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«La diffamazione? Depenalizziamola del tutto»

Intervista a Enrico Caterini, ordinario di Diritto privato all’Università della Calabria e direttore del Corso di alta formazione in Giornalismo Giudiziario: abolire il carcere non basta, le parti lese si accontentino del risarcimento civile. E sul futuro della professione: non è più come una volta, oggi i giornalisti devono iniziare subito con una specializzazione molto forte

Consumarsi le suole: è solo uno delle tante frasi fatte, che restano un retaggio del giornalismo tradizionale.

E ancora: la pratica batte la grammatica, che è un’altra impostazione tipica dell’ambiente professionale dei giornalisti, nel quale si vive una contraddizione forte. Da un lato, i criteri di accesso larghi (basta il diploma delle scuole superiori per accedere all’albo dei professionisti e la licenza media per quello dei pubblicisti) ereditati da un’epoca in cui la scolarizzazione era bassa e le lauree valevano oro zecchino. Dall’altro, preme una maggiore esigenza di specializzazione, che in Italia è coperta poco e male dei postlaurea e dai corsi di laurea dedicati al giornalismo e alla Comunicazione.

Enrico Caterini, il direttore del Corso di alta formazione in Giornalismo Giudiziario

Irreggimentare l’informazione e farne una disciplina accademica è quasi impossibile, perché il giornalismo è una professione empirica, che si nutre di altri saperi, che il più delle volte non sono prodotti per il mondo dell’informazione. Tuttavia, l’obiettivo di una maggiore specializzazione è perfettamente raggiungibile e desiderabile.

Risulta interessante, al riguardo, l’esperimento dell’Università della Calabria, dove è stato istituito da poco un Corso di alta formazione in Giornalismo Giudiziario, riservato ai laureati in Giurisprudenza ed equipollenti.

Lo scopo di questo Corso è duplice: «Offrire senz’altro degli sbocchi in più ai giuristi ma anche arricchire di competenze specialistiche l’ambiente professionale», spiega Enrico Caterini, ordinario di Diritto privato all’Unical e direttore del Corso. Caterini, c’è da dire, non parla solo da giurista esperto, ma anche da conoscitore diretto dei problemi dell’informazione, visto che è giornalista pubblicista.

Il Corso di alta formazione prende letteralmente il toro per le corna. Cioè affronta di petto i problemi della cronaca giudiziaria, che è una delle colonne della professione.

La cronaca giudiziaria è uno dei cardini del giornalismo, da cui deriva la maggior parte delle norme (pratiche, deontologiche e di legge) che regolano la professione. È anche il settore più difficile dell’informazione, perché tocca gli aspetti più delicati della vita: si pensi al diritto all’immagine o alla privacy, solo per fare due esempi. Perciò è necessario che il cronista abbia una conoscenza approfondita delle regole processuali e sostanziali della giustizia. Senza questa conoscenza, i cronisti rischiano di riferire circostanze malintese o distorte.

Il rischio non è solo di oggi. Si pensi, giusto per fare un esempio classico, al caso Tortora, che avviò un ripensamento della giustizia ancora in corso…

Purtroppo, questo stesso ripensamento non c’è stato nel mondo dell’informazione. Certo, il problema della qualificazione professionale dei giornalisti è vecchio, ma oggi è ineludibile, perché l’esplosione della rete, che ha letteralmente moltiplicato l’informazione, rende necessaria una preparazione specifica più alta negli operatori. Credo che una prima risposta alla crisi dell’editoria sia l’informazione di qualità, cioè un’informazione precisa e puntuale, in cui le competenze dell’operatore fanno la differenza.

Uno scorcio panoramico dell’Università della Calabria

Ma c’è comunque una differenza forte tra l’impostazione del giornalista e quella del giurista. Il primo si occupa essenzialmente di fatti, che possono anche prescindere dalle norme, per raccontarli a un pubblico più o meno vasto. Il secondo, invece, valuta i fatti per inserirli nelle norme e, normalmente, dialoga con un pubblico ristretto, composto da altri giuristi.

Nulla toglie che il giornalista possa riferire fatti che vanno oltre ciò che accade nel processo. Anzi, deve riferirli perché proprio su questi fatti ulteriori si basa spesso l’esercizio di un corretto diritto di critica. Tuttavia, anche questo aspetto della cronaca richiede una forte competenza e quella consapevolezza del ruolo che derivano da una preparazione specifica approfondita.

E d’altro canto anche non pochi ambienti giornalistici invocano la necessità di competenze più specialistiche. Faccio l’esempio del manuale di Alberto Papuzzi, Professione giornalista, che dedica non poche pagine a questo problema…

Al riguardo, possiamo citare l’esempio più recente, offerto dal Manuale di giornalismo di Alessandro Barbano, che tra l’altro è una delle figure chiave del nostro Corso. Barbano va oltre e considera la specializzazione una necessità di partenza del giornalismo contemporaneo. Che è poi quel che facciamo noi con il Corso: prendiamo la specializzazione dove c’è già, cioè tra i laureati nelle discipline giuridiche, e la decliniamo nei termini e sulle necessità della comunicazione pubblica.

Il che è anche un modo per riportare i giuristi nel giornalismo: si pensi che i laureati in Giurisprudenza fino a quarant’anni fa erano una fetta consistente della professione e che il giornalismo era uno degli sbocchi possibili per i giuristi. Oggi essi sono una minoranza a rischio tra gli iscritti agli albi, tra i quali predominano in maniera schiacciante i laureati in materie umanistiche. Quali sono le conseguenze di questa trasformazione culturale?

Non entro nel merito delle specialità accademiche, perché il discorso sarebbe troppo lungo. Mi limito a osservare che, in effetti, si registra un calo della sensibilità istituzionale del giornalismo, la quale è il riflesso di una minore consapevolezza. È vero che molti grandi giornalisti del passato, anche più recente, avevano un background giuridico: penso a Montanelli o a Bocca, per fare due esempi illustri. Ma parliamo davvero di un altro mondo, in cui l’accesso alla professione era più libero e il mercato creava una selezione naturale. Ora, invece, l’esigenza di una specializzazione, di una expertise marcata è un dato di partenza quasi imprescindibile, senza per questo voler sminuire l’aspetto generalista della professione.

Alessandro Barbano

Sempre a proposito di diritto e giornalismo: è ripreso di recente con una certa virulenza il dibattito sulla riforma del reato di diffamazione a mezzo stampa. Si registra come aspetto positivo l’eliminazione del carcere per i giornalisti, che tuttavia è un dato su cui la Cedu ha bacchettato più volte l’Italia e che è entrato finalmente nella giurisprudenza. Restano, tuttavia, forti perplessità…

Andiamo con ordine. La previsione del carcere per i giornalisti condannati per diffamazione a mezzo stampa è un retaggio di un altro tipo di società, basata essenzialmente sui valori individualisti del vecchio liberalismo. Non è, per capirci, la società disegnata dal costituzionalismo moderno, in Italia come nel resto dell’Occidente. In questo caso, la libertà di stampa non è solo un diritto, ma configura un dovere negli operatori dell’informazione, perché quest’ultima è un elemento essenziale della democrazia. Va da sé che valori come il diritto all’onore e all’immagine, che sono tipicamente individuali, hanno una forza ridotta rispetto al diritto all’informazione.

È il caso di chiarire di più.

L’articolo 21 della Costituzione non si limita solo a tutelare la libertà dell’informazione, ma la rende funzionale alla democrazia. Non a caso, questo articolo è inserito nella prima parte della Carta costituzionale a fianco degli altri diritti fondamentali. Per questo la tutela della libertà di manifestazione del pensiero va oltre il rapporto tra chi elabora l’informazione e chi ne fruisce. Non è la stessa cosa per il diritto all’onore, che riguarda la sfera dell’individuo e si basa su un rapporto tra individui.

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Il che però non vuol dire che l’onore non meriti tutela.

Assolutamente. Però, mentre il rapporto tra democrazia e informazione è un cardine fondamentale dei nostri sistemi, il concetto di onore muta a seconda delle situazioni storiche e sociali. Ovviamente libertà di stampa non significa libertà di diffamare e una tutela resta doverosa. Ma la sanzione del carcere oggi risulta eccessiva. E la Cedu, che ha condannato lo Stato italiano per il caso Sallusti, si è mossa sulla scia di questo ragionamento: il carcere per i giornalisti resta una possibilità nel caso di comportamenti gravissimi, quali l’incitamento all’odio o altre forme di reato a mezzo stampa (penso alle illecite pressioni sugli organi giudiziari o alle turbative d’asta), ma deve sparire per la diffamazione, per cui può benissimo bastare una pena pecuniaria. In questo caso, io andrei oltre la riforma di cui si discute e propenderei per la depenalizzazione completa.

Infatti, la sostituzione del carcere con pene pecuniarie salate può essere un rimedio peggiore del male. Per molti, è preferibile un mese di galera a multe di migliaia di euro.

Già. E occorre tenere conto che, in questo modo, si rischia una duplicazione degli oneri finanziari a carico dei giornalisti, dei direttori di testata e degli editori, che, dopo aver versato la multa, si troverebbero esposti anche alle legittime pretese risarcitorie dei diffamati. Io credo che la tutela civile, unita a forme di azione amministrativa e disciplinare, sia più che sufficiente.

In questo caso, tuttavia, il problema si sposta ma non si risolve, perché i risarcimenti civili a cui sono condannati i giornalisti e gli editori sono comunque salatissimi e, per molti, insostenibili.

Certo, non tutti gli editori hanno le capacità economiche di Mediaset, di Cairo o di Gedi. Ma il problema è risolvibile con un atto di responsabilità dei giornalisti e degli editori. Penso, in questo caso, a un fondo assicurativo, a cui dovrebbero partecipare l’Ordine dei giornalisti e le associazioni di categoria degli editori. Questo fondo assicurativo dovrebbe coprire i danni causati a terze persone, cioè i diffamati. Tra l’altro, mi pare che una proposta simile sia già stata avanzata all’interno dell’Odg.

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Ma è finita in niente, allo stesso modo in cui giace da anni nel dimenticatoio il disegno di legge sul diritto all’informazione.

I paralleli che possiamo fare sono infiniti. E, al riguardo, mi permetto di aggiungere il paragone con la responsabilità civile dei giudici, che per molti versi è affine alla responsabilità degli operatori dell’informazione. La legge sul diritto all’informazione sarebbe utilissima, perché indirizzerebbe la giurisprudenza che al momento è padrona quasi assoluta del settore, perché le normative che lo regolano sono vecchie e, spesso, obsolete. E generano paradossi, che solo di recente sono stati appianati. Penso, ad esempio, al fatto che la responsabilità dei direttori delle testate cartacee sia stata a lungo considerata superiore a quella dei direttori delle emittenti televisive o dei giornali online, che sono mezzi molto più offensivi dei normali quotidiani, perché raggiungono un pubblico più vasto e potenzialmente globale. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che una legge, per quanto ben fatta, possa prendere il posto della giurisprudenza. Sarebbe importante, ma non risolutiva.

(a cura di Saverio Paletta)

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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