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Salvini antimeridionale? Ma lasciamo correre…

Il leader della Lega continua a mietere consensi al Sud con la sua ricetta politica rozza ed efficace, come dimostra il recente bagno di folla a Cosenza. Chi cerca di contrastarlo usa armi spuntate. Ma il vero pericolo sta altrove e anche la ex sinistra di governo ha le sue responsabilità nell’ascesa dell’unica destra radicale europea in grado di mirare al potere vero

Al Sud circola ancora un luogo comune sulla Lega, che denuncia il ritardo con cui a certe latitudini alcuni gruppi dirigenti e intellettuali continuano a recepire i mutamenti politici.

A detta di molti – di sicuro non i più, che hanno invece premiato la rozza ricetta politica dell’ex ministro dell’Interno, ma quanto basta per far rumore – la Lega sarebbe ancora quella antimeridionale di Bossi e il Salvini di oggi, sotto sotto, resterebbe quello di ieri, che pur di far carriera sotto l’ala del Senatur non esitava a ripetere sui palchi certi cori da stadio poco edificanti, del tipo Vesuvio lavali col fuoco.

Salvini a Cosenza

Il Salvini di oggi è un transformer attaccato ai sondaggi, che ha accantonato ogni identità politica, per prima la sua, e sarebbe capacissimo di andare nella Curva del San Paolo a gridare con gli ultrà napoletani Giulietta è ’na zoccola contro i veronesi, se ciò gli portasse audience e voti (che poi nella sua concezione sono la stessissima cosa).

È uno scaltrissimo manager della politica, che ha occupato uno spazio lasciato vuoto dal vecchio centrodestra e da lì ha iniziato una scalata formidabile grazie a una comunicazione invasiva e minimale.

Ed ecco che, a dispetto della pochezza delle idee e dei contenuti, al rampollo del vecchio estabilishment leghista è riuscito il miracolo politico che Oltralpe non è riuscito alla ben più attrezzata famiglia Le Pen: portare una destra radicale creata quasi da zero sulle macerie del vecchio neofascismo e di altri gruppuscoli nell’area di governo.

Gli antisalviniani sfilano a Cosenza

Il tutto a suon di tweet, bombardamenti social e altre amenità 2.0.

La Lega di oggi si è trasformata come il suo leader: è un contenitore larghissimo dai confini evanescenti, capace di raccogliere i malumori di molti grazie a una semplice intuizione: lo spostamento del nemico, che non è più il terrùn, ma il negro, o comunque l’altro. Se stare a Sud significa essere sfigati, c’è sempre qualcuno più a sud con cui prendersela. E per tanti che tra le nebbie della Padania dicono negher ce ne sono altrettanti che sotto il Pollino dicono nivuru. La stessa ignoranza in due sfumature dialettali.

La paura verso l’altro, che spesso è anche l’ultimo, mette tutti i penultimi della Penisola nello stesso calderone. E il Prima gli italiani, il refrain della marcia trionfale salviniana, assume due valenze.

Lo storico teatro Morelli di Cosenza piano di tifosi meridionali del Capitano

La prima è negativa, perché compatta gli scontenti sulla xenofobia che cresce d’intensità e diventa razzismo, La seconda è positiva, perché archivia, almeno al momento, il pregiudizio antimeridionale, cavalcato alla grande dalla Lega 1.0.

In queste condizioni, c’è poco da agitare lo spettro dell’antimeridionalismo leghista. Lo possono fare i suddisti alla Pino Aprile, che hanno mollato il revisionismo antirisorgimentale per darsi alla politica. Ma non serve essere esperti politologi per capire che questo spettro, per ora, è esorcizzato.

Basterebbe, semmai, curiosare un po’ di più a casa della Lega per capire chi siano i veri nemici di Salvini: gli ex bossiani, che mordono il freno, accusano il Capitano di aver snaturano il Verbo e lanciano polpette avvelenate, come il regionalismo differenziato, dal quale il furbo leader è riuscito a sfilarsi con la crisi di Ferragosto.

Striscioni antisalviniani a Cosenza

Il regionalismo differenziato, promosso con due referendum farlocchi da Maroni e Zaia, è il secondo falso problema invocato dagli antisalviniani. Essenzialmente per un motivo: è irrealizzabile. Certo, ha ragione un economista prestigioso come Gianfranco Viesti nel denunciare i pericoli di questa riforma: il Nord ricco ed egoista come tutti i ricchi farebbe una secessione di fatto dal Sud povero (e piagnone e rabbioso come tutti i poveri). Però persino uno studente universitario che ha appena dato Diritto costituzionale si accorgerebbe di una cosa: dare alla Lombardia e al Veneto ciò che parte dei loro abitanti ha richiesto significherebbe rompere la Costituzione, perché queste due Regioni avrebbero più poteri e risorse di Valle d’Aosta, Trentino e Sicilia, che invece sono a Statuto speciale.

Da questo punto di vista possiamo davvero dormire sonni tranquilli, perché nessuno in questo Parlamento ha i numeri per promuovere il regionalismo differenziato in quella disastrosa misura né, tantomeno, per tentare una riforma della Costituzione.

Insomma, la fobia del pregiudizio antimeridionale è un’arma spuntata. E lo prova il fatto che Salvini ha iniziato il suo tour elettorale calabrese con un bel bagno di folla a Cosenza e a dispetto della gazzarra inutile che molti attivisti di sinistra hanno inscenato nelle vie cittadine.

Una gazzarra che si è rivelata un boomerang che Salvini ha colto al volo per presentare i suoi contestatori come eversori incivili.

I numeri dicono altro: la Lega tiene dappertutto e in Calabria è in ascesa. Proprio quel che serve al Capitano per puntellarsi di più al Sud e ridimensionare i bossiani.

Il che non vuol dire che Salvini si sia improvvisamente innamorato del Sud. O forse sì, ma alla maniera dei cacciatori di voti. Cioè come il contadino che ha trovato terreno per i propri semi e lo concima come si deve con lusinghe e promesse che, al momento, funzionano.

Probabilmente, a rileggere non troppo tra le righe il suo discorso, il Capitano non sembra neppure troppo intenzionato a governare il Profondo Sud ma mira al risultato minimo di portare a Pontida una buona pattuglia di consiglieri regionali terroni e consolidare il suo progetto politico.

Questo per la realpolitik.

Ma per il resto? La pericolosità di Salvini è essenzialmente una: l’azzeramento di ogni cultura politica e la riduzione dei grandi temi a spot da supermercato. Spot che fanno presa su un malessere in buona parte responsabilità di chi ha preceduto l’ex governo gialloverde.

Se i penultimi hanno perso ogni remora nello scatenarsi contro gli ultimi e salgono a bordo del Carroccio per andare alla carica, ciò è dovuto al fatto che chi poteva (e doveva) si è ben guardato dal dare regole all’immigrazione, ha trasformato di fatto l’accoglienza in un business e ha tagliato le gambe a ogni vera integrazione.

Ciò è dovuto al fatto che chi poteva (e doveva) si è ben guardato dal conciliare con efficacia la solidarietà con l’ordine pubblico.

Non ci si meravigli, allora, che qualche furbone come Salvini si faccia carico di certi malesseri. Né si deve demonizzare chi li prova e vota di conseguenza. Bisogna prendere solo atto della situazione e agire con maturità.

Ma, è doveroso chiedersi, c’è qualcuno davvero maturo nel fronte antisalviniano?

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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