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Rifugiati usati come schiavi nei campi della Calabria

L’accusa: dieci ore di lavoro al giorno in nero nei campi per paghe da fame. E i Centri incassano 35 euro al giorno per i migranti che dovevano proteggere

A breve si sapranno i nomi dei 14 presunti caporali beccati in Sila dai carabinieri del Comando di Cosenza.

Ma, più dei nomi, parla la storia, che conferma quanto pensano in tanti (e per fortuna, stavolta anche gli inquirenti), mormorano in pochi e dicono in pochissimi: l’immigrazione, soprattutto nel Profondo Sud, si risolve in un business di cui profittano i soliti imprenditori senza scrupoli.

Questa vicenda, che ha fatto il giro del web e dei tg sin dalle primissime ore del mattino, è già nota. La riassumiamo solo per comodità del lettore.

Il luogo del crimine – perché di crimine, gravissimo, si tratta, se i risultati dell’indagine saranno confermati – è l’altopiano della Sila, in provincia di Cosenza, un’area suggestiva che ancora resiste bene nell’immaginario turistico. Tra i protagonisti della vicenda, emersa da un’inchiesta avviata lo scorso settembre dalla procuratrice aggiunta Marisa Manzini e dal sostituto procuratore Giuseppe Cava (entrambi in forze alla Procura di Cosenza), ci sono i responsabili di tre Centri di accoglienza straordinaria e i titolari di alcune aziende agricole.

Secondo l’accusa, confermata dal giudice delle indagini preliminari Salvatore Carpino, i 14 indagati avrebbero sfruttato una trentina di rifugiati di origine africana come braccianti nei campi di patate e di fragole e come pastori in cambio di paghe da fame, che oscillavano tra 15 e 20 euro al giorno in cambio di una giornata lavorativa di 10 ore.

Sempre secondo l’accusa, i rifugiati venivano tuttavia segnati regolarmente nei fogli di presenza dei Centri che li ospitavano e che perciò continuavano a incassare la diaria di 35 euro per rifugiato consegnata dal Ministero dell’Interno ai gestori di queste strutture.

Forse questa volta non si può parlare di omessi controlli, perché l’indagine della Procura cosentina rientra nei tempi standard.

Tuttavia, è obbligatoria una riflessione: di fronte a storie come questa non ci si può limitare alla cronaca.

Del caporalato sulla pelle dei migranti più o meno regolari già si sa in abbondanza, sin dall’inizio del millennio: costoro, grazie a leggi restrittive sempre più pesanti, che sembrano fatte apposta per creare clandestini (ad esempio la Bossi-Fini), sono stati sfruttati alla grande nell’agricoltura meridionale, per capirci quella che ha incamerato spesso fior di contributi e punta i piedi per la tutela dei marchi.

Che sia la raccolta delle ulive e dei pomodori in Puglia, su cui ha scritto pagine memorabili Riccardo Bocca sull’Espresso, che sia la raccolta degli agrumi in Calabria o Sicilia, poco importa: siamo alle prese con un sistema malato che vive di complicità e silenzi, forse nelle stesse istituzioni, e ha reso l’agricoltura un settore poco praticabile per il mondo del lavoro e difficilmente penetrabile dal sindacato.

La vicenda di Cosenza è il sintomo che di questa involuzione, che può far paventare un ritorno dell’agricoltura a pratiche e metodi ottocenteschi, si prepara la versione 2.0, grazie alla saldatura con l’altro business, più infame dello stesso caporalato: lo sfruttamento dei rifugiati. Già ne vediamo molti chiedere l’elemosina ai semafori, a dispetto del fatto che le strutture sono pagate per accoglierli. E la Calabria omertosa ha assistito, a partire dall’estate del 2015, ad alcune rivolte di questi disperati, tenuti in condizioni inumane da chi incassava 35 euro di quattrini pubblici per ospitarli.

C’è da sperare che l’inchiesta di Cosenza sia un monito.

A chi vede e sa, perché non giri la testa dall’altra parte.

Alle associazioni di categoria dei produttori agricoli, perché sappiano che è immorale invocare il protezionismo e chiedere marchi su marchi quando  ci sono i furbi che le provano tutte per comprimere i costi (che poi sono i costi dei diritti) e guadagnare tre volte: dai prezzi dei prodotti, che puntano in alto grazie ai marchi, dai fondi pubblici, erogati come sostegno alla produzione ma che in questo sistema diventano un utile aggiuntivo, e dai filtri doganali, elaborati a danno dei Paesi più poveri.

Ai responsabili della pubblica sicurezza, perché vigilino anche in maniera preventiva sul micidiale mix che può scaturire dalle illegalità, finora soprattutto sospettate, di chi dovrebbe gestire il sistema d’accoglienza e di chi ricorre ai migranti, meglio ancora se clandestini, per forzare le regole che il mercato del lavoro di un Paese civile deve avere e far rispettare.

Il problema, va da sé, non è l’immigrazione, che è una risorsa utilissima per i nostri sistemi, minacciati da un forte calo demografico. Ma il modo in cui è gestita. È il caso di vederci più chiaro.   

Per saperne di più:

L’elenco degli indagati e le iniziative del ministero dell’Interno

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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