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Rivoluzione digitale e pandemia, parla l’esperto

Il telelavoro c’era già. Ma l’emergenza l’ha trasformato da optional in necessità e ha trasformato il nostro approccio al digitale. Secondo lo scienziato informatico Domenico Talia indietro non si torna e questo cambiamento può dare grandi opportunità, specie al Sud. Ma molto dipende dai sindacati, che devono superare il loro conservatorismo…

C’è chi canta Bella Ciao dai balconi (tant’è che è pure il periodo) e invita a resistere. C’è chi disegna scenari futuri più o meno distopici e chi, più prosaicamente, fa irriferibili scongiuri.

Il Coronavirus ci ha isolati e cambiati. Soprattutto, ha cambiato il nostro rapporto con la rete, che tende a passare dalla dipendenza alla consapevolezza.

Un esempio di telelavoro

Da mezzo di evasione, su cui magari simulare identità virtuali o aumentate (e spesso e comunque irreali) i social sono diventati l’antidoto alla solitudine.

Non solo: le tecnologie del web hanno consentito a una fetta non secondaria dell’economia di tenere botta. E probabilmente dovremo alla rete il fatto che, una volta finita l’emergenza, non troveremo solo macerie.

Ma forse ancora non abbiamo visto niente, fa capire un esperto di rango come Domenico Talia.

Docente di Informatica presso l’Università della Calabria, Talia è la classica testa d’uovo capace di superare i confini della propria disciplina per guardarla dal di fuori con ottimismo, prudenza e quel pizzico di disincanto che non guasta mai.

Di ciò il prof calabrese ha dato un esempio nel suo notevole La società calcolabile e i big data (Rubbettino, Soveria Mannelli 2018) in cui si è lanciato in speculazioni di alto profilo sul ruolo del web e dell’informatica nella postmodernità.

Iniziamo da un aspetto centrale del dibattito scatenato dalla pandemia: lo smart working,

A mio avviso è poco più di un brillante gioco di parole: nelle lingue anglosassoni questa espressione non esiste. Semmai resta l’uso dell’originale tele working. Il telelavoro di cui si discute da anni anche da noi.

Però i due concetti non sono proprio la stessa cosa. C’è uno spostamento semantico non leggero.

Infatti: il telelavoro non è necessariamente smart: si può lavorare in maniera inefficiente o addirittura stupida anche attraverso la rete. La tecnologia è un mezzo e può essere usata bene o male, come tutti i mezzi, tuttavia non è mai neutrale.

Chiariamo quest’ultimo aspetto.

Vuol dire che la tecnologia cambia anche l’approccio alle cose (quindi al mondo reale) di chi la usa.

La copertina del libro di Domenico Talia

E con lo smart working cosa cambia?

Bisogna capire cosa si intende. Se è solo un sinonimo di telelavoro, non cambia nulla, come sa chi lo sperimenta già. E in fin dei conti tutto lascia credere che questa espressione (che è un curioso neologismo anglosassone coniato in Italia), sia solo un escamotage propagandistico per far di necessità virtù e rendere addirittura appetibile ciò di cui prima diffidavano in tanti.

Visto che il telelavoro si praticava già in non pochi settori, a cosa è dovuta la diffidenza italiana?

Esatto, questa diffidenza è essenzialmente italiana ed è stata variamente espressa, anche con forme di rigetto vero e proprio, da molte aziende, da tantissimi cittadini e lavoratori e da non poche, tra l’altro importanti, sigle sindacali. Direi che sia dovuta a un forte conservatorismo tipico del carattere nazionale. Non mi riferisco, va da sé, al conservatorismo intellettuale e politico, che in tutta Europa vanta esponenti di intelligenza rara, ma a un’attitudine che riguarda il progresso: l’Italia è un Paese che ha prodotto molto a livello scientifico ma che ha applicato ben poco di tante scoperte importanti.

Dunque, quali potrebbero essere i benefici del telelavoro?

Alcuni sono già evidenti, come dimostrano la tenuta e la crescita delle aziende che combinano il telelavoro con l’e commerce. Ed è persino banale citare i casi delle scuole e delle università, che continuano la didattica e l’attività amministrativa. Il tutto a dispetto dell’isolamento indotto dalla pandemia.

Ma quanto sono fondati i timori delle organizzazioni sindacali sui pericoli che il mondo del lavoro correrebbe a causa dell’informatica?

Sono fondatissimi se l’uso delle tecnologie informatiche e del web si riduce a un mezzo per tagliare i costi del lavoro e comprimere i diritti dei lavoratori. E purtroppo non mancano gli esempi di settori che necessitano di una disciplina urgente (è il caso dei riders). Ma questi timori sono infondati se il telelavoro è anche smart, cioè lo si usa per migliorare la produttività. Credo che molto dipenda dalla capacità dei sindacati di portare le tutele del lavoro anche nelle aree ancora di frontiera. Come in parte è già avvenuto, dato che si sta sviluppando una consistente giurisprudenza del lavoro legata ai metodi informatici. Se la tecnologia cambia chi la usa, perché ciò non dovrebbe avvenire anche per i sindacati?

In sociologia e nelle scienze politiche le crisi sono considerate anche sfide, dei challenge. È così anche in questo caso?

Certo. L’esempio tipico di crisi che sia anche challenge è la guerra. Non è un caso che tutte le innovazioni più importanti della vita civile siano dovute all’adattamento di tecnologie militari: i trasporti di massa e la rete sono gli esempi più eclatanti. La crisi scatenata dal Covid-19 ha già innescato dei cambiamenti da cui non si torna indietro. Non vince chi resiste ma chi si adegua.

Più che resistenza, la parola chiave è resilienza….

Io aggiungerei anche la serendipity, che è quel misto di capacità e fortuna che consente di scoprire (e usare) cose nuove in un percorso che magari porta da tutt’altra parte. C’è da dire che la serendipity si verifica in maniera tutt’altro che secondaria proprio nell’informatica. Ma perché la resilienza e la serendipity siano davvero efficaci occorre la consapevolezza.

È di nuovo il caso di chiarire.

Prendiamo il caso dei social nework. Fino all’esplosione della pandemia sono stati utilizzati spesso in maniera superficiale o impropria, al punto di creare nuove forme di solitudine. Ora, invece, proprio grazie ai social lo spirito comunitario riesce a tenere in maniera accettabile, perché li si usa per sostituire la comunicazione normale, che è impedita a livello fisico. In molti, magari non tutti, hanno acquisito una maggior consapevolezza dell’uso dei social e delle chat. E forse a questa consapevolezza seguirà un uso più responsabile.

Una videoconferenza multipla su Zoom

Torniamo al mondo del lavoro: cosa potrebbe accadere di rivoluzionario con l’uso massiccio del telelavoro?

Una cosa che già in piccola parte avviene in alcuni settori: molte persone potrebbero lavorare in maniera perfettamente produttiva per aziende o datori di lavoro a centinaia di chilometri di distanza. Per i territori più depressi, come la Calabria, sarebbe una manna: un calabrese potrebbe lavorare benissimo per un’azienda con sede nel profondo Nord o all’estero senza spostarsi e generando un reddito di cui beneficerebbe il territorio e, quindi, le attività economiche che al telelavoro si prestano poco. Oppure vogliamo parlare dell’impatto ambientale? Il cielo terso a Milano, il ritorno dei pesci nella Laguna e il calo delle polveri sottili dovuto alla drastica diminuzione degli spostamenti, sono sin troppo eloquenti. L’uso dello smart working potrebbe contenere gli spostamenti inutili e rendere obsolete tante attività invasive a livello ambientale.

In pratica non sarebbe proprio un’apocalisse.

Ripeto: molto dipende dall’intelligenza e dalla capacità dei sindacati di gestire questa trasformazione inevitabile. Per usare una metafora, dalla capacità di cavalcare la tigre.

La tecnologia e la rete hanno già cambiato le nostre vite, hanno creato criteri sociali di esclusione e di inclusione e hanno trasformato comunque il modo di lavorare. Per tornare alla metafora: la tigre c’è già. Se riusciremo a domarla e cavalcarla, ci porterà lontano nella direzione desiderata, altrimenti ci sbranerà.

Quindi il prossimo futuro è ancora aperto.

È una questione di volontà e di capacità, perché l’informatica non è una disciplina determinista. Abbiamo già le avvisaglie di questo futuro nelle innovazioni prodotte dai colossi dell’informatica: Microsoft sta adeguando Skype alle videoconferenze di centinaia di persone per far concorrenza a Zoom, Facebook sta preparando una versione di Messenger per desktop capace di replicare le potenzialità di Zoom e così via. Inoltre, Google e Facebook stanno pubblicando le proprie statistiche sui comportamenti degli utenti: è il segnale che il mercato si muove per adeguarsi ai cambiamenti che sono già in atto. Ed è il segnale che indietro non si torna.

Quindi il dopo dipende essenzialmente da noi.

Certo. Per parafrasare Gramsci, occorre avere l’ottimismo della volontà e la prudenza della ragione, perché non si può essere pessimisti quando ci si prepara a gestire il cambiamento e non c’è resilienza senza prudenza.

(a cura di Saverio Paletta)

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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