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L'ingresso di Garibaldi a Napoli

Il Sud? Speri e lotti, come Garibaldi fece per lui

Intervista esclusiva a Francesco Garibaldi Hibbert, discendente diretto del grande condottiero, in occasione del 160esimo anniversario dell’entrata dell’Eroe dei due mondi a Napoli. I “revisionisti” antirisorgimentali? «Apprendisti stregoni della storia, tanto dilettanteschi quanto rumorosi».

La ricorrenza è di quelle importanti, anche per un Paese privo di memoria come l’Italia: il centosessantesimo anniversario dell’ingresso di Giuseppe Garibaldi a Napoli, che cade il 7 settembre.

In primo piano, Francesco Garibaldi Hibbert

Oggi (ci si riferisce a certa stampa e a certi gruppi iperattivi sui social) se ne ricordano a malapena alcuni revisionisti che vedono in quest’avvenimento l’origine delle iatture del Sud. Ma allora, nel 1860, quando il celebre condottiero arrivò a Napoli grazie alle sue formidabili tattiche militari e all’appoggio dei ceti popolari, l’evento ebbe ben altra risonanza e ben altri giudizi.

«Lo si potrebbe paragonare alla caduta del muro di Berlino», spiega con orgoglio e compostezza Francesco Garibaldi Hibbert, figlio della combattiva Anita, già pasionaria del socialismo craxiano, e discendente in linea diretta dell’Eroe dei due mondi.

Sessantaquattro anni portati benissimo, Francesco Garibaldi vive in Svizzera dove fa l’ingegnere e cura le memorie dell’illustre avo con passione e senso della realtà. Sa che i tempi sono cambiati. Ma sa anche che l’illustre condottiero può dare ancora molti spunti e fornire altrettante ispirazioni.

Pure all’Italia, che fa di tutto per non coltivare il proprio passato come si deve.

Forse è il caso di chiarire meglio il paragone, per non generare equivoci: che c’entra la fine del Regno delle Due Sicilie con la caduta del comunismo?

La storia non è fatta solo di fatti concreti, ma anche di eventi simbolici. Sappiamo benissimo che la Germania si sarebbe riunificata circa un anno dopo la caduta del muro di Berlino e che l’Urss sarebbe finita due anni dopo. Ma i simboli visivi più forti della fine del comunismo restano le immagini dei cittadini della Ddr che prendono a picconate quel muro che per quarantacinque anni aveva rappresentato la divisione del mondo in due parti. Allo stesso modo, sappiamo che dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli ci furono la battaglia del Volturno e la resistenza di Gaeta, con cui Francesco II tentò di difendere almeno l’onore delle armi. Tuttavia, per l’opinione pubblica mondiale, che aveva gli occhi ben aperti sull’Italia (dove si svolgeva non solo la lotta per l’Unità nazionale, ma anche un duello importante tra ciò che restava del legittimismo e le idee liberali) l’avvenimento significativo era quello: il re abbandonava la sua capitale e vi entrava Garibaldi, con tutto ciò che rappresentava. Soprattutto, con le sue lotte per la libertà dei popoli.

Anita Garibaldi (foto cortesemente fornita da Francesco Garibaldi Hibbert)

Insomma, fu un momento di portata epocale: una delle ultime roccaforti del legittimismo apre le porte a un campione della libertà. Il tutto sotto lo sguardo benevolo della stampa internazionale.

Garibaldi fu senz’altro un eroe popolare ma fu anche un personaggio mediatico. Lo testimonia l’attenzione con cui i giornali più importanti dell’epoca, a partire dal New York Times ne seguivano le imprese. Ed è inutile che ricordi per l’ennesima volta che il Generale ebbe al suo fianco un cronista d’eccezione come Alexandre Dumas padre. Con lui, la rivoluzione divenne anche uno spettacolo.

Per moltissimi storici, Garibaldi rappresenta l’aspetto popolare del Risorgimento. Quasi che, senza di lui, l’Unità nazionale sarebbe rimasta una faccenda di élite.

Non hanno affatto torto. Gli altri eroi del Risorgimento provenivano da élite, di cui incarnavano la mentalità e le aspirazioni. Di sicuro è una figura essenzialmente elitaria Cavour, che apparteneva ai ranghi della nobiltà illuminata. Ma anche Giuseppe Mazzini, del quale il mio antenato fu un allievo eterodosso e indisciplinato: apparteneva alla élite dei cospiratori, che era un mondo dall’altissimo livello intellettuale ma tendenzialmente chiuso, perciò non adatto a trascinare i ceti popolari.

Garibaldi no. Fu, contemporaneamente, un leader, un capo militare pieno di talento e un trascinatore. Addirittura divenne un brand.

Senz’altro fu popolare ma non fu certo populista, per usare un’espressione attuale. Nel suo caso il personaggio coincideva con la persona reale. Era perfettamente spontaneo. Anche il merchandising, costituito da statue, immagini, simboli vari e persino fiammiferi e sigari (che esistono tutt’oggi) fu spontaneo. Lui non controllò mai l’uso della sua immagine né ne ricavò benefici economici.

Merchandising garibaldino d’epoca

Garibaldi è ancora molto popolare nell’immaginario collettivo. Le sue vicende e la sua figura sono molto studiate dappertutto, anche in Paesi lontani dalla cultura europea, come la Cina. E in Italia com’è la situazione attuale?

Anche in Italia l’affetto verso il Generale resta grande. Certo, la sua figura è stata utilizzata sin troppo dalla politica e si è un po’ usurata.

La figura di Garibaldi è diventata politicamente universale. Non a caso, se ne contesero la memoria sia i fascisti sia i comunisti.

È il caso di fare chiarezza: Garibaldi fu anche un politico di prima grandezza. Fu parlamentare a Parigi, a Torino e a Roma. Dopo l’Unità restò attivo in politica e proseguì il suo percorso ideale promuovendo molte iniziative. Fu tra fondatori dell’Internazionale socialista, lanciò nell’Italia postunitaria le associazioni di mutuo soccorso e fondò la protezione animali. Tra le varie, promosse la costruzione dei muri sul lungotevere. Fu molto attivo e sensibile. Logico che molti si ispirarono a lui, sin da quando era ancora vivo: si pensi ai tanti garibaldini che entrarono in politica. Certo, c’è ispirazione e ispirazione e posso dire con serenità che l’appropriazione postuma di Garibaldi operata dalle culture totalitarie non è mai piaciuta a noi discendenti. Me compreso.

Qual è stato, secondo lei, un uso corretto dell’eredità ideale e politica di Garibaldi?

Quello di Craxi. Lo dico a costo di sembrare politicamente scorretto. Il segretario del Psi riprese le matrici umanitarie e libertarie del primo socialismo, che in Italia fu quello garibaldino. E fu anche grazie all’ispirazione garibaldina che Craxi abbandonò il marxismo, che era diventato una dottrina liberticida, e diede alla sua linea politica una sana impronta liberale e patriottica. Al riguardo, c’è un aneddoto legato proprio alla mia famiglia.

L’incontro di Teano in una stampa inglese d’epoca

Lo vuole raccontare?

Nell’ormai lontano 1984 ero in Italia e accompagnavo mia madre Anita, che era dirigente del Psi. Io le feci notare che la falce e martello, ancora presente nell’iconografia del partito, era un simbolo vecchio, che rappresentava dei regimi che non sarebbero certo piaciuti al Generale. Mia madre chiese e ottenne un appuntamento con Craxi nello storico ufficio di piazza Duomo. E lì la discussione degnerò in lite.

Non poteva essere altrimenti, tra una che non le mandava (e non le manda) a dire e uno che non se le faceva dire.

Certo. Craxi tenne duro e obiettò che falce e martello facevano parte della tradizione. Alla fine chiese a mia madre di avanzare una proposta. E lei rispose: lasci il fiore di Nizza, la città natale di Garibaldi.

Cioè il garofano rosso.

Appunto. E voglio aggiungere una cosa: Garibaldi fu un bravissimo militare, ma fu anche un pacifista. Subito dopo la battaglia del Volturno mandò un messaggio da Caserta ai governanti europei perché cessassero le guerre e progettassero una federazione europea. Fu un europeista avant la lettre.

Da buon mazziniano…

Da mazziniano indisciplinato, direi. Per lui l’unità nazionale italiana doveva essere il primo gradino per la nuova Europa. Nel pensiero garibaldino resta forte l’aspirazione a un patriottismo sano, inteso come veicolo di pace e non come nazionalismo aggressivo e regressivo.

L’arrivo dei volontari garibaldini a Napoli in una stampa inglese d’epoca

Tuttavia, negli ultimi dieci anni la figura di Garibaldi è stata bersagliata da critiche feroci, operate soprattutto dagli autori di un certo “revisionismo” antirisorgimentale borbonizzante molto presenti nel Mezzogiorno e in particolare a Napoli…

Io direi che questi apprendisti stregoni della storia, tanto dilettanteschi quanto rumorosi, non hanno scoperto un bel nulla. Molte delle loro critiche sono riprese dalla pubblicistica cattolica, assolutista e borbonica dell’epoca. Garibaldi sfidò e spesso vinse i grandi poteri di allora: i regimi assoluti, la Chiesa e persino la Francia. Mi pare naturale, quindi, che contro di lui si scatenasse anche la propaganda di quei poteri che, come tutte le propagande, faceva leva anche sulla diffamazione sistematica dell’avversario. Mi pare meno naturale (e decisamente poco logico) che i motivi di quella propaganda siano ripresi oggi tal quali senza alcun vaglio critico.

E c’è un rimedio a questa parabola?

Certo: la buona storia, che possono fare solo gli studiosi seri. C’è da dire che, purtroppo, il rumore del web non aiuta molto. Non voglio arrivare al giudizio pesante di Umberto Eco, ma è pur vero che l’anarchia della rete favorisce anche la diffusione di idee scorrette, fake news e, in non pochi casi, di menzogne costruite ad arte. Occorre il coraggio di sostenere e difendere la verità storica in tutte le sedi, internet compreso.

La celebrazione funebre a Roma in onore di Garibaldi in una stampa francese d’epoca

Che messaggio vuol dare a Napoli e ai napoletani in occasione dell’anniversario dell’ingresso del suo avo nella più importante città del Sud?

Di guardare avanti e di lottare per un futuro degno. L’Italia odierna è preda di una grandissima crisi e il Mezzogiorno è vittima di un fortissimo disagio sociale. Ma da questa situazione non si esce demonizzando un passato riletto male e spesso in malafede. Garibaldi marciò in tutto il Sud sorretto da un forte entusiasmo popolare perché portava con sé un messaggio di libertà, emancipazione e riscatto. Occorre ripartire da questo messaggio e coltivare la speranza con il suo stesso impegno. È il più bel messaggio che non io ma il Generale può dare al Sud, che fu la parte d’Italia che lo accolse col maggiore affetto.

(a cura di Saverio Paletta)

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale della Fondazione Garibaldi

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

Comments

There is 1 comment for this article
  1. Nicola Terracciano Settembre 5, 2020 11:14 pm

    Complimenti per la preziosa e importante intervista all’amico Francesco Garibaldi Hibbert.

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