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Messa per Francesco II di Borbone

San Franceschiello, una tegola vaticana e mediatica sulla beatificazione

Finisce nel mirino dei media Nicola Giampaolo, il postulatore della canonizzazione dell’ultimo re di Napoli, assurto agli onori della cronaca e piombato nelle polemiche ecclesiastiche in seguito alle sue recenti dichiarazioni a Report. Proprio grazie alle vicende del lobbysta pugliese specialista in faccende sacre emergono alcuni retroscena della beatificazione, non ancora approdata in Vaticano…

Un piccolo giallo vaticano apre spiragli interessanti sulla causa di canonizzazione di Francesco II di Borbone, l’ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie, avviata a Napoli poco prima dello scorso Natale e di cui non si hanno notizie fresche.

Ci si riferisce, tuttavia, alle notizie ufficiali. A livello ufficioso, infatti, i bene informati riferiscono che il processo sarebbe rimasto fermo nell’Arcidiocesi di Napoli e non sarebbe mai arrivato oltre Tevere, dove invece è stato ricevuto un documento particolare: la Memoria storica contro l’eroicità delle virtù di Francesco II di Borbone, un documento molto articolato che reca la firma di oltre trenta professionisti, intellettuali e studiosi, tra l’altro in larga parte meridionali (leggi qui).

Francesco II di Borbone, l’ultimo re delle Due Sicilie

Come mai questa mancanza di informazioni su una vicenda che aveva avuto pochi mesi fa il suo bravo clamore mediatico?

Sempre i bene informati riferiscono che lo stop alla canonizzazione sarebbe legato all’insediamento, avvenuto il 2 febbraio scorso, di mosignor Domenico Battaglia nel ruolo di arcivescovo di Napoli e presidente della Cec (la Conferenza episcopale campana), succeduto a monsignor Crescenzio Sepe, dimissionario per raggiunti limiti d’età.

Va da sé che non tutti i prelati hanno gli stessi interessi ed è plausibile che per monsignor Battaglia, il quale ha origini calabresi e si è sempre segnalato più per l’impegno sociale che per la passione araldica, la beatificazione di un ex re abbia meno importanza di quanta ne avesse per monsignor Sepe, che invece si era schierato in prima fila. E forse, suggeriscono gli stessi bene informati, la beatificazione di Franceschiello non avrebbe tutta quella priorità neppure per la Santa Sede. Anche perché, sempre a proposito di santi e canonizzazioni, le autorità vaticane hanno altre gatte da pelare.

Domenico Battaglia l’arcivescovo di Napoli

È il caso di tornare al piccolo giallo a cui si accennava in apertura. Lo ha fatto esplodere Lo sterco del diavolo, una notevole inchiesta televisiva realizzata da Giorgio Mottola per la puntata di Report andata in onda lo scorso 12 aprile. Uno dei protagonisti del servizio di Mottola è Nicola Giampaolo, intervistato per il suo ruolo controverso di postulatore per la canonizzazione di Aldo Moro. Nello specifico, Giampaolo aveva lanciato allusioni pesantissime, in cui i non detti e i sottintesi pesavano più delle affermazioni, nei confronti del cardinale Angelo Becciu, presidente nel 2018 della Congregazione delle Cause dei Santi, l’organo della Santa Sede preposto alle canonizzazioni.

Queste allusioni riguarderebbero la richiesta di una tangente di 70mila euro per snellire l’iter che riguardava il compianto leader del cattolicesimo politico italiano.

Che c’entra Aldo Moro con re Franceschiello? Nulla, ovviamente. Ma i due hanno in comune due cose, in questa vicenda: i processi di canonizzazione e, soprattutto, il postulatore, in entrambi i casi Nicola Giampaolo.

Nicola Giampaolo

A stretto giro di mail, è arrivata una doppia smentita vaticana alle sortite di Giampaolo, che apre squarci importanti sulla figura di questo postulatore e ne rivela non poche zone d’ombra.

Al riguardo tornano utili due passaggi delle due note vaticane.

Uno di questi è contenuto nella missiva inviata dalla Congregazione delle Cause dei Santi alla redazione di Report il 9 aprile, cioè tre giorni prima che andasse in onda l’inchiesta di Mottola, e contiene una stilettata non proprio leggera nei confronti di Giampaolo:

«Si precisa, altresì, che presso la Congregazione delle Cause dei Santi non esiste alcuna forma di accreditamento dei postulatori come il Giampaolo scrive nel suo curriculum vitae».

Più diretto il passaggio della lettera inviata a Report da padre Boguslav Turek, il sottosegretario della Congregazione tirato in ballo da Mottola in seguito alle dichiarazioni di Giampaolo:

«Ho incontrato il Sig. Nicola Giampaolo negli uffici della Congregazione per parlare della sua nomina a postulatore in fase romana di due Cause, non riguardanti quella dell’Onorevole Aldo Moro. In quell’occasione, come è il mio dovere di sottosegretario, gli ho presentato e spiegato con cortesia i motivi che hanno portato il Congresso Ordinario del Dicastero (un organo collegiale che delibera sulle questioni riguardanti le Cause) a non ratificare la nomina per le menzionate due Cause a motivo della mancanza dei requisiti richiesti dalle norme canoniche».

Padre Boguslaw Turek

A quali requisiti si riferisce padre Turek? Di sicuro sono requisiti specifici che riguardano l’idoneità di Giampaolo. Ma riguardano solo le due cause a cui accenna l’alto prelato oppure c’è dell’altro?

Il curriculum del postulatore (vai qui) non dice granché: accredita a Giampaolo il diploma di laurea in Metodologia della progettazione, conseguito all’Accademia delle Belle Arti di Bari, il Diploma di postulatore, conseguito presso la Pontificia Università Urbaniana dello Stato della Città del Vaticano, e il titolo di giornalista pubblicista, che probabilmente è il suo unico titolo professionale, visto che quello di postulatore è un ruolo (per molti magari anche una missione) ma non un mestiere.

Eppure, a sentire i suoi detrattori, parrebbe che Giampaolo campi bene anche di questo. Infatti, sulla scia delle smentite vaticane a Report, il giornale online korazym,org dipinge a tinte a dir poco fosche il postulatore. Leggere per credere il seguente passaggio:

«Vuoto pneumatico ricoperto di retorica sberluccicante, Nicola Giampaolo è uno di coloro che sanno introdursi negli ambienti dell’alta società: cocktails, donne appariscenti, showgirl, Cacao Meravigliao, opere d’arte sacra, alti prelati e cardinali. Del resto la Chiesa che lui desidera – “Questa è l’Italia che amo, questa è la Chiesa che desidero!” – è tutta così: agghindata di sberluccichii come la miss di un concorso di bellezza: “Le Miss resistono in eterno!!!”, assicura. In genere alloggia in umilissime regge principesche o in alberghi lussuosi, in mancanza di altro si accontenta di un 4 stelle» (leggi qui l’articolo completo).

Monsignor Angelo Becciu

Certo, la fonte è da prendere con le pinze, visto che korazym.org difende monsignor Becciu a spada tratta e quindi potrebbe non essere imparziale. Ma il ritratto resta piuttosto duro e, soprattutto, non smentito: Giampaolo ne esce come un lobbysta avvezzo a certo jet set, simile a tanti altri che ruotano attorno alle alte cariche delle Chiesa, vaticane e curiali.

Un dettaglio molto significativo di questa attitudine è l’orgoglio con cui il postulatore esibisce i titoli che ha e la disinvoltura con cui accetta quelli che non ha (o non ha dichiarato). Ad esempio, il titolo di avvocato.

Questo amore per i titoli è emerso in occasione dell’avvio di canonizzazione di Franceschiello, per la precisione in una nota dell’Ansa, in cui si fa riferimento al postulatore come «avv. Giampaolo» (leggi qui).  Una svista? Forse. Oppure Giampaolo è anche avvocato senza che nei suoi dati pubblici fosse menzionata neppure la semplice laurea in Giurisprudenza?

In effetti, un Nicola Giampaolo che fa l’avvocato esiste. È abruzzese con studio a Francavilla. Contattato da chi scrive, l’avvocato Giampaolo (quello vero) conferma quanto segue: non è parente ma solo omonimo del postulatore, non ha con lui rapporti neppure di conoscenza superficiale, non si occupa di affari canonici ed ecclesiastici.

Monsignor Crescenzio Sepe, l’arcivescovo emerito di Napoli

Ma non è stata solo l’Ansa ad incappare nel misundestanding: basta una semplice scrollata su Google per capire come molte testate che si sono occupate delle beatificazioni patrocinate da Giampaolo lo abbiano definito spesso avvocato. E si badi bene: è vero che il postulatore di una santità è assimilato, nel processo di canonizzazione, a un avvocato. Tuttavia, questo è solo un modo di dire, che non è contemplato dal Diritto canonico, dalla prassi ecclesiale e, persino, dal gergo.

Ma la presunta avvocatura è un dettaglio davvero marginale nella vicenda della canonizzazione di Francesco II, in cui pesano di più la geografia e certi rapporti araldici.

Veniamo alla geografia: Nicola Giampaolo è pugliese ed è conosciuto dalle cronache locali anche per un suo altro pallino, la politica in cui si è segnalato come consigliere comunale di Rutigliano, una cittadina di 18mila e rotte anime nel Barese.

Attaccata a Rutigliano c’è Conversano, che di abitanti ne fa circa il doppio. A Conversano è sacerdote don Luciano Rotolo, esempio di prete legittimista postmoderno, da sempre vicino alle cosiddette posizioni neoborb e anche lui in prima fila nella canonizzazione dell’ultimo re Borbone.

Don Rotolo era molto vicino, a livello ideologico, a un altro presbitero: l’agropolese don Massimo Cuofano, anche lui di orientamento neoborb e scomparso circa quattro anni fa per un brutto male.

Don Luciano Rotolo, prete neoborb e sanfedista postmoderno

I nomi dei due prelati si ritrovano negli elenchi della Fondazione Francesco II delle Due Sicilie, don Rotolo come vicepresidente e il compianto don Cuofano come ispiratore. La Fondazione ha sede a Napoli, nella Chiesa di Santa Maria Coeli e San Gennaro.

Non è solo la geografia a tracciare un filo diretto tra la Puglia e la canonizzazione del re Borbone: anche l’araldica fa la sua parte, grazie nientemeno che a don Carlo di Borbone, discendente del ramo francese dell’ex dinastia napoletana (e, in tale ruolo, in perenne competizione con don Pedro di Borbone, esponente del ramo spagnolo), il quale figura nella Fondazione come presidente onorario. La presenza del discendente di Franceschiello è una garanzia araldica dop: don Carlo è anche gran maestro del Sacro Militare Costantiniano Ordine di San Giorgio, di cui fa parte un po’ di gente che conta, a Napoli e non solo. Tra questi, l’ex arcivescovo Crescenzio Sepe, che ha l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce e, secondo i soliti bene informati, aspirerebbe a diventare Gran Priore di quest’ordine cavalleresco al posto dell’ottantottenne monsignor Renato Raffaele Martino.

Don Carlo di Borbone (quello del caffè e dei cavalieri)

Questo giro di collegamenti, qui esemplificato per ragioni di spazio, spiega varie cose.

Innanzitutto, spiega il collegamento tra la Puglia e la Campania e quello tra le ragioni dell’araldica e le aspirazioni di certo cattolicesimo, di sicuro non progressista (e in fin dei conti anche la santità per determinati ambienti è una forma di araldica…).

Spiega, inoltre, come mai la scelta sia ricaduta su un postulatore pugliese, specializzatissimo nei rapporti col jet set, tra l’altro esibiti orgogliosamente, sebbene la Curia partenopea disponga di fior di canonisti.

Non spiega una cosa: le piccole dimensioni della Fondazione Francesco II delle Due Sicilie, a cui consegue una natura giuridica minimale. La Fondazione, infatti, non ha una sede di proprietà né è dato sapere a quanto ammonti il suo capitale.

Queste informazioni, almeno, non sono ricavabili dal pur dettagliatissimo Statuto, riportato nel sito web istituzionale (leggi qui). Eppure questo ente è il promotore, così almeno riferiscono i media, della canonizzazione di Franceschiello. Spalle troppo piccole per un compito così impegnativo e gravoso? Probabilmente. Ma c’è da dire che finora nessuno ha preso le misure alla Fondazione.

Infatti, allo stato delle informazioni di cui si dispone, quest’ultima non risulta iscritta né presso la Prefettura di Napoli né presso la Regione Campania. E anche a tal proposito lo Statuto non aiuta, visto che riporta solo i nomi dei fondatori ma nessun numero di protocollo e nessuna traccia di rogiti.

Un mistero? Forse. Ma lascia il tempo che trova, visto che sull’aspetto più importante di questa vicenda, il processo di canonizzazione, è calato un bel po’ di silenzio.

C’è da scommettere che difficilmente l’abile Giampaolo riuscirà a sbrogliare questa matassa, ormai troppo aggrovigliata. E per quel che riguarda don Carlo? Nessun problema: lui ha già l’orgoglio di aver dato il nome a un bel marchio di caffè, la santità dell’avo illustre può attendere.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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