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Chiesa parrocchiale della Gran Madre di Dio-panoramica

I misteri di Torino nel racconto di un napoletano

Intervista al giallista Enzo Orlando, autore dei romanzi “Il diario Lombroso” e “L’ombra di Rol”, che prendono spunto da episodi e figure discusse del Risorgimento. I neoborb non hanno gradito, ma per lo scrittore non è un problema: «Non condivido certe panzane»

Torino cupa. Torino oscura. Torino esoterica. Dietro l’austera (e bella) facciata urbanistica dell’ex capitale politica e industriale, pulsa da sempre una città altra, piena di suggestioni occulte, che ha ispirato non poche fantasie.

Un dettaglio della Chiesa parrocchiale della Gran Madre di Dio a Torino

Non è un caso che alcuni scorci del capoluogo piemontese siano entrati di prepotenza nell’immaginario collettivo grazie ai piani sequenza notturni e ai giochi di steadycam dell’argentiano Profondo Rosso. Già: fuori, di giorno, le lotte operaie e i loro risvolti tragici. Ma di notte (e al riparo di occhi indiscreti), tutto un pullulare di riti esoterici e fascinazioni massoniche.

Torino non è Napoli, con la sua capacità di non prendersi sul serio per sopravvivere ai propri drammi e alle proprie grandezze. Torino è seriosa anche quando vorrebbe far ridere (e infatti ci riesce poco e male). La città sabauda non esibisce le proprie bellezze: le espone a malapena, in linea con la sua vocazione alpina e poco mediterranea. «Dura e viva», la definì un piemontese illustre come Giorgio Bocca.

E misteriosa, tanto misteriosa, la racconta Enzo Orlando, un meridionale che vive nella città piemontese da circa vent’anni.

Enzo Orlando

Napoletano («di Bagnoli», precisa con una punta d’orgoglio) per nascita e formazione, architetto di professione e musicista per passione – è un valido bassista jazz – Orlando è riuscito a valorizzare proprio a Torino un altro suo grande amore: quello per la letteratura gialla. E lo ha concretizzato con due romanzi a dir poco particolari: Il diario Lombroso e il killer dei musei (2017) e L’ombra di Rol (2019) usciti entrambi per l’editore siciliano Bonfirraro.

Due storie particolari, che, da un lato, ricordano un po’ le fiction poliziesche dell’ultimo decennio e, dall’altro, ricordano i vecchi gialli all’italiano. Grandi atmosfere, grande suspense e trame intricate. Il tutto arricchito da riferimenti storici precisi. Già: Torino vuol dire anche Risorgimento. Ed evocare il Risorgimento significa anche ricordarne gli aspetti più dibattuti e controversi.

A partire dal pensiero positivista, che ebbe tra i suoi capofila proprio il criminologo Cesare Lombroso, oggetto qualche anno fa di una disputa assurda lanciata prima in rete e poi nelle aule giudiziarie da un gruppo di orientamento neoborbonico.

La copertina de “Il diario Lombroso e il killer dei musei”

Un romanzo dedicato a Lombroso: sembra quasi fatto apposta per scatenare le ire di certi ambienti…

Nel mio caso, è avvenuto proprio il contrario. Il diario Lombroso mi è stato ispirato dalle chat di What’s App inviatemi da amici napoletani e cariche di polemiche sul Museo Lombroso. Queste polemiche mi hanno incuriosito e ho cercato di capirne di più.

Come?

Innanzitutto, documentandomi e poi con una visita diretta al Museo. Ricordo che ci guidò il direttore in persona, Silvano Montaldo, che in quell’occasione presentò al pubblico un fumetto dedicato a Lombroso.

Tutto questo per capire che Lombroso non è il padre del pregiudizio antimeridionale su base scientifica…

Certo. Ma Lombroso resta comunque una figura affascinante anche grazie a queste leggende nere.

Il romanzo ha un intreccio piuttosto complesso. Vogliamo raccontarne qualcosa?

Senz’altro, ma non spoileriamo troppo: in fin dei conti è un giallo. L’ambientazione è torinese. E, come da tradizione giallistica, si inizia con un omicidio che avviene proprio nel Museo Lombroso. Il primo sospettato è un meridionale che vive a Torino e, guarda caso, milita in un movimento neoborbonico.

Le vetrine del Museo Lombroso

A proposito di morti: la vittima, nel libro, è il direttore del Museo… come l’ha presa Montaldo?

L’ha presa a ridere, con la consueta, garbata autoironia… so, comunque, che Il diario Lombroso gli è piaciuto.

Senza voler con questo spoilerare, l’oggetto centrale del romanzo sarebbe proprio il misterioso diario in cui Lombroso parla di sé come occultista…

Sì. La passione di Lombroso per l’occultismo è, tra l’altro, un fatto storico. Giusto per aggiungere un elemento di mistero in più, posso aggiungere che nella trama si fa riferimento a una loggia massonica ispirata a un personaggio illustre di cui è maestro venerabile una nobildonna, la baronessa Sorgi. Un’antenata della baronessa aveva conosciuto la medium Eusapia Palladino, con cui era in contatto proprio Lombroso.

Quindi l’intreccio ha una complicazione in più, visto che si snoda su due piani temporali: la Torino odierna, in cui il Museo Lombroso è stato oggetto delle contestazioni colorite dei “terronisti” e la Torino di fine ’800…

Sì. E dico di più: considero questa bilocazione temporale un punto di forza del libro… I protagonisti restano personaggi contemporanei, che più contemporanei non si può. Uno di questi, il commissario Moretti, è torinese. Un poliziotto dedito completamente al suo lavoro da cui si distrae solo grazie al jazz, che pratica da trombettista dilettante. L’altro è Simone La Guardia, un agente di origine salernitana.

Un celebre fotogramma di Profondo Rosso

Sembra quasi un’autobiografia divisa in due personaggi.

In parte è così: un altro modo di firmare il romanzo, di sentirlo più mio mettendoci un po’ di me.

Gli stessi personaggi, lo stesso schema di bilocazione temporale e i riferimenti esoterici tornano in L’ombra di Rol. Segno che la serialità paga?

Si ci si riferisce alla diffusione dei miei due romanzi, direi di sì. Ma non si tratta solo di una scelta commerciale: oggi la letteratura di genere ha trovato una nuove giovinezza grazie alla riscoperta della circolarità narrativa, tipica dei grandi maestri del giallo, a cui mi sono abbeverato in gioventù.

Il sensitivo Gustavo Rol

Non è il caso di approfondire troppo l’aspetto esoterico, visto che Torino è considerata una città esoterica per eccellenza…

Infatti. E aggiungo: non si può immaginare un giallo a Torino senza evocare l’immaginario esoterico.

E che immaginario: in questo caso la musa è nientemeno che il sensitivo Gustavo Rol.

Rol è un personaggio particolare, a suo modo importantissimo, in quel che si usa definire paranormale. Non a caso, vanta tuttora, a ventisette anni dalla morte, molti ammiratori e seguaci. Rol non c’è più ma la sua popolarità gli è sopravvissuta.

Anche stavolta non manca il riferimento agli aspetti più dibattuti dell’unificazione nazionale: la strage di Auletta, un episodio ancora non molto approfondito della repressione del brigantaggio.

Questo episodio storico entra nel romanzo attraverso un escamotage narrativo: un professore di storia che arriva a Torino per fare ricerche e consegnare una lettera a un discendente del generale che gestì le operazioni militari ad Auletta.

Ma qual è il giudizio di Enzo Orlando su queste vicende storiche controverse e sulle polemiche che ancora oggi ne derivano?

Non è un giudizio che posso esprimere con facilità, perché si tratta di fatti complessi e difficili da sintetizzare. Penso che tanta passione polemica derivi da due cose. Senz’altro dalla crisi che ha piegato il Paese e messo in ginocchio soprattutto il Mezzogiorno, con l’inevitabile strascico di malesseri che acuisce le tensioni sociali. E poi penso che derivi anche dal fatto che il processo di unificazione ha lasciato tante ferite aperte. Tuttavia, cercare di capire i motivi del successo di un certo revisionismo, che fa di Lombroso una specie di Mengele e trasforma le tragedie come Auletta o Pontelandolfo in prove di genocidio, non vuol dire condividere certe panzane. E io non le condivido affatto.

La copertina di “L’ombra di Rol”

A proposito di revisionismo e borbonismo: come hanno reagito certi ambienti ai due romanzi?

Ho subito attacchi a più riprese sui social e sono stato costretto a bannare delle persone. Ma mi pare che questi attacchi capitino un po’ a tutti quelli che provano a contraddire, anche con dati di fatto, le tesi terroniste.

Questi livori aprono un altro capitolo: quello dei rapporti tra Nord e Sud. Come vive un napoletano a Torino? Esistono ancora i pregiudizi?

Io sono arrivato a Torino prima come professore e poi ho vinto un concorso al Comune. Qualche battuta l’ho ricevuta anch’io: tra i colleghi o gli amici non mancava chi mi chiamava Napoli. Tuttavia, credo che sia più goliardia che pregiudizio. Per quel che mi riguarda, posso dire di essermi integrato benissimo sin da subito.

Quindi questo dualismo non esiste?

Io dico che l’Italia è piena di troppi particolarismi e pregiudizi, persino tra vicini di casa. In confronto, la dualità Nord-Sud a volte non è nulla. Poi, per quel che riguarda il Risorgimento, penso che Torino è senz’altro la città che ha fatto l’Italia. Ma penso pure che Napoli, la mia Napoli, sia stata la città che voleva di più l’Unità nazionale. Allora fu solo una questione di diverse possibilità e visioni politiche.

Un argomento più leggero per chiudere: come mai un architetto con la passione per la musica si mette a scrivere romanzi?

Nessun movente occulto o sabaudista, nel mio caso. Tutto è nato da una scommessa con mio figlio, che, conoscendo il mio amore per i gialli, mi sfidò a scrivere un romanzo di ambientazione italiana. Per sostenere la sfida, ho mescolato il thriller classico con il giallo all’italiana. Ed ecco i due romanzi. Tutto qui.

La scommessa è vinta?

Direi di sì.

(a cura di Saverio Paletta)

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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