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Franco Battiato in concerto con l'orchestra filarmonica Artuto Toscanini

Il poeta e il Maestro. Aldo Nove racconta Battiato

Mentre resta ancora fitto il mistero sulle condizioni di salute del cantautore siciliano, val la pena di leggere la bella biografia scritta dallo scrittore lombardo, che approfondisce gli aspetti metafisici e sapienziali dell’opera battiatiana

A proposito di Battiato e della sua situazione attuale viene in mente un titolo: Un oceano di silenzio. Rotto, qui e lì, da dichiarazioni – dei parenti, degli amici e dei collaboratori – che non riescono a tranquillizzare chi lo ha seguito e ammirato.

L’artista siciliano sta male, questo è certo. Come possono star male gli anziani a cui il male oscuro degli anni che avanzano cancella la memoria. Io non sono più Io, racconta un inedito non ancora pubblicato: «E mi ritrovo a fissare il muro/Oggi il cielo non si fa guardare/Un giorno nasce, un giorno muore».

Un artista allo specchio: Battiato si rade (senza il rasoio elettrico di Cuccurucucu)

E scorrono i compleanni che, a quanto trapela, l’artista non festeggia più nella sua villa ai piedi dell’Etna, ma in un appartamento dove forse è più facile assisterlo.

Un altro titolo ancora, suona come epitaffio ed esprime desiderio: E ti vengo a cercare. Questa ricerca – degli ammiratori e dei curiosi – è testimoniata da Google, in cui cresce il numero delle domande possibili sul cantautore, mentre le risposte risultano limitate, non aggiornate e comunque insufficienti.

Questo mistero accresce la voglia di celebrare e raccontare il Franco Battiato che è stato e che resterà.

Al riguardo, merita una lettura attenta Franco Battiato, la biografia dedicata all’artista dal poeta e scrittore varesotto Aldo Nove, uscita di recente dai tipi di Sperling & Kupfer.

A questo punto, è obbligatoria una domanda: era proprio necessario che scrivesse di Battiato un non addetto ai lavori come Nove, che non è un musicista né un critico? Forse necessario no, si potrebbe rispondere, ma è comunque importante che un poeta si occupi di un artista che ha saputo creare poesia. Più precisamente: che come Battiato è riuscito a far coincidere alla perfezione musica e poesia.

Il poeta e scrittore Aldo Nove

Questo concetto è ribadito dalla parola-chiave usata da Nove per raccontare Battiato: stupore («Avevo gli occhi gonfi di stupore», canta infatti l’artista siciliano nella mitica Strani Giorni). E lo stupore è l’impatto forte di un evento, di una cosa o di una persona nella nostra vita: è lo sguardo meravigliato, la sospensione dell’incredulità di fronte a quel dettaglio che ci colpisce nel flusso degli eventi in cui siamo immersi. È il modo in cui il mondo ci comunica, anche attraverso le piccole cose, di essere grande e vivo.

Se le cose stanno così, è facile intuire che, mentre racconta Battiato, Nove racconta anche un po’ sé stesso e che proprio quest’elemento autobiografico è il valore aggiunto del libro, che è il racconto di una passione artistica che innesca un dialogo a distanza durato anni tra il biografo e il biografato. Inutile cercare, in Franco Battiato, biblio e discografie sterminate e dettagliate, memorabilia per audiofili o dotti esercizi musicologici. A questi, tra l’altro, ha già provveduto (e più che bene) Fabio Zuffanti, autore di più studi dedicati all’illustre siciliano, non a caso usati dal poeta lombardo come calco su cui dar forma alle proprie riflessioni.

Torniamo allo stupore, soprattutto a quello provato da Nove di fronte all’arte del Maestro. L’incontro galeotto (così si apprende da un capitolo del libro) avvenne a Viggiù, quando l’autore aveva sette anni e vide in tv uno stralunato e giovane Battiato interpretare Sequenze e frequenze, un brano che sarebbe diventato un piccolo classico.

Fu folgorazione: Battiato era il mondo che filtrava in un paese di provincia al riparo degli scossoni sociali e dei grandi eventi e irrompeva nella vita di un ragazzino che, da quel momento in avanti, avrebbe fatto di tutto per sapere più cose possibili su quell’artista così bizzarro dallo stile tanto evocativo.

La copertina di “Franco Battiato”

Questo stile era – e resta – il tramite di una narrazione molto particolare, che rispondeva a quello che gli esperti di dottrine sacre chiamerebbero afflato: un bisogno di trascendere le contingenze e di cercare un altrove per darsi un senso.

Troppo complesso? Certo, ma neppure la musica di Battiato, anche nei suoi aspetti più pop e fruibili, è semplice: c’è sempre un tranello – un’Imboscata, per riprendere il titolo di uno dei suoi album più belli – dietro l’angolo. C’è sempre una provocazione all’ascoltatore, esperto e appassionato o occasionale. C’è l’invito a cercare oltre e altro al di là di parole e melodie che si tengono assieme in un equilibrio miracoloso.

C’è da scommettere che Battiato sia entrato nelle vite di tanti di noi proprio come capitò a Nove, cioè attraverso l’ascolto casuale, ma forse in maniera in apparenza più banale, ovvero tramite la produzione più mainstream del Nostro. Per molti over quaranta sono stati i nonsense provocatori che riempivano di contenuti particolari le strutture synth pop di Centro di gravità permanente e Up Patriots To Arms, per altri, i più devoti, gli aneliti al Sacro di quella bellissima preghiera d’amore che è la citata E ti vengo a cercare. Per gli over trenta l’incontro magico è dovuto essenzialmente a quel gioiello senza tempo che è La cura. E via discorrendo.

Ma per tutti quelli che come Nove sono rimasti impigliati nelle spire magnetiche del Maestro, il percorso è identico: un viaggio all’indietro per scoprire il Battiato sperimentale, legato alle avanguardie colte e incline alle provocazioni forti, e una ricerca in avanti, per capire dove sarebbe andato a parare l’artista siciliano.

Il filosofo Manlio Sgalambro

I più colti, infine, si sono senz’altro persi nelle citazioni raffinatissime, di cui è disseminata la produzione battiatiana. Ne elenchiamo qualcuna a caso: i riferimenti ironici e nostalgici alla cultura rock degli anni ’60 di Cuccurucucu, lo sberleffo a due icone della controcultura americana (Bob Dylan e, visto che ci siamo, i Byrds) in Bandiera bianca, i voli nell’esoterismo tradizionale di René Guenon ne Il re del mondo e quello mistico di Gurdjieff ne Il caffè de la Paix.

E vogliamo per caso parlare dell’irruzione della filosofia postmoderna di Manlio Sgalambro, partner sapienziale e artistico del Battiato di fine millennio, nei suoni rock ed elettronici che hanno ammaliato il pubblico fino a lambire inimmaginabili (prima di allora) suggestioni metal gravide di riferimenti cyberpunk?

Nove tenta di tenere la rotta in questo caleidoscopio, non solo musicale, cercando di volta in volta riferimenti che rendano plausibile e coerente il suo discorso.

Ed ecco, per fare un esempio, che nell’ultimo Battiato dedito alle cover di grandi successi e brani tradizionali si rispecchia il primissimo Battiato, che si affacciava alla carriera musicale con le cover di brani pop destinate a un pubblico di bocca buona e pochi mezzi.

Ed ecco, per andare oltre la musica, che nel Battiato regista (specie quello di Perdutoamor) ritornano la nostalgia e lo stupore espressi in note a partire da Sequenze e frequenze. E apprendiamo ancora che le pennellate del Battiato pittore sono cariche delle stesse eco metafisiche del Battiato autore d’opera.

La copertina di Centro di gravità

A voler tirare le somme, Nove offre letture trasversali (o diagonali, come dice lui) di una produzione artistica enorme, complessa alla ricerca di un senso unificante.

Una scommessa impossibile? Senz’altro questa ricerca è difficile, ma non immotivata, visto che la metafisica (e tale è l’ispirazione di Battiato) è anche ricerca di unità nella molteplicità degli eventi. Detto altrimenti e per parafrasare il Maestro, di un Centro di gravità permanente.

Questo senso unificante, lo stupore, non è facilmente traducibile, come tutti i concetti esoterici e per di più si presta a molti adattamenti individuali. A inizi di percorsi diversi, tanti quante sono le persone che li affrontano.

Ma per Nove, che mescola biografia e autobiografia (come forse fanno tutti i fruitori d’arte quando si confrontano con un’opera) resta l’unico senso possibile. O l’unico senso che resta, ora che Battiato si è ritirato dalle scene.

Salvo sperare che Torneremo ancora, l’ultimo pezzo del grande artista, indichi una possibilità concreta e non solo l’ennesimo (e bellissimo) riferimento sapienziale.

Nel dubbio e nell’attesa, leggiamo pure Nove.

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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