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Omicidio Pecorelli-la scena del delitto

La strage continua, l’ultimo atto del delitto Pecorelli

Raffaella Fanelli fa il punto nel suo ultimo libro sulla propria inchiesta che ha contribuito alla riapertura delle indagini sull’omicidio del celebre giornalista investigativo

Nelle pagine di Romanzo Criminale si allude a Mino Pecorelli con un nomignolo sinistro e tutt’altro che lusinghiero: er Pidocchio.

Ma, più che il testo, nel capolavoro di Giancarlo De Cataldo, è importante il sottotesto: er Pidocchio viene ucciso dal Nero (che è l’alter ego letterario dell’ex Nar Massimo Carminati detto er Cecato e già protagonista dell’inchiesta Mafia capitale) assieme a un mafioso e su commissione dei Servizi Segreti.

Mino Pecorelli

La forza letteraria del racconto di De Cataldo è tale da superare anche il giudicato con cui i magistrati di Perugia hanno messo una pietra tombale sulla pista nera legata all’assassinio del direttore di Op.

Ma questa pista, emersa e abbandonata a più riprese dagli inquirenti, sembra essere tornata di prepotenza nella tarda primavera del 2019, in seguito al dossier della giornalista Raffaella Fanelli.

Questo dossier è basato sulle dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra, uno degli ex terroristi neri più inquietanti: ex di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, reduce di un’esistenza in cui avventura e crimine si mescolano fino a confondersi, all’ergastolo dal 1980 per la strage di Peteano e mai pentito.

Raffaella Fanelli

Queste dichiarazioni sono alla base della riapertura dell’inchiesta sulla morte di Pecorelli, operata dalla Procura di Roma su istanza di Rosita, la sorella del celebre e controverso giornalista, coadiuvata dall’avvocato Claudio Ferrazza.

Ce n’è quanto basta per scrivere un libro.

Raffaella Fanelli non si è tirata indietro e, complice anche lo stop forzoso totale imposto dal Coronavirus la scorsa primavera, ha dato alle stampe per i tipi di Ponte alle Grazie La strage continua, un volume documentatissimo e appassionante con cui fa il punto sul suo scoop sospeso tra storia e cronaca, grazie al quale è riuscita a far ripartire l’inchiesta.

A questo punto è doveroso concentrarci sullo scoop, per chiarirne la portata.

Innanzitutto, quello di Fanelli è uno scoop per trascuratezza altrui, il che la dice lunga su certe sciatterie degli inquirenti italiani: la giornalista ha trovato le dichiarazioni di Vinciguerra in un fascicolo giudiziario legato all’inchiesta sul delitto Moro. Un fascicolo che giaceva da anni e che nessun inquirente, aveva preso nella dovuta considerazione, forse perché legato a una storia processuale (quella che lega l’affaire Moro all’omicidio Pecorelli) di fatto interrotta e relegata alle ricostruzioni extragiudiziarie.

La copertina di “La strage continua”

In seconda battuta, le dichiarazioni dell’ex terrorista nero risultano importanti per due motivi: la credibilità del testimone in sé e quella del suo racconto, che tra l’altro risulta suffragato da riscontri successivi.

Vinciguerra, infatti, è considerato un testimone onesto e serio da molti inquirenti che hanno avuto a che fare con lui: come ricorda, tra gli altri, il magistrato Guido Salvini, l’ex avanguardista non ha mai chiesto sconti di pena o cercato altri vantaggi per le sue dichiarazioni.

Veniamo alla dichiarazione dell’ex bombarolo all’ergastolo: riguarda il racconto, fattogli in carcere nel lontano 1980, da Adriano Tilgher, cofondatore e leader di Avanguardia Nazionale assieme a Stefano Delle Chiaie, il Comandante per gli ammiratori, er Caccola per i confidenti e per i detrattori.

Il racconto di Tilgher riguarda le bizzarrie di Domenico Magnetta, un camerata avanguardista, che chiedeva aiuto per evadere dal carcere, altrimenti avrebbe raccontato di una Beretta 7,65, usata con tutta probabilità per assassinare il giornalista scomodo.

Questa pistola, che risulta distrutta nel 2013, sarebbe il primo filo conduttore tra gli ambienti neofascisti, stavolta non più i Nar ma gli avanguardisti, e il delitto.

I riscontri: risulta vero che Magnetta (il quale non ebbe bisogno di evadere, perché nel frattempo finito ai domiciliari) deteneva l’arma e, soprattutto, che quell’arma era compatibile con i proiettili Gevelot usati per uccidere Pecorelli e uguali a quelli appartenenti alla stessa serie di pallottole trovate nella santabarbara della Banda della Magliana nascosta in uno scantinato del Ministero della Sanità.

L’ex terrorista nero Vincenzo Vinciguerra

Dunque: fuori i Nar indagati (e imputati), cioè er Cecato e Giusva Fioravanti, dentro gli avanguardisti.

La pista nera si ricompone ma cambia direzione: stavolta non punta più (e non potrebbe nella maniera più assoluta, per via del giudicato della Cassazione sull’inchiesta di Perugia) ad Andreotti e alla mafia, ma a Licio Gelli e punta verso la famigerata operazione Tora Tora, cioè al tentato golpe della notte dell’Immacolata del 1970, organizzato dal principe Junio Valerio Borghese e in cui ebbe un ruolo rilevantissimo proprio il Venerabile della P2.

La pista del golpe Borghese è un altro evergreen dei misteri d’Italia. Si pensi solo che a suo tempo l’ha utilizzata anche Francesco Viviano per spiegare un altro inquietante cold case: il delitto De Mauro. Un filo scoperto, capace di folgorare sempre chi lo tocca.

Nell’ipotesi lanciata dalla Fanelli c’è inoltre il convitato di pietra per eccellenza: i Servizi Segreti, più o meno deviati. Stavolta, però, la pista non condurrebbe più al Sid e al Sismi, su cui Pecorelli scavò alla grande – e, rileggerlo con gli occhi di ora, anche in maniera piuttosto divertente –  bensì all’Uar, l’Ufficio affari riservati del Ministero dell’Interno e, soprattutto, al suo deus ex machina, il prefetto Federico Umberto d’Amato.

La scena del delitto Pecorelli

Insomma: i fascisti cambiano, ma solo come sigle, e cambiano le barbe finte. Ma la pista nera è ripresa. Di più: si proietta persino in avanti e arriva a lambire la strage di Bologna, profetizzata in maniera quasi rabdomantica da Pecorelli.

Non è davvero poco. Ma è obbligatorio farsi una domanda: terrà? La risposta non spetta più alla giornalista e ai suoi lettori, incluso chi scrive, ma alle autorità inquirenti.

Con La strage continua (il titolo è ripreso da una bozza di un numero di Op progettato ma mai uscito) Raffaella Fanelli ha messo un punto fermo, sulla propria inchiesta giornalistica e sulla vicenda.

Lo ha fatto con una scrittura fluida e potente, che travolge sin dalle prime pagine, grazie anche a un espediente narrativo, che dà alla scrittura un gradevole registro letterario: Fanelli immagina di raccontare la propria inchiesta nel corso di un’intervista radiofonica.

Metagiornalismo e letteratura verità cospirano a divulgare ancora una vicenda, quella del giornalista più enigmatico della storia dell’informazione italiana e della sua morte inquietante.

Ma anche la vicenda di un’inchiesta, che potrebbe almeno portare ad altri punti fermi. Alcuni imputati eccellenti sono morti (Gelli e d’Amato) e hanno portato con sé il loro incredibile “tesoretto” di misteri, la cui sepoltura continua a far comodo a non pochi vivi.

Inoltre, la riapertura della pista nera rischia di lambire pericolosamente l’inchiesta di Perugia e, se gli inquirenti non si dimostreranno abili, di inciampare sul giudicato che ha dato un alt all’analisi di troppe vicende, che forse meritano ancora altri approfondimenti.

Licio Gelli

Ma anche se così fosse, al libro di Raffaella Fanelli resterebbero meriti importanti.

Innanzitutto, aver scavato altre piste oltre la verità giudiziaria, che in questo caso non può soddisfare pienamente un giornalista o uno storico degni di questo nome.

E poi resterebbe il merito di aver contribuito ancora di più, grazie a un’incredibile serie di testimonianze, a riabilitare l’immagine di Mino Pecorelli: non un ricattatore o un postino di interessi oscuri, ma un giornalista, più ammirato che amato, più temuto che creduto, spinto da una curiosità sovraumana e dal coraggio necessario a supportarla.

E basterebbe questo per poter dire, come fece a suo tempo Andreotti: se l’è cercata.

Ma con tutt’altro senso: Pecorelli se l’è cercata come capita a chi cerca la verità e vuole raccontarla. Costi quel che costi. Altro che Pidocchio

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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