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Il revisionismo e il falso mito di Pino Aprile

Il business del giornalista pugliese, dalla navigazione a vela alla controstoria

Vi ricordate Oggi e Gente? I due settimanali ora fanno a gara a sparare in prima pagina le immagini di soubrette, conduttrici tv e donne di successo, il meno vestite possibili. Tra gli anni ’70 e ’80 gareggiavano in cose più serie, almeno dal punto di vista storiografico: ritratti e titoli sui membri della famiglia Savoia, allora in esilio, sui superstiti della famiglia Mussolini e sullo scià di Persia.

In quei giornali fece la sua brava carriera il giornalista pugliese Pino Aprile, che fu direttore del primo e vicedirettore del secondo. Aprile, di cui – come per tanti giornalisti, che non ne hanno – sono sconosciuti i titoli accademici, proveniva dalla classica gavetta nei giornali locali, come La Gazzetta del Mezzogiorno.

Parliamo, ovviamente, dello stesso Pino Aprile che, dal 2010 in avanti, dopo una fortunata parentesi come esperto di navigazione sportiva a vela, si è riscoperto ultrameridionalista (almeno in pubblico, visto che altre tracce precedenti di questa sua passione non ce ne sono), ha buttato alle ortiche la precedente attività di divulgatore storico e si dedica al revisionismo antirisorgimentale.

I Savoia restano in cima alle sue preoccupazioni, ma non come personaggi da prima pagina bensì come bestie nere. L’Unità d’Italia, a sentire l’Aprile di oggi, è stata la iattura del Sud. Il Risorgimento fu una guerra di conquista, con tanto di genocidio annesso, almeno tentato e, a sentir lui, in parte riuscito.

Con questa ricettina, il Nostro ha scritto uno dei più grandi best seller del decennio: quel Terroni (Piemme, 2010) che, forte di oltre 250mila copie vendute, ha suscitato un dibattito fortissimo, che dal mondo della cultura (e nonostante esso) è tracimato nella politica. Se sette anni fa non ci fosse stato Terroni oggi il Movimento 5Stelle non avrebbe lanciato l’idea di una giornata della memoria dedicata alle vittime meridionali dell’Unità d’Italia. Senza il successo di Terroni, che ha trasformato il suo autore in una specie di Messia dei movimenti sudisti, le tesi dei neoborbonici giacerebbero in una nicchia più piccola di quella che occupano adesso. E non ci sarebbe, soprattutto, il battage editoriale che, a sette anni dal centocinquantenario dell’Unità, continua a martellare l’opinione pubblica, a dispetto della crisi dell’editoria.

Inutile dire che tanta fortuna si basa sul nulla o quasi: le tesi storiografiche di Aprile suggestionano al primo impatto ma si smorzano non appena si inizi una seconda lettura. Non solo per una questione di stile, che non è proprio gradevole (irrita ad esempio la scrittura in prima persona e l’abbondanza di dialettismi, roba che ad altri verrebbe censurata in qualsiasi giornale di provincia), ma soprattutto di contenuti e di onestà intellettuale.

Evitiamo di scendere nei dettagli del corposo revisionismo apriliano e soffermiamoci, piuttosto, su un’espressione che ricorre come un mantra in tutti i libri dell’autoproclamato storico di Gioia del Colle: «Certe cose non le sapevamo perché nessuno ce le ha mai raccontate». Non sapevamo, ad esempio, che l’Unità d’Italia fu la guerra di conquista vinta da uno Stato, il Regno di Sardegna, nei confronti di tutti gli altri della Penisola. Non sapevamo che all’Unità seguì un periodo di disordini profondissimi con episodi tragici, stermini e abusi da guerra civile. Non sapevamo che, in effetti, il Sud iniziò ad arretrare con l’Unità (o meglio, restò al palo mentre le altre zone, altrettanto non sviluppate, crebbero).

Ma non è vero che non sapessimo tutto questo perché «nessuno ce l’ha mai raccontato». Non lo sapevamo perché semplicemente non abbiamo studiato oppure non ci siamo documentati a dovere.

Dopodiché, persino il cinema si è occupato di certe cose. Si pensi all’eccidio di Bronte, rievocato da Aprile col tono di chi rivela novità assolute: a quest’episodio, tragico ma non sconosciuto, il regista Florestano Vancini dedicò nel 1971 Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, una coproduzione italo-jugoslava trasmessa varie volte dalla Rai e perciò vista da milioni di telespettatori. Nel 1999, invece, Pasquale Squitieri (la cui recente scomparsa è passata inosservata ai neoborbonici e agli aficionados di Aprile) girò Li chiamarono briganti, dedicato, appunto, alle gesta del brigante lucano Carmine Crocco. Anche la musica ha fatto la sua parte: nel 1974, ben prima che il milanese Povia si convertisse alle tesi neoborboniche per rilanciare la sua carriera con la stucchevole Al Sud, gli Stormy Six, band di punta dell’underground milanese, dedicarono una canzone al massacro di Pontelandolfo.

Se ci concentriamo invece sui libri, che poi sono le uniche fonti utilizzate da Aprile, che tuttavia ben si guarda dal fornire una bibliografia, ci accorgiamo che tutto era stato già scritto, anche con un certo rigore e che nessuno, a partire dal compianto Carlo Alianello e da Franco Molfese, autore di una pregevolissima Storia del brigantaggio dopo l’Unità, è mai stato censurato. Tutt’altro.

Tutto ciò che è riportato nei libri del pugliese a partire da Terroni era già stato pubblicato prima. È stato solo grazie al clima d’odio creato dalla crisi economica e politica del Paese e dalla rinascita dei pregiudizi localistici, in particolare quello antimeridionale sfruttato alla grande dalla Lega Nord dell’era Bossi, che certe tesi sono state distorte e trasformate nella clava politica che in tanti, adesso soprattutto i grillini, cercano di brandire per cattivarsi un po’ di consensi.

Ma secondo Aprile, che ha rincarato la dose nel suo ultimo Carnefici (Piemme, 2016), non sapevamo altro, e cioè che il Risorgimento è stato quasi un genocidio concertato ad arte. Peccato che il nostro non sia riuscito a provare le cifre da Prima Guerra Mondiale snocciolate per avallare la tesi che il Sud è quel che è perché i settentrionali, a furia di massacri e rapine, l’hanno depauperato. Peccato, inoltre che certe narrazioni siano state smontate nel frattempo.

Ad esempio, quella secondo cui Fenestrelle, il forte alpino in cui erano alloggiati i Cacciatori Franchi, cioè il corpo punitivo del Regio Esercito (italiano e non piemontese), fosse nientemeno una sorta di Auschwitz sabauda in cui sarebbero stati macellati a migliaia i soldati del disciolto esercito delle Due Sicilie. Al riguardo, val la pena di menzionare la polemica a distanza tra Aprile e lo storico torinese Alessandro Barbero, autore di I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle (Laterza, Roma-Bari 2012). Per parare il colpo dello storico piemontese, Aprile scende piuttosto in basso: definisce in Carnefici il suo contraddittore «un medievista e romanziere prestato alla storia contemporanea» e si arrampica sugli specchi, non riuscendo a controbattere coi documenti. Su questo punto si potrebbe rispondere non senza ironia che un medievista è uno storico e, in quanto tale, applica un metodo affinato sullo studio di documenti difficili come quelli medievali, redatti in latinorum o, peggio, in volgare. Di Aprile si sa, per sua stessa pubblica ammissione, che è un perito industriale. Nulla di male in ciò. Ma si ammetterà che il passaggio da perito industriale a storico attraverso il giornalismo è più tortuoso e dà meno garanzie sulla qualità della ricerca, o no?

Al netto delle polemiche, si potrebbe concludere che il potere di firma permette ad alcuni ciò che i titoli non consentono ad altri. Nel caso di Aprile si va oltre e il potere di firma diventa transitivo e generazionale. Infatti, Marianna Aprile, figlia di Pino e piezz’e core come tutti i figli d’arte, è una firma di Oggi e, di tanto in tanto, fa comparsate in Rai. Questo lo sappiamo.

E sappiamo altro. Sappiamo che i guai del Sud di oggi non sono il prodotto dei Savoia di ieri, ma di quella classe dirigente corrotta, incapace, impreparata e collusa che, spesso, ricicla il sudismo alla Aprile per dotarsi di una linea culturale. Sappiamo queste cose perché ce le raccontano tanti giornalisti che sfidano il precariato e le querele in redazioni spesso improbabili e fanno i conti in tasca a chi amministra quel po’ di potere rimasto e i suoi dividendi. E sappiamo che il compito di questi giornalisti è difficile perché la censura, anche fisica, è un rischio quotidiano. Diffamare i morti (se il generale Cialdini risuscitasse, quante querele beccherebbe Aprile?) invece è facile. Sappiamo anche questo, per averlo sperimentato di persona.

Ma prima o poi le mode passano. Sono passate quelle estetiche, che hanno condannato alla bulimia e all’anoressia qualche migliaio di ragazze, passeranno quelle culturali, che condannano all’odio migliaia di persone. Forse questo non lo sappiamo di sicuro. Ma ci speriamo. 

 Saverio Paletta

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

Comments

There are 50 comments for this article
  1. francesco paolo braione Novembre 20, 2018 3:37 am

    PALETTA..PALETTA….FAI COMMENTI COLL’ACCETTA!!SI CAPISCE CHE LE FONTI DELLE SUE AFFERMAZIONI SONO DI PROVENIENZA PIEMONTESI!!PERCHE’ INVECE DI DIRE CAZZATE NON SI DA AI SERVIZI SOCIALI,AL VOLENTARIATO,ALLE ONLUS E ABBANDONA LA STORIA…NO0N CONOSCE NEMMENO CHI ERA DAVVERO GARIBALDI..SE NE STIA A CASETTA SUA..SI METTA LA MAGLIETTA DI LANA ALTRIMEDNTI PRENDE IL RAFFREDDORE E COMINCIA A SPARARE ALTRE CAZZATE!!!

    • Saverio Paletta Novembre 20, 2018 4:52 pm

      Egregio Braione,
      Non Le rispondo per le rime perché coltivo ancora l’illusione di rivolgermi a un pubblico più civile di come Lei si è dimostrato in questo Suo commento. Detto questo, per rispetto alla mia professionalità (e a chi mi legge) sono costretto a precisarLe due cose.
      La prima: non sono abituato a verificare le notizie sulla base della loro provenienza territoriale ma mi attengo al criterio, più semplice e onesto, della verità o, alla peggio, della verosimiglianza.
      La seconda: tutto quel che ho scritto è di facile verifica attraverso strumenti comuni e di uso non impossibile: google, wikipedia più qualche libro, neanche troppo costoso o irreperibile.
      Detto questo, La invito a dimostrare che avrei scritto «cazzate» e in che modo le avrei scritte (scritte, ripeto, e non dette).
      Per il resto, non si preoccupi: alla mia salute so badare da me e so coprirmi a sufficienza. Semmai, se posso permettermi, Le consiglio di pensare bene a quel che scrive prima di farlo: non tutti potrebbero essere tolleranti e limitarsi a risponderLe se il Suo tono abituale è questo.
      Cordialmente,
      Saverio Paletta

      • francesco paolo braione Dicembre 14, 2018 4:07 pm

        ECCO CHE ESCE FUORI CON SOTTILI MINACCE!!MI DICA MI DICA SE NON SI LIMITASSE SOLO A RISPONDERMI COS’ALTRO INTENDEREBBE FARMI?

        • Saverio Paletta Dicembre 14, 2018 5:43 pm

          Ma chi l’ha minacciata? Le ho solo detto che i suoi toni maleducati e la sua completa mancanza di stile (che almeno ha dimostrato nei confronti di quel che ho legittimamente scritto) potrebbero suscitare reazioni non bellissime in persone meno civili di me. Mi limito a risponderle per la seconda volta. La terza finisce nello spam. Per quel che mi riguarda.

    • g . fieramosca Dicembre 28, 2018 11:09 pm

      Sig. Baione allora le consiglio di leggere quello che ha scritto sull’argomento il meridionalissimo ” Portale del Sud ” dove certi argomenti vengono trattati da storici , meridonali , e non ciarlatani

  2. Franca Martini Dicembre 10, 2018 12:22 am

    Aprile ha menzionato TUTTE le fonti degli avvenimenti, io non sono del sud, ma credo a Pino Aprile.

    • Saverio Paletta Dicembre 10, 2018 9:35 am

      Creda pure quel che vuole e a chi vuole. Questione di gusti.

    • Francesco Cacciatore Dicembre 20, 2018 10:00 am

      Menzionare una fonte non basta, bisogna verificare. E le “fonti” di Aprile sono state tutte smentite.

      • Saverio Paletta Dicembre 20, 2018 4:49 pm

        Grazie: ha centrato perfettamente lo spirito della mia inchiesta che non è “anti Aprile” né ispirata da spirito da curva sud. Semplicemente, è mossa da amor di verità.
        Saverio Paletta

  3. mariano Fresta Dicembre 11, 2018 6:37 pm

    Aprile con Stella e Rizzo costituiscono un trio che ha fatto più danni dei terremoti, come si può constatare guardando quello che sta (non ) facendo l’attuale governo …

    • Saverio Paletta Dicembre 12, 2018 8:44 am

      Non so darle torto. Tuttavia è giusto riconoscere che il pubblico ha le sue responsabilità: dei lettori più attenti e critici non avrebbero consentito un successo così sproporzionato a libri non all’altezza o non sempre all’altezza. Un’altra fetta di colpe ce l’ha il mondo accademico: se molti “baroni” si fossero dedicati all’alta divulgazione e avessero tenuto un contatto più serio e diretto col pubblico, certe tesi non avrebbero attecchito. I tre autori purtroppo hanno riempito un vuoto. Con i risultati che lei denuncia…
      Saverio Paletta

  4. Rosario Giandinoto Dicembre 19, 2018 1:20 am

    Per quanto riguarda la questione di Fenestrelle mi rendo conto che possa essere difficile dimostrarla, ciò nonostante visto che le altre informazioni sono già state dette da altri il punto è se siano vere o no! Presumo che negli archivi di stato ci siano tutte le informazioni necessarie per risalire ad una corretta verità storica.

    • Saverio Paletta Dicembre 19, 2018 1:23 pm

      Allora, su Fenestrelle non è stato nascosto nulla. Diciamo semplicemente che lo sterminio non è avvenuto. Se ha la pazienza di cercare ne L’IndYgesto, troverà due articoli riguardo questa “querelle” storica. Riguardo agli archivi: i documenti esistono, servono solo i professionisti che li sappiano cercare, dato l’imponente accumulo di materiale e il relativo disordine. Sull’immediato periodo postunitario è stato scritto molto e le librerie traboccano di nuovi, interessantissimi saggi. Si tratta di cercarli e di leggerli. Nient’altro.

    • felice Dicembre 28, 2018 10:59 pm

      Su fenestrelle esistono anche i ruolini matricola dellesercito , i verbali di arrivo dei prigionieri , i verbali di consegna vestiario , i verbali dei ricoveri in ospedale , i verbali di dismissone dall’ospedale , ecc ecc . Chi ha voglia di trovare trova tutto . Chi invece vuole speculare su quella vicenda puo’ continuare a farlo .

  5. Francesco Cacciatore Dicembre 20, 2018 9:58 am

    Condivido in pieno, specialmente la responsabilità degli accademici. Complimenti per l’articolo.

  6. Vincenzo Tedesco Febbraio 24, 2019 11:27 pm

    Eccellente articolo! E’ sconfortante constatare che il libro di Pino Aprile ha fatto parecchi danni e molti altri ne farà, se non si smonta pazientemente il mito di questo giornalista, al quale qualcuno afferma di “credere”, quasi si trattasse di un profeta. Il proliferare di siti revisionisti del Risorgimento e di articoli aprioristicamente antirisorgimentali procura grave danno alle ricerche serie, che non mancano e che dovremmo leggere con attenzione, per rintuzzare le fuorvianti affermazioni di sedicenti storici.

    • Saverio Paletta Febbraio 25, 2019 10:40 pm

      Egregio Vincenzo,
      Grazie per aver letto l’articolo e per averlo apprezzato. Io sono paradossalmente grato a Pino Aprile e ai “terronisti” per aver stimolato il dibattito sull’identità italiana e aver stanato gli accademici, costringendoli a reagire, cioè ad impegnarsi in ricerche serie sul processo di unificazione nazionale.
      Ti invito a navigare il sito: troverai vari articoli sui cosiddetti revisionisti antirisorgimentali. Sono articoli e, in alcuni casi, saggi miei e di alcuni amici che mi hanno aiutato in questa operazione verità. Credo che troverai parecchi spunti da cui partire per smascherare certe “predicazioni” che giustamente critichi.
      Un caro saluto,
      Saverio Paletta

      • Giuseppe Marzo 6, 2019 9:59 pm

        Ma quale identità italiana?
        Bisogna per forza giustificare l’occupazione di uno nazione libera e indipendente da parte di un altra nazione?
        Saluti

        • Saverio Paletta Marzo 6, 2019 10:34 pm

          Egregio Giuseppe,
          gli aggettivi “libero” e “indipendente” applicati al Regno delle Due Sicilie, che sopravviveva in condizioni di similprotettorato grazie alla politica mediterranea di Francia e Inghilterra mi sembrano decisamente una forzatura…
          D’altronde se Lei preferisce Pino Aprile agli storici veri, non è un problema mio. Mi limito a prenderne atto…
          Cordialmente

  7. Augusto Marinelli Marzo 7, 2019 9:37 pm

    Vedo che Giuseppe ignora che, prima ancora “dell’intervento esterno”, la causa dell’implosione del Regno borbonico vada ricercata – come sostiene uno storico tutt’altro che “risorgimentale” come Eugenio Di Rienzo – nella mancata modernizzazione delle sue strutture politiche, economiche, istituzionali oltre che – e forse soprattutto, a mio avviso – nel dissidio implacabile che oppose la Sicilia al governo napoletano. Garibaldi era ancora a Villa Spinola e nell’isola nella primavera 1860 la struttura burocratica che esercitava il potere si era praticamente dissolta. Comunque registro che coerentemente il signor Giuseppe, per respingere l’identità italiana, comincia col maltrattare la grammatica italiana.

  8. Giacomo Ferraro Aprile 1, 2019 2:57 pm

    In effetti Aprile mi sembra un pò troppo sopravalutato e che il suo meridionalismo sia solamente di facciata che Aprile utilizza per intercettare una fascia di persone che, invece di cercare i colpevoli dell’arretratezza del sud nei cattivi politici che il sud stesso ha prodotto e da loro votati, preferisce incolpare, in questo caso solo dare maggiori colpe, nemici scelti da altri in questo caso Aprile. Che poi la figlia, che dispensa con sicumera pillole di conoscenza politica a comando della Gruber, sia pure un’esperta di politica come il padre è sicuramente un’altra storia.

  9. Augusto Marinelli Aprile 7, 2019 12:57 pm

    Caro signor Ferraro, Pino Aprile non è sopravvalutato: semplicemente come storico – come giornalista non mi interessa affatto giudicarlo – non è valutabile. Pensi che nel suo libro più venduto spaccia il regno delle Due Sicilie per la terza potenza economica mondiale e le fa vendere locomotive ad altri Stati, sostiene che per Garibaldi i garibaldini erano delinquenti, in un incubo vede gli stabilimenti industriali del Napoletano chiudere tutti nel 1860, pubblicizza lo sterminio di centinaia di migliaia di persone da parte dei “piemontesi” dopo il 1861 e così via continuando. Per concludere, dopo aver esortato a “comprare meridionale” pubblica i suoi libri con la piemontesissima Piemme, sperando dunque che non li acquisti nessuno.

  10. Linda Landi Aprile 29, 2019 6:27 am

    Ammetto la mia ignoranza. Sono venuta a conoscenza dell’esistenza di Pino Aprile pochi mesi fa leggendo un articolo/recensione del suo “L’Italia è finita e forse è meglio così” su La Città di Salerno, del quale ho trovato interessante la tesi della disgregazione dei stati nazionali, di cui l’Italia sarebbe un banco di prova, a causa dell’esigenze della nuova economia digitale. E di recente ho sentito un pezzettino di una sua intervista a Radio24 dove sottolineava che l’invasione e la successiva gestione del territorio del sud sia stata di tipo coloniale anche perché dietro la spedizione dei mille ci fossero gli inglesi che attuavano nel mondo politiche coloniali. Tutte tesi su cui sono d’accordo. In quinta liceo (finalmente!) ero arrivata a capire che le guerre ed i fenomeni storici non avvenivano mai per motivi ideologici, ma economici. Iniziai a capire che l’epopea risorgimentale non fosse poi così tanto un ‘”epopea” almeno dalla terza media inferiore (1978) con la lettura del libro di narrativa per ragazzi “Vento del Nord, Vento del Sud”, dove scoprii il brigantaggio ed in particolare le figure di Carmine Crocco e ‘Ninco Nanco’. E fu già allora o al liceo che ebbi un testo di storiografia che riportava documenti che attestavano, tra l’altro, l’impossessarsi del Piemonte delle risorse monetarie del Regno delle Due Sicilie. E fu ugualmente a scuola che appresi dell’interesse dell’Inghilterra per il regno borbonico, con l’invio di giornalisti che testimoniarono il malgoverno e lo stato di povertà ed arretratezza della popolazione, cosa riportata anche dal film “Ferdinando I Re di Napoli” con i De Filippo, e del sostegno materiale dell’Inghilterra all’impresa dei Mille che Cavour aveva ottenuto anche con l’invio di un contingente nella guerra di Crimea. Dai libri scolastici e dalla cultura di mio padre avevo appreso dell’esistenza di fiorenti industrie al Sud (navali, metallurgiche (con le miniere anche in Calabria), tessili etc.). A scuola mi hanno insegnato che l’emigrazione prima dell’unità d’Italia era un fenomeno delle regioni povere del Nord, in particolare Liguria e mi sembra anche Veneto. Non sono ‘novità’ che mi sta raccontando Pino Aprile. Magari tanti, anche più giovani, lo stanno scoprendo grazie alla sua attività di divulgazione e propaganda commerciale.

    • Saverio Paletta Giugno 10, 2019 7:58 pm

      Cara Linda,
      Mi scuso per il ritardo nel pubblicare il Suo commento e nel risponderLe: purtroppo i problemi tecnici e burocratici hanno avuto una certa priorità.
      Mi permetto solo alcune piccole osservazioni su alcuni punti del suo intervento.
      Punto primo: non c’è alcuna prova scientifica del nesso causale tra le esigenze dell’economia digitale e la disgregazione degli Stati nazionali. A leggere le cronache politiche, appare invece evidente che ci sono Stati e Paesi che riescono a padroneggiare le tecnologie informatiche (e, quindi, ad utilizzarle per puntellarsi meglio) e altri Stati e Paesi meno attrezzati (tra questi il nostro) che subiscono il processo senza riuscire a incidervi.
      La storia conosce delle concomitanze non rapporti rigidi di causa-effetto, come quelli invocati a più riprese da Aprile.
      Punto secondo: la categoria della colonizzazione interna riguardo al processo di Unità nazionale mi pare troppo abusata e non rispondente al vero, sebbene sia stata più volte sostenuta da una parte anche nobile del meridionalismo, che è poi quella che si richiama in parte a Gramsci. L’unico aspetto concreto di questa tesi riguarda la situazione di sudditanza economica del Sud, che aveva già prima del Risorgimento un tessuto economico più problematico, nei confronti del Nord, che si era già incamminato con successo sulla strada della modernità. Le poche situazioni di innegabile eccellenza (i cosiddetti “primati” di cui parla tanto la propaganda neoborbonica) del Meridione non possono smentire questo assunto, abbondantemente consolidato.
      Punto terzo: la politica internazionale dell’epoca era costituita da giochi di ingerenze reciproci. Al riguardo, si può dire che il Sud faceva gola non solo ai britannici, che esercitarono a più riprese un protettorato “di fatto” sulla Sicilia anche durante il periodo borbonico, ma anche ai francesi, che miravano a controllare il territorio del Regno di Napoli. È una questione di rapporti di forza e di capacità politiche: di sicuro non fu colpa di inglesi, francesi e sabaudi se il Regno delle Due Sicilie era fragile. A meno che non si voglia credere alle teorie del cosiddetto “complotto pluto-massonico”, tra l’altro mai dimostrato.
      Punto quarto: la storia degli insediamenti industriali borbonici, in particolare delle acciaierie di Mongiana, è tutta da scrivere, almeno sotto il profilo strettamente economico. Stesso discorso per la riserva aurea di Napoli su cui tanto si favoleggia ancora. Non è il caso, allora, di tifare ma di lasciar lavorare gli storici di professione.
      Per il resto, creda quel che vuole. Di sicuro non contestiamo la Sua libertà di scelta.
      Cordialmente,
      Saverio Paletta

  11. Luigi Tornillo Maggio 24, 2019 8:48 am

    Complmenti per l’articolo. Quello che più mi colpisce non sono tanto le falsità manifeste e le enormità come le decine di migliaia di morti di Fenestrelle o il milione di morti della guerra al brigantaggio. Quelle si smentiscono da sole. La cosa più irritante è il tono da scoperta della ricotta. Il racconto delle storture della nostra unificazione si trovava nel mio manuale di storia ad uso delle scuole medie superiori (il “Villari” dalla copertina rossa). Ai fatti di Bronte è dedicata una novella di Verga, fa l’altro. Lo stesso Verga, nei “Malavoglia”, parla chiaramente dell’estraneità del popolo al processo di unificazione. E vorrei ricordare anche “I Viceré” di de Roberto, oltre ai grandi autori meridionalisti (Fortunato, Salvemini…). Non erano pubblicazioni in samizdat, stampate con un ciclostile clandestino e passate di nascosto di mano in mano. Certo, se poi uno invece di leggere il manuale di storia o ascoltare le lezioni dormiva in classe…

    • Saverio Paletta Giugno 10, 2019 8:00 pm

      Egregio Luigi,
      Nel ringraziarLa per i complimenti, mi permetto di ribadire una cosa: questo articolo come tutti gli altri da noi dedicati all’argomento non è ispirato da faziosità (più o meno disinteressata) ma da amor di verità.
      Grazie ancora per l’attenzione
      Saverio Paletta

  12. Carmine Di Somma Giugno 3, 2019 9:33 pm

    L’Europa sta all’Italia , come l’Italia Sabauda sta al Regno delle Due Sicilie . Lo ha detto Giulio Tremonti che non mi pare sia borbonico . Un illustre studioso come Salvo Di Matteo , nemmeno lui di simpatie borboniche, ha affermato in un suo bellissimo lavoro letterario che l’unificazione italiana è stato un processo allogeno, egemonico, militare . Lo stesso prof. EUGENIO Di Rienzo, ha chiaramente affermato che se il Borbone si fosse staccato dal tradizionalismo cattolico, dal mercantismo e protezionismo statalista , e si fosse gettato tra le braccia di lord Palmerstone o del carbonaro Luigi Napoleone, probabilmente Napoli sarebbe ancora oggi capitale . Quanto alla storia is di Fenestrelle, il prof. Alessandro Barbero , ottimo storico, ha tirato fuori dall’archivio di stato di Torino 265 unità archivistiche su 2265 , unità sprovviste di documenti di corredo ( cioè a casaccio ) . Questa ricerca è venuta fuori solo come risposta alla crescente vigoria della narrazione filoborbonica , secondo cui i soldati del disciolto esercito napoletano , siamo stati sterminati nei campi di rieducazione militari e nell’universo concentrazionario che venne allestito al nord , per contenere quegli umili della bassa forza del Regno di Napoli . Una cosa è certa : se gli alti ufficiali borbonici avessero avuto lo stesso coraggio ed amore patrio di quei ragazzi finiti nei campi di concentramento del nord , i cosiddetti garibaldini , non sarebbero nemmeno partiti . Al di là delle fantasie storiche dell’una e dell’altra parte, basterebbe solo leggere integralmente i carteggi di Cavour, come ha tentato di fare il prof. Roberto Martucci , per capire come andarono le cose . Basterebbe leggere ciò che Massimo D’Azeglio scrisse al senatore Matteucci nel luglio del 1861, quando a sud del Tronto si versavano fiumi di sangue di contadini e popolani per mano dei liberatori scesi dal nord . Era un sangue da versare sull’altare della Rivoluzione liberale . Mi taccio . Vergognatevi .

    • Saverio Paletta Giugno 10, 2019 8:02 pm

      Egregio Carmine,
      Andiamoci piano con gli insulti venati di moralismo, perché non dobbiamo vergognarci proprio di un bel niente.
      Detto questo, creda pure a quel che vuole. Ma su alcune cose sono costretto a fare alcune precisazioni.
      La prima: il bravissimo Giulio Tremonti non è uno storico né uno storico dell’economia. È un fiscalista geniale prestato alla politica. Perciò prima di prendere per oro colato quel che dice dovremmo chiederci quanta propaganda ci sia dietro.
      La seconda: non si possono interpretare vicende ottocentesche con la nostra impostazione, che in parte è novecentesca e in parte postmoderna.
      Perciò sarei cauto nel tagliare con l’accetta come fa Lei i rapporti tra potenze internazionali. Da tutto il balletto diplomatico da Lei citato emerge solo un dato: la miopia politica di Borbone, che finì per isolare il loro Regno, a dispetto di alcuni ottimi risultati. Fu questo isolamento internazionale che causò il crollo delle Due Sicilie.
      Terza precisazione: la ricerca compiuta da Barbero sulla vicenda di Fenestrelle non è una volgare “pesca a strascico” negli archivi ma una ricerca a campione, condotta sul dieci per cento dei documenti consultabili custoditi presso l’Archivio di Stato di Torino. Sui motivi di questa scelta si è soffermato lo stesso Barbero nel corso del dibattito avuto qualche anno fa con Gennaro De Crescenzo, il presidente del Movimento Neoborbonico, di cui tuttora esiste un video su Youtube.
      Aggiungo solo che ai moderni sondaggisti bastano campioni di meno del dieci per cento per prevedere i risultati delle elezioni o un’oscillazione di Borsa. Quindi nessun affanno sulla pretesa vigoria della narrazione neoborb, ma solo una risposta rigorosa a livello scientifico.
      Ultima precisazione: la storia del brigantaggio e della relativa repressione è più complessa di come se la figura Lei (e, specularmente, di come se la figura chi vuol ridurre una guerra civile a un mero fenomeno criminale). Lei, che ha citato degli storici (si spera dopo averli anche letti), sa che la storiografia è un dibattito perenne, in cui le verità si possono dare per acquisite solo in seguito a un lungo lavorio. Non sarebbe il caso di lasciar lavorare gli storici senza fare gli ultrà?
      Saluti,
      Saverio Paletta

  13. Augusto Marinelli Giugno 18, 2019 3:01 pm

    Il signor Carmine Di Somma cerca di screditare il lavoro di Alessandro Barbero sostenendo che questi avrebbe consultato “a casaccio” 265 unità archivistiche delle 2665 contenute, secondo le cifre circolanti ad opera degli ambienti neoborbonici, nel fondo interessato. Quale sia questo fondo però il signor Di Somma non ci dice, così come non precisa quali “corredi” sarebbero a suo avviso indispensabili per condurre la ricerca in questione. Ora, a parte altri fondi che non rileva qui ricordare, i principali fondi nei quali Barbero ha eseguito le sue ricerche sono: 1. Ministero della Guerra, 1861-1870. Direzione Generale dei Servizi amministrativi, che contiene documenti dall’anno 1853 all’anno 1872 per un totale di 1247 unità, 2. Ministero della Guerra. Direzione generale delle leve, bassa forza e matricola, i cui estremi cronologici sono 1821-1871, e che di unità archivistiche ne contiene 2773. È del tutto ovvio per chiunque si intenda di ricerca archivistica che per la consultazione si scartano le unità archivistiche estranee all’arco di tempo che interessa, o emanate da uffici che con il problema studiato non hanno alcuna attinenza, o appartenenti a categorie estranee al tema che si sta trattando. Indicare il totale – vero o presunto, qui il numero 2665 mi pare presunto – delle unità archivistiche di un fondo è perciò del tutto fuorviante ai fini del giudizio sul lavoro svolto.
    Aggiungo. Il libro di Barbero apparve nel 2012. Da allora sono trascorsi sette anni, tempo più che sufficiente a chiunque per condurre una propria ricerca nel fondo innominato e smentire, trovandone le prove, le conclusioni di Barbero. Se nulla del genere è accaduto, giganteggia il dubbio che quelle prove non esistano affatto salvo che nelle insinuazioni di taluni ambienti.
    Infine, registro che il signor Di Somma ignora che molto del sangue sparso a sud del Tronto fu sparso da meridionali che militavano in campi contrapposti. Per non rubare troppo spazio rinvio sul punto all’ottimo e recentissimo studio, condotto su decine di fondi archivistici, del meridionalissimo Carmine Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870.

  14. francesco billeri Luglio 31, 2019 8:33 am

    Sei solo un emerito cretino. Ma non sarà che sei tu che cerchi notorietà?

    • Saverio Paletta Agosto 2, 2019 7:36 am

      Egregio Billeri,
      Sarebbe troppo facile rispondere a insulto con insulto, ma non è il mio stile. Sarebbe persino possibile rivolgermi alle autorità competenti (Polpost e autorità giudiziaria) perché provvedano a identificarla (a meno che non sia un fake, come d’altronde sarebbe tipico dei “leoni da tastiera”), ma non ho tempo da perdere.
      Oppure avrei potuto semplicemente far finta di nulla e cestinare.
      Preferisco risponderle con una domanda: quel che dico nell’articolo è falso o inesatto? Mi pare proprio di no…
      Cordialmente

  15. Giorgio Fieramosca Agosto 10, 2019 4:55 pm

    Francesco Billeri non ha risposto . Forse aspetta istruzioni

    • Saverio Paletta Agosto 10, 2019 6:09 pm

      Sempre che questo Francesco Billeri esista per davvero e non sia un fake…

  16. Augusto Marinelli Agosto 11, 2019 10:44 am

    Abbiate pazienza. Francesco Billeri, aiutato da Carmine Di Somma, sta cercando di scoprire in quale fondo si trovino le 2665 unità archivistiche contenenti le prove “ignorate” da Barbero. Poi dovrà leggerle. Infine risponderà. Date loro il tempo.

  17. Giorgio Fieramosca Agosto 18, 2019 10:55 pm

    Siccome non ho l’obbligo di essere ” political correct ” posso dire quello che penso di Francesco Billeri , ma onestamente faccio fatica a trovare qualcosa di appropriato . Sarebbe troppo facile dire che e’ un cretino Ma forse e’ sufficente dire che e’ un neo borbone – Non occorre altro…

    • Saverio Paletta Agosto 20, 2019 8:51 am

      Egregio Giorgio,
      Grazie per la solidarietà. Io continuo a credere che Billeri sia un fake che come altri fake si diverte a “trollare”.
      Se ha argomenti (ed esiste) si rifarà vivo. Altrimenti, credo che nessuno di noi ne sentirà la mancanza.
      Mi dissocio solo da una cosa: rispondere a insulto con insulto. Questi lasciamoli a loro. Noi abbiamo ben altri argomenti.

  18. Alfio Casella Agosto 19, 2019 12:28 pm

    Egregio Sig. Paletta,
    aldilà delle idee che si possono avere, degli studi e delle analisi, sono dell’idea che un giornalista affidabile debba essere privo di “simpatie o antipatie” politiche; purtroppo in lei percepisco un certo fazionismo politico e l’avvertirlo provoca dispiacere.
    Fatta suddetta premessa, vorrei dire alcune cose: il Sig. Aprile potrebbe aver torto come ragione poiché, come lei saprà, su certi argomenti e su certe “teorie” (dato che a suo dire nulla degli scritti di Aprile è confermato con certezza) il filo tra giusto e sbagliato è molto sottile; tuttavia ci sono anche dati piuttosto certi e bisogna ricordare come in Sicilia si raffini circa il 40% del fabbisogno italico di carburanti (se non erro il 36%) per mezzo degli impianti di Milazzo, Priolo Gargallo e Gela, oppure potremmo parlare di Sigonella, di Birgi, del MUOS a Niscemi, del gasdotto algerino etc… Ed in cambio la Sicilia cosa ne ha? Catania-Trapani in treno in 16/18 ore? Vie di comunicazione fatiscenti? Laureati costretti ed emigrare? Assistenzialismo? Sistemi di telecomunicazione inefficienti? Assenza di opere di urbanizzazione primaria in molti grossi centri? Assenza di infrastrutture sportivo/ricreative adeguate? Tali fenomeni lei come li chiamerebbe? Potrebbe forse essere una forma di sfruttamento? Un laureato in Sicilia è costato alla famiglia un importo ma, per forza di cose, sarà costretto ad emigrare al nord lasciando la ricchezza prodotta (sia in termini di lavoro che in termini di stipendio) al nord stesso!
    E’ vero che sarà anche colpa dei siciliani, della mala politica, dei tanto famigerati “ascari” ma se un governo centrale esiste non dovrebbe vigilare anche su ciò che succede in Sicilia? Non dovrebbe verificare, a prescindere, se le raffinerie che stanno distruggendo le nostre coste operano a norma di legge? Non dovrebbe far si che il margine di ricchezza economica tra nord e sud si riduca invece che aumentare?
    Chiudo con gli interrogativi che, in verità, sarebbero ancora molti ma vorrei farle notare che i motivi per cui la questione meridionale è nata ed esiste alimentando questo sintomo di malessere magari non è solo una questione di “fantasie” del buon (o cattivo, dipende dai punti di vista!) Pino Aprile.
    Saluti

    • Saverio Paletta Agosto 20, 2019 8:57 pm

      Egregio Casella,
      Lei scrive: «Aldilà delle idee che si possono avere, degli studi e delle analisi».
      Mi permetto di risponderle: il giornalismo è fatto di idee (e certo, anche di opinioni, purché ben motivate ed espresse con civiltà) e di analisi. Questi tre, da Lei menzionati come optional, sono i dati imprescindibili di qualsiasi dibattito condotto con un minimo di onestà, non solo intellettuale.
      Poi aggiunge: «Sono dell’idea che un giornalista affidabile debba essere privo di “simpatie o antipatie” politiche; purtroppo in lei percepisco un certo fazionismo politico e l’avvertirlo provoca dispiacere».
      Le rispondo di nuovo: un giornalista è un cittadino normale e ha diritto a simpatizzare o ad antipatizzare con chi vuole. Con una sola differenza, dovuta a motivi deontologici e alla responsabilità del ruolo: motivare simpatie e antipatie con i fatti e non eccedere nel linguaggio.
      E inoltre: quale sarebbe il mio “fazionismo”? Sulla base di quali moventi politici criticherei Aprile?
      Vede, non è proprio irrilevante il fatto che Aprile abbia torto o ragione. Da giornalista trovo inaccettabile che parli dei problemi attuali del Sud un collega che, a dispetto del suo ricco curriculum, ha affrontato la questione meridionale in termini e modi inaccettabili. E cioè, con gli svarioni storiografici (e spesso con falsi storici veri e propri) di cui abbondano le riflessioni sul Risorgimento contenute in “Terroni” e “Carnefici”.
      Non entro nel merito dei problemi della “sua” Sicilia, se non nella misura in cui mi ricordano quelli della “mia” Calabria.
      Dopo anni passati nelle trincee della cronaca, trovo non bello che si possano scaricare le responsabilità delle attuali classi dirigenti (la causa reale delle nostre arretratezze, delle nostre inefficienze e delle nostre corruzioni, piccole e grandi, di cui siamo tutti a volte vittime e a volte complici), su un passato le cui atrocità sono da dimostrare (cosa che Aprile non ha fatto, a dispetto del linguaggio feroce dei suoi libri e dei tanti articoli dedicati al revisionismo antirisorgimentale).
      La invito a navigare il sito: vi troverà un corposo dossier sulle questioni sollevate dai “terronisti”, in cui ho smontato, con l’aiuto di alcuni validi studiosi, le tesi “revisioniste” a partire dalle quali Aprile e altri hanno costruito la propria immagine pubblica, su cui ora tentano di lanciarsi in politica.
      L’ho fatto semplicemente per amor di verità, che mi creda o meno.
      E poi l’ho fatto per rispetto dei tanti studiosi che consumano l’esistenza negli archivi e dei tanti giornalisti che, a differenza di Aprile, fanno i conti in tasca alla “classe padrona” che condiziona in negativo le nostre terre, con molti rischi, poca fama, poca visibilità e ancor meno quattrini.
      Se questa è faziosità…
      Ad ogni buon conto, Lei è libero di pensarla come vuole: non ho la voglia né il potere di impedirglielo. Ma non metta in dubbio la mia buonafede, come io non metto in dubbio la Sua.
      Cordialmente,
      Saverio Paletta

  19. Augusto Marinelli Agosto 22, 2019 11:26 am

    Mi scuso se intervengo troppo in questa discussione. Mi limiterò a ricordare al signor Casella che nel 2011 Pino Aprile era indicato come possibile “frontman” del suo partito nascente da Raffaele Lombardo, presidente della Regione Sicilia, sulla cui politica, e sugli effetti deleteri (per non dir peggio) che essa ebbe sulla Sicilia, esiste una abbondante letteratura. Come referenza per Aprile mi pare che basti e avanzi.

  20. salvatore leonardi Settembre 1, 2019 7:47 pm

    Egregio Sig. Paletta, come giustamente dice lei ognuno è libero di credere a ciò che vuole e tutti siamo tenuti a rispettare le opinioni altrui. Mi permetto di esporre le mie a lei ed a quelli che mi hanno preceduto. Premetto che NON sono un neo borbonico. Avverto, me lo lasci dire, che nella descrizione del C.V. che lei ha descritto di Pino Aprile traspare un certo disprezzo per il personaggio ed il suo passato di giornalista di rotocalchi popolari, Tuttavia…Nel copioso battibecco che ho letto fin ad ora tra lei ed il suoi lettori mi appare evidente che si prendano a pretesto alcune affermazioni invero a volte esagerate a volte non provate (Fenestrelle e il milione di morti durante il brigantaggio) per screditare tutto un periodo della storia d’Italia che invece andrebbe rivisitato (non ho usato il termine revisionato non a caso) per descrivere la storia dell’Unità d’Italia non come Epopea Risorgimentale (quella che ho studiato sui libri prima del liceo e poi dell’Università) dove il fenomeno del Brigantaggio e del terrore in cui furono immerse le popolazioni meridionali per circa un decennio dopo l’unità vengono riassunte in un massimo di due/tre righe (ho ancora i libri di testo, se me lo chiederà le conterò con accuratezza). E già questa mi sembra un enorme falso storico prodotto da tutti gli storici di talento degli ultimi 150 anni per dire che appare inopportuno continuare ad affermare che quello che dicono gli storici accademici sia sempre oro colato. Non sono uno storico, solo un appassionato di storia ma non mi ritengo uno sprovveduto. Allora mi dica lei se gli storici affermano che ad un certo punto nell’ex Regno delle Due Sicilie furono inviati 120.000 uomini si dovrebbe supporre che forse non solo di brigantaggio criminale si trattava ma forse di un fenomeno che non doveva essere liquidato in due o tre righe. Se, come afferma Gramsci nella “Questione Meridionale”, ci fu “la effettiva trasformazione del Sud in un mercato di consumo dai manufatti industriali del Nord (pg 48/49), e se sempre Gramsci afferma che “la borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento” (pag.73), e se ancora con il beneplacito del governo fascista gli industriali del nord dopo “la conquista delle società cotoniere del Salernitano trasferirono le macchine, camuffate da ferro vecchio, nella zona tessile lombarda” (pg 87) vuol dire che a circa 50 anni dall’unità continuavano le operazioni di esproprio dell’industria del sud come fecero con le officine di Pietrarsa o con le fonderie di Mongiana o con la società di navigazione napoletana e mi fermo qui. Io credo che la Questione Meridionale per il rispetto che si deve avere delle popolazioni del sud (e lei da calabrese sa cosa voglio dire quando si è cresciuti con il complesso della minorità rispetto ai concittadini dell’altra Italia) debba essere trattata con il rispetto e l’onestà intellettuale che tutti riconoscono a Guido Dorso e Piero Gobetti a Rocco Scotellaro e a Carlo Levi e nessuno di questi giganti può essere accusato di essere o essere stato neo-borbonico o amico di Pino Aprile. Un’ultima riflessione: se Pino Aprile, che lei descrive come un uomo pieno di contraddizioni e a malapena le riconosce il titolo di collega, ha alzato questo enorme putiferio, se storici “accademici”, se giornali come la Repubblica, Il Giornale ed altri quotidiani di caratura nazionale danno così largo spazio a giornalisti, studiosi, storici per attaccare Aprile dipingendolo nè più nè meno come un pifferaio che si trascina una pletora di popolani creduloni, io qualche domanda un pò meno superficiale sul successo delle sue tesi me la farei.
    Un cordiale saluto
    Salvatore Leonardi

    • Saverio Paletta Settembre 4, 2019 12:16 pm

      Egregio Salvatore,
      Innanzitutto, grazie per l’attenzione.
      Nel risponderle, trovo doverosa una precisazione: io non battibecco coi lettori in alcun modo. E non sono battibecco le risposte dure – ma sempre nei limiti delle buone creanze – che ho dovuto dare a qualche persona non proprio educata, per rispetto di quelli come Lei che, al contrario, dibattono in maniera civile.
      Dopodiché, come tutti gli argomenti che appassionano, anche quello trattato in questo articolo, è risultato divisivo: da un lato, chi sposa in tutto o in parte le tesi “apriliane”, dall’altra chi le rigetta.
      Io da che parte sto? Da nessuna. O meglio, mi mantengo nel recinto di un’informazione deontologicamente a prova di bomba in cui gli unici padroni sono i lettori, che non censuro in alcun modo.
      Credo, immodestamente, che anche l’articolo in questione rientri in questo parametro.
      Detto questo, è giusto chiarire che non disprezzo nessuno, tantomeno Aprile.
      Mi sono semplicemente limitato a dire che è davvero difficile che un perito industriale che non ha mai visto un’università o non l’ha vista del tutto (ed è perciò difficile che conosca i metodi della ricerca, in questo caso quella storica), possa discettare di argomenti su cui gli storici professionisti consumano le proprie esistenze per compensi da fame e senza quasi alcuna ribalta mediatica.
      Nulla di particolare da dire sull’operato giornalistico di Pino Aprile: a quel che mi risulta, è stato un “integrato” fino alla pensione. Poi si è scatenato e ha scoperto il “sudismo” dopo essersi dedicato alla navigazione a vela.
      Per questi motivi, trovo a dir poco pericoloso il discorso che ha imbastito sulla Questione Meridionale. Come giustamente nota Lei, non dice nulla di nuovo: mescola le polemiche ottocentesche della pubblicistica borbonica con le polemiche politico-culturali di matrice gramsciana.
      Il risultato è una specie di rivendicazionismo 2.0 di grande presa sui mal di pacia di molti meridionali (escluso che scrive, che il mal di pancia ce l’ha ma non crede che certo revisionismo sia la cura) ma di scarsa consistenza scientifica. Una panacea simile a certi prodotti che gli imbonitori vendevano nei villaggi del West. Ma più pericolosa, perché deresponsabilizza le nostre attuali classi dirigenti. Già: se la colpa è di Garibaldi e del Profondo Nord, perché prendercela con gli amministratori che, a mio non sommesso parere, sono i responsabili di tanto degrado?
      Glielo dice uno che, nel suo piccolo, ha speso e bruciato buona parte della sua carriera a fare i conti in tasca a questi amministratori (e ai loro oppositori, che spesso erano peggio) senza clamori ed eroismi inutili ma con un lavoro costante. Si fidi sulla parola.
      Veniamo al meridionalismo classico: siamo davvero sicuri che Gramsci (che non mi entusiasma) e Gobetti (che preferisco) siano quegli intellettuali “puri” che tanta letteratura politicizzata continua a tramandarci?
      Direi di no: sono statti essenzialmente dei rivoluzionari che usavano anche la cultura per fini di lotta politica. Soprattutto il discorso gramsciano risente di questo vizio di fondo, perché era lo storytelling di un leader comunista che, isolato dal Psi nelle masse operaie del triangolo industriale, cercava spazi nel proletariato rurale del Sud.
      Insomma, quella di Gramsci fu una tattica politica contingente, rivolta contro il riformismo socialista e contro il ceto liberale di origine risorgimentale, non di sicuro la creazione di categorie intellettuali che possano orientare oggi una battaglia culturale.
      Viceversa, ci sono cose vere e universali nel meridionalismo di Gramsci, ma perché le riprese lui, tant’è che sono presenti anche nelle elaborazioni, più realistiche e argomentate meglio, di Salvemini, un autore sicuramente più compatibile con le libertà di cui fruiamo tutti e grazie alle quali possiamo “battibeccare” quanto ci pare senza censure.
      Detto questo, mi permetto di formulare una domanda: che c’entra l’indigeribile intruglio culturale di Terroni con la Questione Meridionale? Mi rispondo: è essenzialmente un modo di vincere nel mercato dell’informazione cavalcando il malessere. Funziona? Senz’altro: ma chiamiamolo col suo nome: marketing e non cultura. Tantomeno politica.
      E, mi perdoni davvero, quelle su Fenestrelle e il milione di morti non sono «affermazioni esagerate e a volte non provate». Sono enormità pericolose non provate in alcun modo, che rischiano di incancrenire ulteriormente un clima già saturo di disagio e odio sociale.
      Sul brigantaggio: l’invio di 120mila soldati per garantire la sicurezza alle popolazioni meridionali, le vere vittime dei briganti (soprattutto i poveri, che subirono ben più dei ricchi), non sposta di una virgola l’assunto che il brigantaggio fu una tipica politicizzazione di un fenomeno criminale, fortissima perché verificatasi in un momento di crisi (gli studiosi, soprattutto, i giuristi parlano di “rottura dell’ordinamento”) e che richiese una risposta altrettanto forte. Che ci fu, a volte sproporzionata e a volte sbagliata. Ma doveva esserci, perché in tutte le guerre civili i criminali hanno un ruolo di primo piano.
      Sempre a proposito di crimini, la invito a leggersi le sentenze di condanna di parecchi briganti: vi troverà una sfilza impressionante di reati comuni, dalle estorsioni agli stupri, che poco hanno a che fare con motivazioni politiche.
      Infine una nota sugli stramaledetti libri di testo: le poche righe che ho scritto dovrebbero far capire che al brigantaggio e a fenomeni simili un testo scolastico, che deve spiegare le cose a livello basilare, può dedicare poco. Non perché non meritino, ma perché sono davvero troppo complessi.
      Ma non appena ci si sposta sulle monografie, ci si accorge che la narrazione prevalente è stata a lungo ipercritica e che la storia del Risorgimento si è tramutata in una critica del Risorgimento. Anche in questo caso, non è difficile cogliere un motivo politico: la classe dominante antifascista cercò di minimizzare il Risorgimento e di sostituirgli la Resistenza, politicamente più spendibile. Come si vede, un disegno egemonico che poco ha a che fare con l’amor di verità e molto con la polemica politica contingente.
      Sulle vecchie industrie del Sud, è in corso una serie di ricerche importanti, a cui la rinvio.
      Infine la invito a navigare il sito e a cercare i vari articoli in cui ho criticato e smontato il revisionismo, anche quello di autori più “di spessore” di Aprile (ad esempio, Gigi Di Fiore). Questo per farle capire che non odio e disprezzo nessuno, ma mi limito ad applicare il metodo giornalistico alla lettura dei fenomeni. Anche di questo.
      Mi scusi per la lunghezza, ma i tanti stimoli del suo intervento meritavano una risposta articolata.
      Un cordiale saluto

  21. Augusto Marinelli Settembre 4, 2019 9:44 pm

    Mi scuso se intervengo, ma avendo appena pubblicato un libro sull’economia siciliana in età borbonica e dunque avendo studiato questo problema, mi permetto di rettificare, senza alcuno spirito polemico, alcune affermazioni che il signor Leonardi ripete da Antonio Gramsci. Dopo il 1860 le industrie manifatturiere del Nord (e già l’uso del vocabolo “Nord” richiederebbe più di una puntualizzazione) erano troppo deboli per poter trasformare il Sud in un mercato di consumo dei loro prodotti industriali e questo non solo nei settori “nuovi” quali l’industria meccanica ma anche in quelli tradizionali come il settore tessile. Per evitare di annoiare i lettori con numeri e citazioni, rimando soltanto a R. Romeo, Breve storia della grande industria in Italia 1861-1961, Bologna, Cappelli, 1961, pp. 16-22. Bisognerà aspettare quasi la fine del secolo perché in Italia si abbia la prima, vera “rivoluzione industriale”, che avrà come teatro principalmente Lombardia, Piemonte, Liguria per un insieme di ragioni complesse: ma dal 1860 erano ormai trascorsi quasi quarant’anni. Quanto alle industrie tessili del salernitano, dopo una breve crisi post-unitaria, ripresero a macinare utili: quanto poi accaduto dopo il 1918, non ha alcun rapporto ovviamente con le vicende dell’unificazione nazionale.
    Inutile precisare che non vi fu alcun esproprio di Pietrarsa, che continuò a funzionare fino al 1975, e che la maggiore società di navigazione post-unitaria apparteneva prima a Vincenzo, quindi a Ignazio Florio che non erano esattamente valdostani. Su Mongiana, è noto che la sua produzione aveva costi superiori a quelli dei pochissimi altri stabilimenti anche perché la sua posizione periferica aumentava moltissimo le spese di trasporto.
    Aggiungo infine che in epoca borbonica era la Sicilia a fungere da “colonia interna” del regno delle Due Sicilie, il che spiega molte cose della vicenda risorgimentale nell’Italia del sud.
    Cordialità

  22. Francesco Cardarelli Settembre 5, 2019 2:52 pm

    Voglio solo aggiungere che tanti storici di alta levatura hanno parlato del Sud come terra di conquista dei Savoia. Ne cito uno di grande mestiere, come Giordano Bruno Guerri, con tutti i “distinguo” di metterlo a confronto con Aprile, che ha scritto un pregevole libro ” Il sangue del sud ” con un sottotitolo inequivocabile, Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio, con una ricca bibliografia. La tesi di fondo del libro è la stessa: il Sud Conquistato, a dispetto del patriottismo risorgimentale. , come una colonia del Nord..
    Un saluto.

    • Saverio Paletta Settembre 9, 2019 7:14 am

      Egregio Francesco,
      Se fosse stato colonialismo, c’è da dire che dieci anni di guerra civile con un totale di circa 15mila morti (tra militari, briganti e vittime civili soprattutto di questi ultimi) non sono stati un buon affare.
      Per Giordano Bruno Guerri vale un discorso più sfumato rispetto ad Aprile: è un buon giornalista, a tratti molto brillante, ma non è uno storico.
      Non contesto la qualità della scrittura e delle argomentazioni, ci mancherebbe. Dico solo che titoli o sottotitoli come “controstoria” o “antistoria” dovrebbero far riflettere: il più delle volte sono dei titoli “urlati” per cavalcare mode culturali. E non è un caso che questo volume di Guerri sia uscito, come il grosso della produzione di Aprile e Gigi Di Fiore, a cavallo delle celebrazioni del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia.
      Furbate per accattivarsi i malumori del pubblico meridionale.
      Dia retta a me, che faccio il giornalista e, a dispetto delle tante difficoltà, sono orgoglioso di farlo: lasciamo la storia agli storici, magari con la preghiera che usino un linguaggio più chiaro…
      Ricambio il saluto

  23. Mr. Settembre 12, 2019 12:58 pm

    Egregio Sig. Paletta, trovo stimolanti le sue osservazioni su quanto da me scritto. Tuttavia sento la necessità di proporle alcune precisazioni anche in relazione a quanto aggiunto alla discussione dal sig. Marinelli. Mi avete fatto osservare che Gramsci era un teorico rivoluzionario e quindi le sue critiche erano subordinate alla ricerca del successo delle sue teorie per il sovvertimento dello stato liberale e poi fascista dell’epoca. Allora voglio sperare che una citazione dello storico napoletano Pasquale Villari (1827-1917) sia per voi fonte attendibile ed incontrovertibile. Scriveva dunque il Villari “Quando torno a Napoli ritrovo le cose come le lasciarono i Borboni… i medesimi infelici, forse ancora più oppressi, più affamati di prima…i borghi sono oggi purtroppo quel che erano prima” e ancora “Il Governo costituzionale è in sostanza il regno della borghesia. La classe dei proprietari, in mancanza d’altra, divenne governante, e i municipi, le province, le opere pie, la polizia rurale furono nelle sue mani”. Questo per dirle che sono ben conscio della pochezza delle classi dirigenti meridionali dell’epoca e attuali. Ma… ma allora uno stato unitario ci dovrebbe essere anche per riformare ciò che non funziona e invece da oltre 150 questo cancro che concorre, con gli interessi e gli egoismi localistici del Nord a tenere in scacco una rinascita dei territori del Sud è ancora lì. Si è solo trasformato in clientele che controllano voti perché tutto cambi senza che nulla cambi. Ricorda la politica della DC?: voti in cambio di assistenza e di posti, non di lavoro, ma di posti, meglio se fissi, un “do ut des” che ha reso ancora più succubi le popolazione meridionali. Ricorda la scarpa destra promessa dal cosiddetto “Comandante” Lauro in cambio del voto e consegna della scarpa sinistra ad elezioni avvenute? Diseducazione per controllare, economia di sussistenza per non reclamare diritti e dignità fondata sui bisogni che devono restare a livello di sussistenza altrimenti il giocattolo non funziona più. Politica assistenzialista per una politica economica di sottosviluppo programmato.
    Per quanto riguarda Bruno Giordano Guerri e Pino Aprile stigmatizzati per aver cavalcato l’onda delle celebrazioni del 150mo anniversario dell’Unità d’Italia per lucrare con libri, definiti tutto sommato propagandistici di un meridionalismo straccione di ritorno, mi lasci dire che non concordo affatto. Secondo lei non è proprio in concomitanza di anniversari, di ricorrenze, di fatti accaduti che fiorisce una letteratura relativa a questi fatti? Si parva licet allora cosa dovremmo dire a tutti quelli che editano libri in coincidenza del 500mo anniversario della morte di Michelangelo quest’anno o dell’Imperatore Augusto qualche anno fa? Queste considerazioni hanno il sapore di strumentalizzare un fenomeno sempre più palpabile di una parte non piccola di popolazioni meridionali che cominciano a mal tollerare un paese ostaggio degli appetiti egoistici di una sola parte del paese e che da ultimo vorrebbero ulteriormente penalizzare le popolazioni meridionali con un concetto di autonomia espressamente escluso dalla nostra Costituzione.
    Per quanto riguarda più specificatamente le osservazioni del sig. Marinelli, ritengo che abbia mal interpretato, forse a causa di una mia inadeguata e poco chiara esposizione, che gli episodi da me accennati: Pietrarsa, Mongiana, le industrie tessili del Salernitano, erano esempi volutamente sparsi temporalmente in un lungo arco di tempo per significare che la politica economica del Regno d’Italia ha costantemente penalizzato, o se preferisce premiato, una sola parte del nuovo Regno. E proprio in riferimento a quei singoli episodi che si appalesa un approccio duale di politica economica. Se è vero che Mongiana era sì mal servita logisticamente, il Governo aveva due scelte: chiudere e trasportare tutto a Terni, come avvenuto, o collegare con infrastrutture appropriate la fonderia. Pietrarsa ha chiuso da qualche decennio ed ora è solo un museo, bello, ma museo. E perché, visto che lì, prima dell’Unita d’Italia si produceva tra l’altro materiale ferroviario con un numero di operai che non aveva quasi riscontro nel resto d’Italia ed era un polo ben collegato col porto di Napoli si è preferito dare impulso ad altre zone d’Italia, guarda caso tutte situate nel nord d’Italia. E’ pur vero che il triangolo industriale Torino, Milano, Genova non esisteva ed una politica protezionista e di investimenti massici ne ha permesso lo sviluppo. Ma allora non è contraddittorio dire che se non esisteva al Nord come al Sud bisognerebbe chiedersi come mai poi la “rivoluzione industriale” ha coinvolto solo una parte d’Italia e non l’altra? Come si fa a non pensare che una parte non sia sempre e comunque discriminata dall’altra fin dal 1860? Come si fa ad accettare una contraddizione così stridente tale da far accettata come normale che nel 2019, Matera, Capitale Europea delle Cultura, non ha dopo 150 anni un treno che la raggiunga? Non aggiungo altro, ma tengo a precisare che la mia partecipazione a questo dibattito è solo il desiderio di dimostrare che una politica unitaria e paritaria tra territori dello stesso paese ha una lunga storia iniziata e mai veramente mutata dall’ormai lontano 1860. Una unità siffatta appare essere solo una “Malaunità”.

    • Saverio Paletta Settembre 14, 2019 5:07 pm

      Egregio Leonardi,
      Lei cita senz’altro delle fonti prestigiose. Ma non sono né possono essere le uniche in un dibattito così complesso come quello relativo alla Questione Meridionale.
      A proposito di fonti, mi permetto di rinviarLa agli studi recenti di Salvatore Lupo, Paolo Macry ed Emanuele Felice (tre meridionali) che sostengono quanto segue:
      1) il Sud, dopo l’Unità è cresciuto tantissimo. Non come il Nord ma è crescito;
      2) il Sud è cresciuto soprattutto in regime di accentramento amministrativo. Con l’istituzione del regionalismo la crescita è rallentata e poi è iniziata la regressione, che ci ha portati al disastro attuale;
      3) il Sud è arrivato alla prova dell’Unità con una classe dirigente (mi riferisco soprattutto alla burocrazia e al ceto proprietario-imprenditoriale) inadeguata e, quel che è peggio, con un sistema sociale arretrato.
      Morale: molte colpe sono soprattutto nostre.
      Veniamo alle eccellenze: Lei cita Mongiana. Benissimo: le rispondo che nessuno volle smantellarla per cattiveria. La ferriera funzionava in un sistema protezionista (quello duosiciliano) e grazie a un committente unico (lo Stato). Finita quella situazione, non ha retto il mercato. Ecco tutto.
      Il governo unitario doveva dotare di infrastrutture il Sud? Certo, e lo ha fatto: parlano le statistiche. Ma non sarebbe bastata la bacchetta magica a costruirne di adeguate per consentire a uno stabilimento industriale sito in una zona marginale di recuperare il gap in tempi brevissimi.
      Infine: andiamoci piano con la critica alla Dc meridionale: questo partito produsse anche un gigantissimo come Aldo Moro. Glielo dice un laico a prova di bomba…
      Per il resto, La invito a vagliare con spirito più critico le fonti: il Sud, checché ne pensino certi meridionalisti (coi quali da meridionale orgoglioso di essere tale non mi identifico) e certi revisionisti, non è il centro dell’universo. E, a conti fatti, la deprecata Unità ha fatto un regalo a tutti: la possibilità di discutere in maniera civile che, mi creda, altrimenti non avremmo avuto.
      Cordiali saluti e, di nuovo, grazie per l’attenzione.
      Saverio Paletta

  24. salvatore leonardi Settembre 12, 2019 12:59 pm

    E’ saltato ilmio nome, sono Leonardi Salvatore

  25. anna letizia Candelise Settembre 15, 2019 9:14 am

    A proposito di meridione, meridionalismo, questione meridionale, vorrei aggiungere di mio questo. È indubbio che il Regno delle due Sicilie e di Napoli era un regno degno di questo nome, numeri alti per popolazione, ricchezza dei monumenti, secolare durata del regno. È stato un colpo di stato con furto e scasso ai danni di questa dinastia i Borbone che non erano né migliori né peggiori di tanti alti stati europei, comunque era uno Stato onorabilissimo, una delle capitali più importanti del mondo intero, una marina tra le più antiche al mondo. Purtroppo un miserando staterello del regno giovanissimo dei Savoia (1723 o giù di Lì) si trova al momento giusto nel posto giusto. E così nasce il Regno di Italia, dopo secoli di divisione ci possiamo dire italiani anziché piemontesi, duosiciliani, toscani ecc. Tralascio di evidenziare che il Regno di Napoli risale almeno all’epoca di Federico II cioè 1220. Che qui ci sono le radici dell’italiano parlato da Dante, Petrarca e Boccaccio, che tutto è nato a Napoli, teatro, musica, poesia, SanCarlo non è secondo a nessun teatro d’opera e Mozart aveva ricevuto un ingaggio dal re di Napoli. Dove sarebbe rimasto se il padre non avesse tramato per Salisburgo e poi Vienna, capitale di un Impero. Ma oggi che sono trascorsi più di 150 anni da quella data gli studiosi si dividono su numeri ed esiti. Restano i fatti, di un sud ricchissimo di ogni bene, materiale e immateriale, passato o presente, ma poverissimo di uomini oggi degni di un tale passato, che non sa dare il giusto peso ai suoi candidati politici e scema verso il plebismo. Questo è la deriva del presente. Dove ancora leggo e sento testimonianze di chi al civilissimo nord invoca di essere liberato da quelli del. SUD TERRONI E puzzolenti. Frasi incomprensibili, segno di una scuola che ha fallito sul piano civile e costituzionale.

    • Saverio Paletta Settembre 15, 2019 11:32 am

      Cara Anna Letizia,
      Innanzitutto, grazie per l’attenzione.
      Vengo al dunque: dire se il Regno delle Due Sicilie sia stato un Paradiso Mediterraneo usurpato, depauperato e devastato dai “piemontesi” non tocca a me, che sono solo un giornalista, né ai lettori: è compito degli storici professionisti.
      Per il resto, si può affermare una cosa: il Sud ricco e potente distrutto da un colpo di Stato (per usare la Sua espressione) e quindi ridotto ad area marginale non è mai esistito. Certo, ci sono zone depauperate dai rivolgimenti politici e dalla storia: pensiamo alle zone della ex Ddr, che ai tempi del Reich guglielmino erano floridissime e poi sono state devastate dalla guerra e depresse dal regime comunista. Ma quello tedesco è un caso eccezionale, determinato da rivolgimenti catastrofici e cambiamenti epocali.
      Il che non è avvenuto nel Mezzogiorno.
      Quindi, il Sud paradisiaco, dipinto dalla propaganda borbonica, ripresa dai “revisionisti” antirisorgimentali non è mai esistito.
      Ma non è mai esistito neppure il regime infame che deprimeva il proprio territorio dipinto dalla contrapposta propaganda risorgimentale.
      La verità sta nel mezzo? Proprio no.
      I tanto vituperati Borbone hanno avuto una colpa sola: l’incapacità politica di promuovere e completare le riforme che essi stessi avevano progettato e che avrebbero, se realizzate, potuto modernizzare il loro Regno. E chissà… magari l’Italia l’avrebbero potuta unire loro.
      Il piccolo Regno di Sardegna ebbe, in effetti, una marcia in più: una classe dirigente selezionata non più solo tra la nobilità, ma soprattutto nei ranghi di una borghesia perfettamente sintonizzata su quel che accadeva in Europa. Una classe politica di cui le Due Sicilie, per colpa della miopia dei Borbone, era sprovvista.
      Concordo sulle grandezze passate del Sud. Ma erano passate anche negli anni ’50 del XIX secolo, quando la partita si giocava con altre carte.
      Tra queste, non secondaria la geografia, visto che il centro propulsore dell’economia e della civiltà non era più il Mediterraneo dei tempi di Federico II ma l’Atlantico.
      Come vede, questi pochi dati sono complessi e non di immediata lettura. E tuttavia danno una cornice credibile per capire cosa fosse successo.
      Per capire come mai un territorio (il Mezzogiorno) ricco di potenzialità e non privo di eccellenze fosse in declino e come altri territori, politicamente più “giovani”, fossero in ascesa.
      La storia è troppo complessa per essere ridotta a slogan o per capirla sulla base delle nostre preferenze ed emozioni senza dare importanza al resto.
      Ancora grazie e spero che quel che leggerà sul sito, se avrà la pazienza di navigarlo, sia di Suo gradimento.
      Saverio Paletta

    • Augusto Marinelli Settembre 15, 2019 4:24 pm

      Spero non mi si consideri troppo fastidioso se mi permetto di aggiungere poche considerazioni a quanto scritto dal dottor Paletta. 1. Non è mai esistito un “Regno delle Due Sicilie e di Napoli”. È esistito, e di quello parliamo, il Regno delle Due Sicilie, nato grazie ad un gioco lessicale l’8 dicembre 1816. Pochi ricordano poi che Vittorio Amedeo II era diventato re proprio ottenendo la Sicilia (il suo regno durò dall’11 ottobre 1713 al 2 novembre 1720), e solo successivamente dovette cedere la Sicilia a Carlo VI d’Austria, ricevendo in cambio la Sardegna. 2. Rispetto molto il patriottismo napoletano della signora Candelise ma purtroppo il sud “ricchissimo” non lo era affatto nel XIX secolo, anzi proprio la leggenda della sua ricchezza causò molti equivoci nel momento della nascita del Regno d’Italia. 3. Che vi siano ancora oggi frange degli abitanti delle regioni settentrionali piene di pregiudizi anti-meridionali è certo vero (e molti di essi sono, come la signora saprà, meridionali), ma meno di quanti non fossero negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo passato; quando, a dire la verità, molti di noi si battevano in quei territori per affermare i diritti degli immigrati – che dormivano spesso nelle cascine abbandonate della pianura padana, per non dir d’altro – ma al nostro fianco degli attuali “meridionalisti” non vedevamo neppure l’ombra.

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