si è raggiunto nell’era Renzi, con la questione di Bagnoli.

Al di là della mancanza di tentativi apprezzabili di ricucitura, non si può dire che la colpa stia da una parte sola. Anche lei ha detto che il sindaco ha una sua fetta di responsabilità e non piccola in questo isolamento.

Certo. Da una parte De Magistris è apparso assente durante la fase iniziale della pandemia. Magari non è stato proprio così, tuttavia questo è ciò che hanno percepito i napoletani.

Palazzo San Giacomo, la sede del municipio di Napoli

E questa percezione di assenza ha contribuito a creare lo spazio in cui ha operato con grande efficacia De Luca, che fino a poco prima della pandemia era il classico morto che cammina, a livello politico, s’intende…

De Luca era già stato sostituito. Ma la prontezza con cui, anche a livello comunicativo, ha saputo fronteggiare l’emergenza ha ribaltato la situazione a suo favore. Il governatore è riuscito a fare bene di necessità virtù, perché è partito dalla consapevolezza che il sistema sanitario campano sarebbe crollato sotto la spinta dei contagi e non solo ha adottato forti misure di ordine pubblico ma è riuscito a farle accettare come indispensabili, anche al di fuori della Campania. C’era uno spazio vuoto a livello di comunicazione e l’ha riempito.

E questo ha messo in discussione la leadership di De Magistris, visto che la partita maggiore della Campania si gioca a Napoli.

La seconda responsabilità di De Magistris sta nelle incertezze sulle prospettive politiche del suo progetto. Lui ha avuto forti consensi e ha provato a inaugurare un nuovo modo di amministrare la città. Tuttavia, non è riuscito a inserire la sua esperienza in un progetto politico più complesso ed esportabile, almeno nel resto del Sud.

A proposito di progetti non sviluppati o, peggio, abortiti: c’è chi vede nella candidatura di De Magistris alla guida della Calabria una specie di fuga.

Non lo penso. Anzi, dico che quel che succederà potrebbe essere la prova del nove dell’eventuale bontà della sua proposta politica. D’altronde la sua non è stata una scelta facile. Già Napoli non è una realtà semplice. E la Calabria, che tra l’altro De Magistris conosce bene, è quantomeno altrettanto impegnativa.

Una seduta del consiglio comunale di Napoli

Ma qual è la sua opinione in merito a questa scelta?

Da napoletano non posso che approvare un gesto d’amore per la Calabria. Io ricordo un luogo storico in cui i calabresi si fecero onore a Napoli e per Napoli: Forte Vigliena a San Giovanni Teduccio, il mio quartiere, dove i volontari della Legione Calabra difesero fino all’estremo sacrificio la Repubblica Partenopea dagli assalti dei sanfedisti del Cardinale Ruffo. È doveroso, allora, ricambiare la Calabria che ha dato tanto a Napoli.

Visto che parliamo di memorie storiche, è doveroso un richiamo a una parte del dibattito culturale (e quindi politico) attuale: non mancano i rimproveri a De Magistris per aver dato spazio agli ambienti neoborbonici.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Io parlerei innanzitutto di suddismo, che è un filone più vasto, in cui ci sono anche i neoborbonici. E, al riguardo, devo dire che De Magistris non è stato l’unico ad aver dato ascolto agli esponenti di questa corrente, che, piaccia o non piaccia, esiste e si è ricavata i suoi spazi mediatici. Con i suddisti hanno flirtato tutti, a destra e a sinistra, come provano ad esempio, i dibattiti sul Giorno del ricordo per le vittime del Risorgimento.

Tuttavia De Magistris ha fatto di più: non a caso uno dei suoi principali partner nella sua avventura calabrese è il Movimento 24 agosto-Equità territoriale di Pino Aprile.

Io non ne farei una questione di fondatezza storica ed economica di certe rivendicazioni, in cui i suddisti sono in prima fila: di questo aspetto si sono già occupati – e bene – molti storici, a partire proprio da quelli napoletani.  Semmai io mi farei un’altra domanda: come mai i suddisti hanno avuto seguito, almeno a livello mediatico?

Lei che risposta si dà?

Penso che il suddismo abbia riempito uno spazio vuoto, che è tale perché sin dagli anni ’90 il Mezzogiorno è arretrato nelle agende politiche fin quasi a scomparire. E in questa eclissi hanno molte responsabilità proprio le forze progressiste, a partire dal Pd.

Il Maschio Angioino

Ma qual è il suo giudizio culturale su questo fenomeno?

È un giudizio complesso: di sicuro certe tesi storiche sono esagerate o addirittura infondate. Tuttavia, non si può negare la forte impronta della dinastia borbonica nella storia della città. E non si può ridurre la storia di questa dinastia solo a ombre. Io non direi, ad esempio, che Carlo III sia stato una sciagura per Napoli. Ma dico anche che la ricerca di un giusto equilibrio nella memoria storica non può ridursi a folclore e non è un programma politico.

Giusto. E cosa si aspetta per Napoli nel futuro?

La ripresa di un dialogo tra le forze progressiste della città, sulla base di un dialogo concreto e di un progetto costruttivo. Ma senza protagonismi e personalismi, che nessuno può permettersi in un momento così delicato.

(a cura di Saverio Paletta)

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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