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Foibe, un libro verità sui difficili rapporti italo-slavi

L’antifascismo non c’entrava nulla, perché i conflitti tra italiani e slavi esistevano da prima. Pierluigi Romeo di Colloredo Mels fa il punto nel suo recente “Confine orientale” sulla questione adriatica e smantella i luoghi comuni di certa storiografia.

È uscito in questo 2020 il saggio del professor Pierluigi Romeo di Colloredo Mels, Confine orientale. Italiani e slavi sull’Amarissimo dal Risorgimento all’Esodo, (2020 Massa, Eclettica Edizioni).

L’autore è nato a Roma nel 1966, discendente dal famoso e nobilissimo casato dei Colloredo. È un intellettuale eclettico e poliedrico, che unisce le competenze dell’archeologo, dell’egittologo, dell’antropologo culturale e dello storico militare. Docente di Egittologia presso l’Università Upter di Roma, archeologo di lunga e consolidata pratica in molti scavi, relatore in diversi convegni internazionali, è autore di numerosi studi di storia delle religioni antiche, di antropologia culturale, di egittologia, pubblicati anche sulla Encyclopaedia Britannica.

La copertina di “Confine Orientale”

È inoltre anche un apprezzato storico militare, su cui ha pubblicato parecchi studi: in particolare, egli è uno dei principali esperti della storia della Milizia fascista. Il suo curriculum è assai più lungo e ricco di quanto dicano queste poche righe (Colloredo è fra l’altro conoscitore di dieci lingue, fra antiche e moderne) e garantisce la preparazione e l’esperienza dello studioso, un professionista noto e stimato a livello internazionale.

Confine orientale si incentra sulla «questione delle relazioni tra Regno d’Italia e Jugoslavia, a partire dalla denazionalizzazione in Dalmazia, sino alla guerra partigiana e alla sua repressione da parte degli italiani, giungendo sino alla questione delle foibe e dei campi di concentramento jugoslavi, dell’occupazione di Trieste e della Strage di Vergarolla nel 1946» (Ibidem, p. 11), inserendo tali vicende in un quadro temporale allargato che va dal 1848 al 1954.

Un’attenzione particolare è posta alla confutazione di una lettura storiografica, predominante fino a tempi recenti che il prof Colloredo così presenta: «Pur senza negare apertamente l’esistenza delle foibe, le giustificano con le violenze italiane contro gli sloveni prima e con le rappresaglie durante l’occupazione dei territori balcanici nella Seconda Guerra Mondiale poi, riducendone comunque in modo grottesco l’entità» (Ibidem, p. 20).

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

Il capitolo introduttivo dell’opera, intitolato ironicamente Capitane dell’Ozna e oggetti narrativi non identificati: gli infoibatori della storia, è una presentazione dell’ambiente politico di coloro che contestano l’interpretazione delle foibe come pulizia etnica, che è segnato da una militanza antifascista e dall’apologetica verso la Jugoslavia di Tito e i partigiani. Colloredo confuta inoltre alcuni dei più evidenti errori storici sulle vicende del confine orientale, sovente davvero clamorosi.

Il primo riguarda la Guardia di Finanza, che fu creata il 1 ottobre 1774 dal re di Sardegna Vittorio Amedeo II e divenne nel 1881 un corpo di polizia finanziaria, e non fu fondata nella seconda guerra mondiale per combattere contro i partigiani comunisti.

Il secondo riguarda le attività fasciste: i membri della Milizia accusati dalla Jugoslavia dopo il conflitto di presunti crimini di guerra, su richiesta dei comandanti delle brigate partigiane, furono in tutto 8 (otto).

Altre perle sono relative a dichiarazioni attribuite a Benito Mussolini, una espressa in Dalmazia nel 1943 ai militari della Seconda Armata, «So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori», che non è mai stata pronunciata perché Mussolini non si trovata in Dalmazia nel ’43; è parimenti inesistente, ossia apocrifa, un’altra frase attribuita al Duce, che avrebbe parlato di «una razza come la slava, inferiore e barbara».

Una foto d’epoca di Mussolini

Infine, le condanne a morte del tribunale militare di Lubiana furono 83 e non più di 8.000.

Questi e molti altri errori sono smontati, ad uno ad uno, sempre visionando le fonti primarie.

I capitoli successivi, Risorgimento e irredentismi (1866-1914) e Dall’Austria al fascismo (1866-1922), pongono le premesse storiche al cuore dell’opera, dimostrando sia che le popolazioni italiane al confine orientale erano in maggioranza irredentiste, sia che subirono ad opera dell’Austria e dei nazionalisti slavi misure persecutorie volte a snazionalizzarle, ad esempio attuando una slavizzazione forzata dei cognomi e senza rifuggire da frequenti e gravi atti di violenza politica e terroristica.

Fu l’imperatore Francesco Giuseppe in persona ad ordinare la «germanizzazione e la slavizzazione» del Trentino, della Venezia Giulia, della Dalmazia, il 12 novembre del 1866 al suo consiglio dei ministri.

L’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe

Non esistette inoltre soluzione di continuità fra l’ostilità italofoba del nazionalismo slavo negli anni 1866-1918 e quella dei decenni successivi: ad esempio, nel periodo fra le due guerre furono sistematicamente distrutti i leoni marciani in Dalmazia, eredità della lunghissima presenza di Venezia in quella regione. Contrariamente ad un luogo comune caro alla pubblicistica dell’antifascismo militante, gli scontri interetnici fra italiani e slavi non iniziarono con il fascismo e neppure nel 1918 con la fine dell’Austria, ma già da metà Ottocento e videro gli italiani aggrediti e perseguitati. Cade così, alla base, la mitologia della reazione slava alla supposta persecuzione italiana.

Questo capitolo ed il successivo, Terrorismo slavo e irredentismo ustasha, ricompongono la storia dei rapporti fra italiani e slavi nel periodo interbellico. Colloredo incalza particolarmente su tre punti: l’attività di un sanguinoso terrorismo slavo in Venezia Giulia, appoggiato dalla Jugoslavia; l’adesione di molti sloveni e croati al fascismo italiano, con la formazione di intere squadre di miliziani composte da slavi; il sostegno dato dall’Italia ai nazionalisti croati ustasha.

L’affresco prova che la politica fascista sia verso le minoranze allogene, sia verso la Jugoslavia fu abbastanza conciliativa, nonostante l’aggressività ostile dimostrata da organizzazioni terroristiche manovrate da Belgrado.

Il maresciallo Tito

I sette capitoli seguenti affrontano gli eventi del conflitto italo-jugoslavo, delle foibe e del dopoguerra, fra di loro intrecciati. Il prof Colloredo riconosce che vi furono sporadicamente crimini di guerra italiani, ma che furono appunto eccezioni nell’operato del Regio Esercito, che si comportò in maniera complessivamente conforme alle leggi di guerra.

Sui 718.000 morti slavi nella guerra balcanica dovuti a forze straniere, soltanto 5.000 furono provocati da italiani. Inoltre l’esercito italiano svolse un ruolo di protezione dei civili slavi ed ebrei sia dalle violenze dei partigiani, di gran lunga più gravi, sia dai tedeschi. Sarebbe sbagliato poi supporre che la maggioranza degli slavi fosse dalla parte dei partigiani di Tito, perché il numero di combattenti jugoslavi alleati delle forze dell’Asse fu di circa 700.000.

Furono invece i partigiani comunisti a violare sistematicamente le leggi di guerra, con uccisioni di prigionieri, l’impiego frequentissimo della tortura, il terrorismo contro i civili. Mentre i crimini di guerra degli italiani furono in proporzione assai pochi e frutto di iniziative individuali o di piccoli reparti, i titini si servirono in modo metodico di pratiche belliche proibite dalle convenzioni internazionali. Anche a conflitto finito, Tito e la sua polizia segreta, l’Ozna, si accanirono sia contro gli slavi anticomunisti, sterminandone a centinaia di migliaia, sia contro gli abitanti non-slavi delle terre invase, come albanesi, ungheresi, tedeschi ed appunto italiani. Il numero di morti fatto dal regime jugoslavo è calcolato in 1.172.000, pertanto enormemente superiore ai 5.000 attribuibili agli militari italiani in Jugoslavia.

Una squadra di ustascia croati

Le foibe sono parte quindi del processo di pulizia etnica e politica voluto dal dittatore jugoslavo, che si proponeva di sterminare o scacciare coloro che non erano jugoslavi e comunisti. Gli italiani che furono gettati dai partigiani nelle cavità, deportati nei gulag od uccisi in altro modo solitamente non erano fascisti ed anzi fra i principali bersagli vi furono antifascisti, inclusi numerosi comunisti fedeli a Stalin, che furono deportati da Tito in campi di concentramento dopo la sua rottura con l’Urss.

L’autore si sofferma anche sulla strage di Vergarolla del 1946, il più sanguinoso atto terroristico della storia dell’Italia repubblicana con oltre 100 morti, che fu un attentato organizzato dai titini per spingere gli abitanti di Pola a fuggire. Chiude il libro, prima delle conclusioni finali, la descrizione del ritorno di Trieste all’Italia fra l’entusiasmo della popolazione.

Confine orientale. Italiani e slavi sull’Amarissimo dal Risorgimento all’Esodo merita di essere letto, perché affronta e demolisce ad uno ad uno, con argomentazioni sorrette da una puntigliosa documentazione e da corretto metodo storico, tutte le ipotesi infondate di coloro che hanno preteso ricondurre le foibe ad una presunta reazione degli slavi contro presunte violenze fasciste.

Ricerche in una foiba carsica

L’originalità dello studio non consiste nel portare fonti e materiale nuovo, bensì nella capacità di ricostruire un quadro organico dei fatti, riordinando vicende complesse e discusse, sciogliendo con acume i punti che alcuni vorrebbero oscuri o controversi, collegando gli eventi in una prospettiva allargata cronologicamente e che travalica le rigide distinzioni temporali abitualmente impiegate nello studio delle vicende del confine orientale.

Le conclusioni che si possono ricavare dalla lettura del saggio di Colloredo sono inequivocabili: le foibe e l’esodo sono state un’operazione di pulizia etnica ed ideologica assieme voluta dal regime jugoslavo, attuazione di un progetto di conquista e cacciata degli italiani risalente sino alle origini del nazionalismo jugoslavo nel secolo XIX ed incarnatosi in una dittatura genocida come quella del comunista Tito, e non una fantomatica vendetta contro supposti fascisti, ciò che un’area politica nostalgica ha cercato di far credere a lungo al fine di giustificare l’accaduto.

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