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Il Sistema, le toghe secondo Palamara

Il libro dell’ex presidente dell’Anm è pieno di rivelazioni scomode che gettano luci sinistre sulla vita associativa dei magistrati. Molto rumore per nulla? A scorrere la pagine de Il Sistema si direbbe proprio di no…

Il gatto e la volpe, potrebbe malignare (anzi: ha già malignato) qualcuno. O peggio, visto che le malignità si autoalimentano: il lupo e lo sciacallo.

La strana coppia, più semplicemente diciamo noi: Luca Palamara e Alessandro Sallusti, autori de Il Sistema che, uscito a gennaio per i tipi di Rizzoli, vanta l’indubbio primato di essere il libro più sfogliato, citato ma forse non del tutto letto di questo primo scorcio del 2021.

Luca Palamara (il gatto)

Ma tant’è: Il Sistema è un libro facile, un’intervista-fiume di poco meno di trecento pagine (nel formato cartaceo), concepito e scritto con estrema fluidità e a tempo di record (in pochi giorni del novembre 2020, stando alla dichiarazione di Sallusti riportata a pag. 12 del libro).

Ancora: Il Sistema è un libro ready made, fatto per essere letto a colpo d’occhio e bombardare il lettore di fatti, sensazioni e immagini sparate con velocità e confusione voluta, che ripete su carta lo stile delle docufiction televisive.

Tuttavia, Il Sistema è un libro che funziona: centra il bersaglio sin dalle prime pagine e fa arrivare il suo messaggio in maniera netta. Senza fronzoli, direbbe qualche cronista vintage. Soprattutto, è un libro a modo suo sincero: la confessione di un ex magistrato che non ha più nulla da perdere nell’immediato futuro e spera di ottenere la propria rivalsa dal ricorso contro la radiazione dall’Ordine giudiziario.

Ma è anche la rivincita di un giornalista da sempre molto critico verso lo strapotere (presunto…) delle toghe.

Alessandro Sallusti (la volpe)

Un cocktail forte, che però tra i suoi pregi non ha l’originalità né la novità. Infatti, passate le sbornie del post-Tangentopoli, gli italiani hanno iniziato a capire da almeno vent’anni le distorsioni del mondo della magistratura. Su queste aveva già messo un punto fermo il compianto Stefano Livadiotti col suo Magistrati. L’ultracasta (Bompiani, Milano 2009), che conteneva già una denuncia forte e approfondita dei meccanismi correntizi che regolano da oltre cinquant’anni la giustizia italiana.

Il reale motivo d’interesse de Il Sistema sta nel ruolo di Palamara: testimone eccellente, verrebbe quasi da dire pentito (absit iniuria verbis…) di un apparato di potere da cui ha avuto tanto, a cui ha restituito molto ma dal quale è stato scaricato senza troppi complimenti alle prime, importanti difficoltà.

Insomma non conta quel che si dice, specie se altri l’hanno detto con più coraggio (quello richiesto ai non magistrati quando si occupano delle toghe, magari con le spalle non sufficientemente coperte) e più efficacia – è il caso dell’ex toga eccellente Piero Tony autore del notevole Io non posso tacere (Einaudi, Milano 2015 -, ma chi lo dice.

In cosa consiste la denuncia di Palamara? Il magistrato caduto in disgrazia dopo l’ennesimo azzardo politico, è tutto tranne che un fesso: non casca nella trappola del rancore e fornisce a Sallusti un quadro lucido e realistico come può fornirlo solo una persona che ha sviluppato un bel popò di pelo sullo stomaco a furia di vederne e combinarne.

La copertina de Il Sistema

Il Sistema raccontato nel libro è l’incastro perenne delle cordate, storicamente tre e oggi diventate quattro, che fanno e disfanno: carriere, inchieste e processi. Questo Sistema, per fortuna, non ingloba tutta la magistratura: lo stesso autore ammette che molti magistrati «vivono del loro e non partecipano al grande gioco del potere». E ammette che questi magistrati, a differenza dei colleghi più politicizzati si meravigliano ancora di alcuni sconfinamenti nella politica. Ad esempio, quello dell’estate 2019, operato a dire dell’ex magistrato da Luigi Patronaggio, Procuratore di Agrigento in quota Magistratura democratica, con l’inchiesta a carico dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Per tacere di altre inchieste, poi crollate al vaglio del dibattimento o della Cassazione, come l’affaire Ruby, che diede una mazzata micidiale al già traballante Berlusconi, o, per restare nel perimetro azzurro, la vicenda del Lodo Mondadori, in cui il capo di Mediaset fu condannato a pagare un risarcimento che lo stesso Palamara definisce abnorme.

Al riguardo, è doveroso ribadire una cosa: l’ex magistrato non entra mai nel merito delle inchieste né si sbilancia in dichiarazioni colpevoliste o innocentiste: di sicuro non dice che Berlusconi sia innocente, ma dichiara che è stato bersagliato oltre le sue colpe da un congegno (non del tutto) giudiziario in cui non molti potevano fargli la morale su alcunché.

Luigi De Magistris (alias Giggino ‘o re ‘e Napule)

Più sfumato il discorso sulla vicenda De Magistris. In questo caso, Palamara ammette senz’altro, assieme a un Sallusti più sogghignante che mai, che chi tocca la sinistra muore. E il suo riferimento al fatto che l’ex pm di Catanzaro abbia pagato oltremisura l’aver toccato con l’inchiesta Why Not il centrosinistra targato Prodi non potrebbe essere più chiaro.

Certo, l’ex big dell’Anm non si rimangia alcuna delle critiche espresse all’epoca nei confronti del collega che operava in Calabria: l’inchiestona era pasticciata e il decreto di perquisizione (1.700 pagine, di cui si sono nutriti per mesi tutti i giornalisti d’Italia) eccessivo. Ma la morale di quest’altra favolaccia resta inequivocabile: De Magistris ha pagato oltremisura il dato politico più che gli errori giudiziari.

Se le cose stanno così, non è difficile capire ciò che il Sistema di cui parla Palamara non è solo giudiziario: è il risultato di due equilibri, quello tra le attuali quattro correnti dell’Anm (Area più Magistratura democratica a sinistra, la centrista Unicost, Magistratura indipendente a destra e Autonomia e indipendenza, gli outsider di Piercamillo Davigo e Nino Di Matteo) e quello tra l’Anm e la parte più ideologizzata del Pd (per capirci, quella ancora postcomunista). Il tutto con la benedizione del Quirinale, entrato più volte a gamba tesa e l’avallo di una fetta consistente della stampa che conta.

Ruby Rubacuori (la “nipote” di Mubarak)

Questa macchina da guerra, tutt’altro che gioiosa ma parecchio efficiente, avrebbe tritato secondo l’ex re delle correnti chiunque si mettesse di traverso.

Non solo De Magistris, Berlusconi e Salvini. Ma anche Renzi. E, alla fine, lo stesso Palamara, che avrebbe pagato salato il tentativo di sovvertire, durante la famosa cena dell’Hotel Champagne, l’egemonia dell’ala progressista proprio facendo leva sulla componente renziana, all’epoca non ancora distaccatasi dal partito di Zingaretti.

Ma l’ex magistrato ammette di più: il meccanismo di potere su cui si regge il Sistema è autofago, come esemplifica alla grande il capitolo dedicato alla guerra milanese tra Robledo e Bruti Liberati: divora prima i corpi estranei, poi le parti impazzite e infine sé stesso. Ma, soprattutto, il Sistema si alimenta a ciclo continuo, seguendo (e spesso condizionando) sempre i magistrati, dalla culla, a volte pilotando il temutissimo concorso, fino alla fine della carriera.

Già: senza le correnti non si fa carriera e si rischia troppo, con le correnti si sale, a volte ci si ferma ma si arriva comunque.

E la morale, in tutto questo? Non tocca a Palamara né a Sallusti farla, specie quando i fatti parlano da sé.

Edmondo Bruti Liberati (il Bellarmino di Milano)

E poco importa se le domande del direttore de Il Giornale a volte sono troppo mirate (e decisamente capziose) e se il racconto dell’ex leader di Unicost risulta, come ha notato anche Giovanni Bianconi del Corriere della Sera, non poco selettivo e chirurgico. Mica si può pretendere da Palamara che dica tutta la verità: ci si accontenti della sua verità, che non è poca né leggera. Né si può pretendere da Sallusti che faccia l’avvocato di tutti i diavoli, quando il diavolo (sempre absit iniuria verbis…) con cui ha a che fare, cioè lo stesso Palamara, non è sicuramente piccolo.

È davvero uguale per tutti?

Quella dell’ex pm di Roma non è un’ammissione di colpevolezza e quindi non può essere una chiamata di correo nei confronti dei suoi colleghi. È la critica lucida, spietata e a modo suo imparziale di un meccanismo di potere che mette a repentaglio la giustizia e la sua credibilità.

A chi si rivolge realmente Palamara? Di sicuro non agli avvocati (o non solo), perché l’ipergarantismo delle Camere penali c’entra poco con il j’accuse dell’ex consigliere del Csm.

Né si rivolge (solo) agli ex colleghi, ai quali non lesina siluri, stoccate, frecciate, doppisensi o semplici allusioni.

«L’ho fatto per tutti i cittadini», ha dichiarato Palamara di recente a Libero. E c’è da credergli perché risulta più sincero lui, con la sua verità parziale e senz’altro di parte, di tanti sermoni sull’autonomia della magistratura.

Buona lettura.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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