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Il revisionismo e il falso mito di Pino Aprile

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Il business del giornalista pugliese, dalla navigazione a vela alla controstoria

Vi ricordate Oggi e Gente? I due settimanali ora fanno a gara a sparare in prima pagina le immagini di soubrette, conduttrici tv e donne di successo, il meno vestite possibili. Tra gli anni ’70 e ’80 gareggiavano in cose più serie, almeno dal punto di vista storiografico: ritratti e titoli sui membri della famiglia Savoia, allora in esilio, sui superstiti della famiglia Mussolini e sullo scià di Persia.

In quei giornali fece la sua brava carriera il giornalista pugliese Pino Aprile, che fu direttore del primo e vicedirettore del secondo. Aprile, di cui – come per tanti giornalisti, che non ne hanno – sono sconosciuti i titoli accademici, proveniva dalla classica gavetta nei giornali locali, come La Gazzetta del Mezzogiorno.

Parliamo, ovviamente, dello stesso Pino Aprile che, dal 2010 in avanti, dopo una fortunata parentesi come esperto di navigazione sportiva a vela, si è riscoperto ultrameridionalista (almeno in pubblico, visto che altre tracce precedenti di questa sua passione non ce ne sono), ha buttato alle ortiche la precedente attività di divulgatore storico e si dedica al revisionismo antirisorgimentale.

I Savoia restano in cima alle sue preoccupazioni, ma non come personaggi da prima pagina bensì come bestie nere. L’Unità d’Italia, a sentire l’Aprile di oggi, è stata la iattura del Sud. Il Risorgimento fu una guerra di conquista, con tanto di genocidio annesso, almeno tentato e, a sentir lui, in parte riuscito.

Con questa ricettina, il Nostro ha scritto uno dei più grandi best seller del decennio: quel Terroni (Piemme, 2010) che, forte di oltre 250mila copie vendute, ha suscitato un dibattito fortissimo, che dal mondo della cultura (e nonostante esso) è tracimato nella politica. Se sette anni fa non ci fosse stato Terroni oggi il Movimento 5Stelle non avrebbe lanciato l’idea di una giornata della memoria dedicata alle vittime meridionali dell’Unità d’Italia. Senza il successo di Terroni, che ha trasformato il suo autore in una specie di Messia dei movimenti sudisti, le tesi dei neoborbonici giacerebbero in una nicchia più piccola di quella che occupano adesso. E non ci sarebbe, soprattutto, il battage editoriale che, a sette anni dal centocinquantenario dell’Unità, continua a martellare l’opinione pubblica, a dispetto della crisi dell’editoria.

Inutile dire che tanta fortuna si basa sul nulla o quasi: le tesi storiografiche di Aprile suggestionano al primo impatto ma si smorzano non appena si inizi una seconda lettura. Non solo per una questione di stile, che non è proprio gradevole (irrita ad esempio la scrittura in prima persona e l’abbondanza di dialettismi, roba che ad altri verrebbe censurata in qualsiasi giornale di provincia), ma soprattutto di contenuti e di onestà intellettuale.

Evitiamo di scendere nei dettagli del corposo revisionismo apriliano e soffermiamoci, piuttosto, su un’espressione che ricorre come un mantra in tutti i libri dell’autoproclamato storico di Gioia del Colle: «Certe cose non le sapevamo perché nessuno ce le ha mai raccontate». Non sapevamo, ad esempio, che l’Unità d’Italia fu la guerra di conquista vinta da uno Stato, il Regno di Sardegna, nei confronti di tutti gli altri della Penisola. Non sapevamo che all’Unità seguì un periodo di disordini profondissimi con episodi tragici, stermini e abusi da guerra civile. Non sapevamo che, in effetti, il Sud iniziò ad arretrare con l’Unità (o meglio, restò al palo mentre le altre zone, altrettanto non sviluppate, crebbero).

Ma non è vero che non sapessimo tutto questo perché «nessuno ce l’ha mai raccontato». Non lo sapevamo perché semplicemente non abbiamo studiato oppure non ci siamo documentati a dovere.

Dopodiché, persino il cinema si è occupato di certe cose. Si pensi all’eccidio di Bronte, rievocato da Aprile col tono di chi rivela novità assolute: a quest’episodio, tragico ma non sconosciuto, il regista Florestano Vancini dedicò nel 1971 Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, una coproduzione italo-jugoslava trasmessa varie volte dalla Rai e perciò vista da milioni di telespettatori. Nel 1999, invece, Pasquale Squitieri (la cui recente scomparsa è passata inosservata ai neoborbonici e agli aficionados di Aprile) girò Li chiamarono briganti, dedicato, appunto, alle gesta del brigante lucano Carmine Crocco. Anche la musica ha fatto la sua parte: nel 1974, ben prima che il milanese Povia si convertisse alle tesi neoborboniche per rilanciare la sua carriera con la stucchevole Al Sud, gli Stormy Six, band di punta dell’underground milanese, dedicarono una canzone al massacro di Pontelandolfo.

Se ci concentriamo invece sui libri, che poi sono le uniche fonti utilizzate da Aprile, che tuttavia ben si guarda dal fornire una bibliografia, ci accorgiamo che tutto era stato già scritto, anche con un certo rigore e che nessuno, a partire dal compianto Carlo Alianello e da Franco Molfese, autore di una pregevolissima Storia del brigantaggio dopo l’Unità, è mai stato censurato. Tutt’altro.

Tutto ciò che è riportato nei libri del pugliese a partire da Terroni era già stato pubblicato prima. È stato solo grazie al clima d’odio creato dalla crisi economica e politica del Paese e dalla rinascita dei pregiudizi localistici, in particolare quello antimeridionale sfruttato alla grande dalla Lega Nord dell’era Bossi, che certe tesi sono state distorte e trasformate nella clava politica che in tanti, adesso soprattutto i grillini, cercano di brandire per cattivarsi un po’ di consensi.

Ma secondo Aprile, che ha rincarato la dose nel suo ultimo Carnefici (Piemme, 2016), non sapevamo altro, e cioè che il Risorgimento è stato quasi un genocidio concertato ad arte. Peccato che il nostro non sia riuscito a provare le cifre da Prima Guerra Mondiale snocciolate per avallare la tesi che il Sud è quel che è perché i settentrionali, a furia di massacri e rapine, l’hanno depauperato. Peccato, inoltre che certe narrazioni siano state smontate nel frattempo.

Ad esempio, quella secondo cui Fenestrelle, il forte alpino in cui erano alloggiati i Cacciatori Franchi, cioè il corpo punitivo del Regio Esercito (italiano e non piemontese), fosse nientemeno una sorta di Auschwitz sabauda in cui sarebbero stati macellati a migliaia i soldati del disciolto esercito delle Due Sicilie. Al riguardo, val la pena di menzionare la polemica a distanza tra Aprile e lo storico torinese Alessandro Barbero, autore di I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle (Laterza, Roma-Bari 2012). Per parare il colpo dello storico piemontese, Aprile scende piuttosto in basso: definisce in Carnefici il suo contraddittore «un medievista e romanziere prestato alla storia contemporanea» e si arrampica sugli specchi, non riuscendo a controbattere coi documenti. Su questo punto si potrebbe rispondere non senza ironia che un medievista è uno storico e, in quanto tale, applica un metodo affinato sullo studio di documenti difficili come quelli medievali, redatti in latinorum o, peggio, in volgare. Di Aprile si sa, per sua stessa pubblica ammissione, che è un perito industriale. Nulla di male in ciò. Ma si ammetterà che il passaggio da perito industriale a storico attraverso il giornalismo è più tortuoso e dà meno garanzie sulla qualità della ricerca, o no?

Al netto delle polemiche, si potrebbe concludere che il potere di firma permette ad alcuni ciò che i titoli non consentono ad altri. Nel caso di Aprile si va oltre e il potere di firma diventa transitivo e generazionale. Infatti, Marianna Aprile, figlia di Pino e piezz’e core come tutti i figli d’arte, è una firma di Oggi e, di tanto in tanto, fa comparsate in Rai. Questo lo sappiamo.

E sappiamo altro. Sappiamo che i guai del Sud di oggi non sono il prodotto dei Savoia di ieri, ma di quella classe dirigente corrotta, incapace, impreparata e collusa che, spesso, ricicla il sudismo alla Aprile per dotarsi di una linea culturale. Sappiamo queste cose perché ce le raccontano tanti giornalisti che sfidano il precariato e le querele in redazioni spesso improbabili e fanno i conti in tasca a chi amministra quel po’ di potere rimasto e i suoi dividendi. E sappiamo che il compito di questi giornalisti è difficile perché la censura, anche fisica, è un rischio quotidiano. Diffamare i morti (se il generale Cialdini risuscitasse, quante querele beccherebbe Aprile?) invece è facile. Sappiamo anche questo, per averlo sperimentato di persona.

Ma prima o poi le mode passano. Sono passate quelle estetiche, che hanno condannato alla bulimia e all’anoressia qualche migliaio di ragazze, passeranno quelle culturali, che condannano all’odio migliaia di persone. Forse questo non lo sappiamo di sicuro. Ma ci speriamo. 

 Saverio Paletta

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

Comments

There are 29 comments for this article
  1. francesco paolo braione Novembre 20, 2018 3:37 am

    PALETTA..PALETTA….FAI COMMENTI COLL’ACCETTA!!SI CAPISCE CHE LE FONTI DELLE SUE AFFERMAZIONI SONO DI PROVENIENZA PIEMONTESI!!PERCHE’ INVECE DI DIRE CAZZATE NON SI DA AI SERVIZI SOCIALI,AL VOLENTARIATO,ALLE ONLUS E ABBANDONA LA STORIA…NO0N CONOSCE NEMMENO CHI ERA DAVVERO GARIBALDI..SE NE STIA A CASETTA SUA..SI METTA LA MAGLIETTA DI LANA ALTRIMEDNTI PRENDE IL RAFFREDDORE E COMINCIA A SPARARE ALTRE CAZZATE!!!

    • Saverio Paletta Novembre 20, 2018 4:52 pm

      Egregio Braione,
      Non Le rispondo per le rime perché coltivo ancora l’illusione di rivolgermi a un pubblico più civile di come Lei si è dimostrato in questo Suo commento. Detto questo, per rispetto alla mia professionalità (e a chi mi legge) sono costretto a precisarLe due cose.
      La prima: non sono abituato a verificare le notizie sulla base della loro provenienza territoriale ma mi attengo al criterio, più semplice e onesto, della verità o, alla peggio, della verosimiglianza.
      La seconda: tutto quel che ho scritto è di facile verifica attraverso strumenti comuni e di uso non impossibile: google, wikipedia più qualche libro, neanche troppo costoso o irreperibile.
      Detto questo, La invito a dimostrare che avrei scritto «cazzate» e in che modo le avrei scritte (scritte, ripeto, e non dette).
      Per il resto, non si preoccupi: alla mia salute so badare da me e so coprirmi a sufficienza. Semmai, se posso permettermi, Le consiglio di pensare bene a quel che scrive prima di farlo: non tutti potrebbero essere tolleranti e limitarsi a risponderLe se il Suo tono abituale è questo.
      Cordialmente,
      Saverio Paletta

      • francesco paolo braione Dicembre 14, 2018 4:07 pm

        ECCO CHE ESCE FUORI CON SOTTILI MINACCE!!MI DICA MI DICA SE NON SI LIMITASSE SOLO A RISPONDERMI COS’ALTRO INTENDEREBBE FARMI?

        • Saverio Paletta Dicembre 14, 2018 5:43 pm

          Ma chi l’ha minacciata? Le ho solo detto che i suoi toni maleducati e la sua completa mancanza di stile (che almeno ha dimostrato nei confronti di quel che ho legittimamente scritto) potrebbero suscitare reazioni non bellissime in persone meno civili di me. Mi limito a risponderle per la seconda volta. La terza finisce nello spam. Per quel che mi riguarda.

    • g . fieramosca Dicembre 28, 2018 11:09 pm

      Sig. Baione allora le consiglio di leggere quello che ha scritto sull’argomento il meridionalissimo ” Portale del Sud ” dove certi argomenti vengono trattati da storici , meridonali , e non ciarlatani

  2. Franca Martini Dicembre 10, 2018 12:22 am

    Aprile ha menzionato TUTTE le fonti degli avvenimenti, io non sono del sud, ma credo a Pino Aprile.

    • Saverio Paletta Dicembre 10, 2018 9:35 am

      Creda pure quel che vuole e a chi vuole. Questione di gusti.

    • Francesco Cacciatore Dicembre 20, 2018 10:00 am

      Menzionare una fonte non basta, bisogna verificare. E le “fonti” di Aprile sono state tutte smentite.

      • Saverio Paletta Dicembre 20, 2018 4:49 pm

        Grazie: ha centrato perfettamente lo spirito della mia inchiesta che non è “anti Aprile” né ispirata da spirito da curva sud. Semplicemente, è mossa da amor di verità.
        Saverio Paletta

  3. mariano Fresta Dicembre 11, 2018 6:37 pm

    Aprile con Stella e Rizzo costituiscono un trio che ha fatto più danni dei terremoti, come si può constatare guardando quello che sta (non ) facendo l’attuale governo …

    • Saverio Paletta Dicembre 12, 2018 8:44 am

      Non so darle torto. Tuttavia è giusto riconoscere che il pubblico ha le sue responsabilità: dei lettori più attenti e critici non avrebbero consentito un successo così sproporzionato a libri non all’altezza o non sempre all’altezza. Un’altra fetta di colpe ce l’ha il mondo accademico: se molti “baroni” si fossero dedicati all’alta divulgazione e avessero tenuto un contatto più serio e diretto col pubblico, certe tesi non avrebbero attecchito. I tre autori purtroppo hanno riempito un vuoto. Con i risultati che lei denuncia…
      Saverio Paletta

  4. Rosario Giandinoto Dicembre 19, 2018 1:20 am

    Per quanto riguarda la questione di Fenestrelle mi rendo conto che possa essere difficile dimostrarla, ciò nonostante visto che le altre informazioni sono già state dette da altri il punto è se siano vere o no! Presumo che negli archivi di stato ci siano tutte le informazioni necessarie per risalire ad una corretta verità storica.

    • Saverio Paletta Dicembre 19, 2018 1:23 pm

      Allora, su Fenestrelle non è stato nascosto nulla. Diciamo semplicemente che lo sterminio non è avvenuto. Se ha la pazienza di cercare ne L’IndYgesto, troverà due articoli riguardo questa “querelle” storica. Riguardo agli archivi: i documenti esistono, servono solo i professionisti che li sappiano cercare, dato l’imponente accumulo di materiale e il relativo disordine. Sull’immediato periodo postunitario è stato scritto molto e le librerie traboccano di nuovi, interessantissimi saggi. Si tratta di cercarli e di leggerli. Nient’altro.

    • felice Dicembre 28, 2018 10:59 pm

      Su fenestrelle esistono anche i ruolini matricola dellesercito , i verbali di arrivo dei prigionieri , i verbali di consegna vestiario , i verbali dei ricoveri in ospedale , i verbali di dismissone dall’ospedale , ecc ecc . Chi ha voglia di trovare trova tutto . Chi invece vuole speculare su quella vicenda puo’ continuare a farlo .

  5. Francesco Cacciatore Dicembre 20, 2018 9:58 am

    Condivido in pieno, specialmente la responsabilità degli accademici. Complimenti per l’articolo.

  6. Vincenzo Tedesco Febbraio 24, 2019 11:27 pm

    Eccellente articolo! E’ sconfortante constatare che il libro di Pino Aprile ha fatto parecchi danni e molti altri ne farà, se non si smonta pazientemente il mito di questo giornalista, al quale qualcuno afferma di “credere”, quasi si trattasse di un profeta. Il proliferare di siti revisionisti del Risorgimento e di articoli aprioristicamente antirisorgimentali procura grave danno alle ricerche serie, che non mancano e che dovremmo leggere con attenzione, per rintuzzare le fuorvianti affermazioni di sedicenti storici.

    • Saverio Paletta Febbraio 25, 2019 10:40 pm

      Egregio Vincenzo,
      Grazie per aver letto l’articolo e per averlo apprezzato. Io sono paradossalmente grato a Pino Aprile e ai “terronisti” per aver stimolato il dibattito sull’identità italiana e aver stanato gli accademici, costringendoli a reagire, cioè ad impegnarsi in ricerche serie sul processo di unificazione nazionale.
      Ti invito a navigare il sito: troverai vari articoli sui cosiddetti revisionisti antirisorgimentali. Sono articoli e, in alcuni casi, saggi miei e di alcuni amici che mi hanno aiutato in questa operazione verità. Credo che troverai parecchi spunti da cui partire per smascherare certe “predicazioni” che giustamente critichi.
      Un caro saluto,
      Saverio Paletta

      • Giuseppe Marzo 6, 2019 9:59 pm

        Ma quale identità italiana?
        Bisogna per forza giustificare l’occupazione di uno nazione libera e indipendente da parte di un altra nazione?
        Saluti

        • Saverio Paletta Marzo 6, 2019 10:34 pm

          Egregio Giuseppe,
          gli aggettivi “libero” e “indipendente” applicati al Regno delle Due Sicilie, che sopravviveva in condizioni di similprotettorato grazie alla politica mediterranea di Francia e Inghilterra mi sembrano decisamente una forzatura…
          D’altronde se Lei preferisce Pino Aprile agli storici veri, non è un problema mio. Mi limito a prenderne atto…
          Cordialmente

  7. Augusto Marinelli Marzo 7, 2019 9:37 pm

    Vedo che Giuseppe ignora che, prima ancora “dell’intervento esterno”, la causa dell’implosione del Regno borbonico vada ricercata – come sostiene uno storico tutt’altro che “risorgimentale” come Eugenio Di Rienzo – nella mancata modernizzazione delle sue strutture politiche, economiche, istituzionali oltre che – e forse soprattutto, a mio avviso – nel dissidio implacabile che oppose la Sicilia al governo napoletano. Garibaldi era ancora a Villa Spinola e nell’isola nella primavera 1860 la struttura burocratica che esercitava il potere si era praticamente dissolta. Comunque registro che coerentemente il signor Giuseppe, per respingere l’identità italiana, comincia col maltrattare la grammatica italiana.

  8. Giacomo Ferraro Aprile 1, 2019 2:57 pm

    In effetti Aprile mi sembra un pò troppo sopravalutato e che il suo meridionalismo sia solamente di facciata che Aprile utilizza per intercettare una fascia di persone che, invece di cercare i colpevoli dell’arretratezza del sud nei cattivi politici che il sud stesso ha prodotto e da loro votati, preferisce incolpare, in questo caso solo dare maggiori colpe, nemici scelti da altri in questo caso Aprile. Che poi la figlia, che dispensa con sicumera pillole di conoscenza politica a comando della Gruber, sia pure un’esperta di politica come il padre è sicuramente un’altra storia.

  9. Augusto Marinelli Aprile 7, 2019 12:57 pm

    Caro signor Ferraro, Pino Aprile non è sopravvalutato: semplicemente come storico – come giornalista non mi interessa affatto giudicarlo – non è valutabile. Pensi che nel suo libro più venduto spaccia il regno delle Due Sicilie per la terza potenza economica mondiale e le fa vendere locomotive ad altri Stati, sostiene che per Garibaldi i garibaldini erano delinquenti, in un incubo vede gli stabilimenti industriali del Napoletano chiudere tutti nel 1860, pubblicizza lo sterminio di centinaia di migliaia di persone da parte dei “piemontesi” dopo il 1861 e così via continuando. Per concludere, dopo aver esortato a “comprare meridionale” pubblica i suoi libri con la piemontesissima Piemme, sperando dunque che non li acquisti nessuno.

  10. Linda Landi Aprile 29, 2019 6:27 am

    Ammetto la mia ignoranza. Sono venuta a conoscenza dell’esistenza di Pino Aprile pochi mesi fa leggendo un articolo/recensione del suo “L’Italia è finita e forse è meglio così” su La Città di Salerno, del quale ho trovato interessante la tesi della disgregazione dei stati nazionali, di cui l’Italia sarebbe un banco di prova, a causa dell’esigenze della nuova economia digitale. E di recente ho sentito un pezzettino di una sua intervista a Radio24 dove sottolineava che l’invasione e la successiva gestione del territorio del sud sia stata di tipo coloniale anche perché dietro la spedizione dei mille ci fossero gli inglesi che attuavano nel mondo politiche coloniali. Tutte tesi su cui sono d’accordo. In quinta liceo (finalmente!) ero arrivata a capire che le guerre ed i fenomeni storici non avvenivano mai per motivi ideologici, ma economici. Iniziai a capire che l’epopea risorgimentale non fosse poi così tanto un ‘”epopea” almeno dalla terza media inferiore (1978) con la lettura del libro di narrativa per ragazzi “Vento del Nord, Vento del Sud”, dove scoprii il brigantaggio ed in particolare le figure di Carmine Crocco e ‘Ninco Nanco’. E fu già allora o al liceo che ebbi un testo di storiografia che riportava documenti che attestavano, tra l’altro, l’impossessarsi del Piemonte delle risorse monetarie del Regno delle Due Sicilie. E fu ugualmente a scuola che appresi dell’interesse dell’Inghilterra per il regno borbonico, con l’invio di giornalisti che testimoniarono il malgoverno e lo stato di povertà ed arretratezza della popolazione, cosa riportata anche dal film “Ferdinando I Re di Napoli” con i De Filippo, e del sostegno materiale dell’Inghilterra all’impresa dei Mille che Cavour aveva ottenuto anche con l’invio di un contingente nella guerra di Crimea. Dai libri scolastici e dalla cultura di mio padre avevo appreso dell’esistenza di fiorenti industrie al Sud (navali, metallurgiche (con le miniere anche in Calabria), tessili etc.). A scuola mi hanno insegnato che l’emigrazione prima dell’unità d’Italia era un fenomeno delle regioni povere del Nord, in particolare Liguria e mi sembra anche Veneto. Non sono ‘novità’ che mi sta raccontando Pino Aprile. Magari tanti, anche più giovani, lo stanno scoprendo grazie alla sua attività di divulgazione e propaganda commerciale.

    • Saverio Paletta Giugno 10, 2019 7:58 pm

      Cara Linda,
      Mi scuso per il ritardo nel pubblicare il Suo commento e nel risponderLe: purtroppo i problemi tecnici e burocratici hanno avuto una certa priorità.
      Mi permetto solo alcune piccole osservazioni su alcuni punti del suo intervento.
      Punto primo: non c’è alcuna prova scientifica del nesso causale tra le esigenze dell’economia digitale e la disgregazione degli Stati nazionali. A leggere le cronache politiche, appare invece evidente che ci sono Stati e Paesi che riescono a padroneggiare le tecnologie informatiche (e, quindi, ad utilizzarle per puntellarsi meglio) e altri Stati e Paesi meno attrezzati (tra questi il nostro) che subiscono il processo senza riuscire a incidervi.
      La storia conosce delle concomitanze non rapporti rigidi di causa-effetto, come quelli invocati a più riprese da Aprile.
      Punto secondo: la categoria della colonizzazione interna riguardo al processo di Unità nazionale mi pare troppo abusata e non rispondente al vero, sebbene sia stata più volte sostenuta da una parte anche nobile del meridionalismo, che è poi quella che si richiama in parte a Gramsci. L’unico aspetto concreto di questa tesi riguarda la situazione di sudditanza economica del Sud, che aveva già prima del Risorgimento un tessuto economico più problematico, nei confronti del Nord, che si era già incamminato con successo sulla strada della modernità. Le poche situazioni di innegabile eccellenza (i cosiddetti “primati” di cui parla tanto la propaganda neoborbonica) del Meridione non possono smentire questo assunto, abbondantemente consolidato.
      Punto terzo: la politica internazionale dell’epoca era costituita da giochi di ingerenze reciproci. Al riguardo, si può dire che il Sud faceva gola non solo ai britannici, che esercitarono a più riprese un protettorato “di fatto” sulla Sicilia anche durante il periodo borbonico, ma anche ai francesi, che miravano a controllare il territorio del Regno di Napoli. È una questione di rapporti di forza e di capacità politiche: di sicuro non fu colpa di inglesi, francesi e sabaudi se il Regno delle Due Sicilie era fragile. A meno che non si voglia credere alle teorie del cosiddetto “complotto pluto-massonico”, tra l’altro mai dimostrato.
      Punto quarto: la storia degli insediamenti industriali borbonici, in particolare delle acciaierie di Mongiana, è tutta da scrivere, almeno sotto il profilo strettamente economico. Stesso discorso per la riserva aurea di Napoli su cui tanto si favoleggia ancora. Non è il caso, allora, di tifare ma di lasciar lavorare gli storici di professione.
      Per il resto, creda quel che vuole. Di sicuro non contestiamo la Sua libertà di scelta.
      Cordialmente,
      Saverio Paletta

  11. Luigi Tornillo Maggio 24, 2019 8:48 am

    Complmenti per l’articolo. Quello che più mi colpisce non sono tanto le falsità manifeste e le enormità come le decine di migliaia di morti di Fenestrelle o il milione di morti della guerra al brigantaggio. Quelle si smentiscono da sole. La cosa più irritante è il tono da scoperta della ricotta. Il racconto delle storture della nostra unificazione si trovava nel mio manuale di storia ad uso delle scuole medie superiori (il “Villari” dalla copertina rossa). Ai fatti di Bronte è dedicata una novella di Verga, fa l’altro. Lo stesso Verga, nei “Malavoglia”, parla chiaramente dell’estraneità del popolo al processo di unificazione. E vorrei ricordare anche “I Viceré” di de Roberto, oltre ai grandi autori meridionalisti (Fortunato, Salvemini…). Non erano pubblicazioni in samizdat, stampate con un ciclostile clandestino e passate di nascosto di mano in mano. Certo, se poi uno invece di leggere il manuale di storia o ascoltare le lezioni dormiva in classe…

    • Saverio Paletta Giugno 10, 2019 8:00 pm

      Egregio Luigi,
      Nel ringraziarLa per i complimenti, mi permetto di ribadire una cosa: questo articolo come tutti gli altri da noi dedicati all’argomento non è ispirato da faziosità (più o meno disinteressata) ma da amor di verità.
      Grazie ancora per l’attenzione
      Saverio Paletta

  12. Carmine Di Somma Giugno 3, 2019 9:33 pm

    L’Europa sta all’Italia , come l’Italia Sabauda sta al Regno delle Due Sicilie . Lo ha detto Giulio Tremonti che non mi pare sia borbonico . Un illustre studioso come Salvo Di Matteo , nemmeno lui di simpatie borboniche, ha affermato in un suo bellissimo lavoro letterario che l’unificazione italiana è stato un processo allogeno, egemonico, militare . Lo stesso prof. EUGENIO Di Rienzo, ha chiaramente affermato che se il Borbone si fosse staccato dal tradizionalismo cattolico, dal mercantismo e protezionismo statalista , e si fosse gettato tra le braccia di lord Palmerstone o del carbonaro Luigi Napoleone, probabilmente Napoli sarebbe ancora oggi capitale . Quanto alla storia is di Fenestrelle, il prof. Alessandro Barbero , ottimo storico, ha tirato fuori dall’archivio di stato di Torino 265 unità archivistiche su 2265 , unità sprovviste di documenti di corredo ( cioè a casaccio ) . Questa ricerca è venuta fuori solo come risposta alla crescente vigoria della narrazione filoborbonica , secondo cui i soldati del disciolto esercito napoletano , siamo stati sterminati nei campi di rieducazione militari e nell’universo concentrazionario che venne allestito al nord , per contenere quegli umili della bassa forza del Regno di Napoli . Una cosa è certa : se gli alti ufficiali borbonici avessero avuto lo stesso coraggio ed amore patrio di quei ragazzi finiti nei campi di concentramento del nord , i cosiddetti garibaldini , non sarebbero nemmeno partiti . Al di là delle fantasie storiche dell’una e dell’altra parte, basterebbe solo leggere integralmente i carteggi di Cavour, come ha tentato di fare il prof. Roberto Martucci , per capire come andarono le cose . Basterebbe leggere ciò che Massimo D’Azeglio scrisse al senatore Matteucci nel luglio del 1861, quando a sud del Tronto si versavano fiumi di sangue di contadini e popolani per mano dei liberatori scesi dal nord . Era un sangue da versare sull’altare della Rivoluzione liberale . Mi taccio . Vergognatevi .

    • Saverio Paletta Giugno 10, 2019 8:02 pm

      Egregio Carmine,
      Andiamoci piano con gli insulti venati di moralismo, perché non dobbiamo vergognarci proprio di un bel niente.
      Detto questo, creda pure a quel che vuole. Ma su alcune cose sono costretto a fare alcune precisazioni.
      La prima: il bravissimo Giulio Tremonti non è uno storico né uno storico dell’economia. È un fiscalista geniale prestato alla politica. Perciò prima di prendere per oro colato quel che dice dovremmo chiederci quanta propaganda ci sia dietro.
      La seconda: non si possono interpretare vicende ottocentesche con la nostra impostazione, che in parte è novecentesca e in parte postmoderna.
      Perciò sarei cauto nel tagliare con l’accetta come fa Lei i rapporti tra potenze internazionali. Da tutto il balletto diplomatico da Lei citato emerge solo un dato: la miopia politica di Borbone, che finì per isolare il loro Regno, a dispetto di alcuni ottimi risultati. Fu questo isolamento internazionale che causò il crollo delle Due Sicilie.
      Terza precisazione: la ricerca compiuta da Barbero sulla vicenda di Fenestrelle non è una volgare “pesca a strascico” negli archivi ma una ricerca a campione, condotta sul dieci per cento dei documenti consultabili custoditi presso l’Archivio di Stato di Torino. Sui motivi di questa scelta si è soffermato lo stesso Barbero nel corso del dibattito avuto qualche anno fa con Gennaro De Crescenzo, il presidente del Movimento Neoborbonico, di cui tuttora esiste un video su Youtube.
      Aggiungo solo che ai moderni sondaggisti bastano campioni di meno del dieci per cento per prevedere i risultati delle elezioni o un’oscillazione di Borsa. Quindi nessun affanno sulla pretesa vigoria della narrazione neoborb, ma solo una risposta rigorosa a livello scientifico.
      Ultima precisazione: la storia del brigantaggio e della relativa repressione è più complessa di come se la figura Lei (e, specularmente, di come se la figura chi vuol ridurre una guerra civile a un mero fenomeno criminale). Lei, che ha citato degli storici (si spera dopo averli anche letti), sa che la storiografia è un dibattito perenne, in cui le verità si possono dare per acquisite solo in seguito a un lungo lavorio. Non sarebbe il caso di lasciar lavorare gli storici senza fare gli ultrà?
      Saluti,
      Saverio Paletta

  13. Augusto Marinelli Giugno 18, 2019 3:01 pm

    Il signor Carmine Di Somma cerca di screditare il lavoro di Alessandro Barbero sostenendo che questi avrebbe consultato “a casaccio” 265 unità archivistiche delle 2665 contenute, secondo le cifre circolanti ad opera degli ambienti neoborbonici, nel fondo interessato. Quale sia questo fondo però il signor Di Somma non ci dice, così come non precisa quali “corredi” sarebbero a suo avviso indispensabili per condurre la ricerca in questione. Ora, a parte altri fondi che non rileva qui ricordare, i principali fondi nei quali Barbero ha eseguito le sue ricerche sono: 1. Ministero della Guerra, 1861-1870. Direzione Generale dei Servizi amministrativi, che contiene documenti dall’anno 1853 all’anno 1872 per un totale di 1247 unità, 2. Ministero della Guerra. Direzione generale delle leve, bassa forza e matricola, i cui estremi cronologici sono 1821-1871, e che di unità archivistiche ne contiene 2773. È del tutto ovvio per chiunque si intenda di ricerca archivistica che per la consultazione si scartano le unità archivistiche estranee all’arco di tempo che interessa, o emanate da uffici che con il problema studiato non hanno alcuna attinenza, o appartenenti a categorie estranee al tema che si sta trattando. Indicare il totale – vero o presunto, qui il numero 2665 mi pare presunto – delle unità archivistiche di un fondo è perciò del tutto fuorviante ai fini del giudizio sul lavoro svolto.
    Aggiungo. Il libro di Barbero apparve nel 2012. Da allora sono trascorsi sette anni, tempo più che sufficiente a chiunque per condurre una propria ricerca nel fondo innominato e smentire, trovandone le prove, le conclusioni di Barbero. Se nulla del genere è accaduto, giganteggia il dubbio che quelle prove non esistano affatto salvo che nelle insinuazioni di taluni ambienti.
    Infine, registro che il signor Di Somma ignora che molto del sangue sparso a sud del Tronto fu sparso da meridionali che militavano in campi contrapposti. Per non rubare troppo spazio rinvio sul punto all’ottimo e recentissimo studio, condotto su decine di fondi archivistici, del meridionalissimo Carmine Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870.

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