Most read

Da San Gennaro a San Francesco II? Una storia napoletana

Due stranezze in ventiquattrore: San Gennaro non scioglie il sangue, ma in compenso la Curia partenopea dà il via libera alla beatificazione dell’ultimo re delle Due Sicilie. Ma fu davvero un santo? E, soprattutto: Napoli ne ha proprio bisogno?

San Gennaro nun squaglia ’o sangue e Napule se mette scuorno. Il mancato miracolo laico di San Gennaro è stata la notizia più eclatante del periodo prenatalizio partenopeo.

Più dei Dpcm ammazzafeste emessi dal governo Conte, più delle polemiche per il vaccino di De Luca, più del totosindaco per Napoli. A voler tentare una classifica, solo la scomparsa di Maradona ha retto il confronto.

San Gennaro: la santità secondo Napoli

Perché San Gennaro non ha consentito la liquefazione del sangue nell’ampolla che è l’oggetto della devozione e della superstizione dei napoletani?

Presagio di sciagure, hanno detto in molti, non senza qualche ragione: il mancato scioglimento è associato, ad esempio, all’epidemia di colera del 1836.

Qualcun altro, più maligno, ha fatto invece un’osservazione piccante: San Gennaro nun ha squagliato ’o sangue perché è jacubbine. Cioè giacobino, ovvero, nel caso specifico, tifoso di Eleonora Fonseca Pimentel e dei rivoluzionari del ’99, incluso Francesco Saverio Salfi, che con le gerarchie ecclesiastiche non legava troppo: era un prete spretato.

È solo una battuta, ci mancherebbe.

Tuttavia, è altrettanto impossibile non rilevare una coincidenza: nelle stesse ore in cui monsignor Crescenzio Sepe, il cardinale arcivescovo di Napoli, rilevava l’ostinata solidità del sangue di San Gennaro, la conferenza episcopale della Campania – nella quale lo stesso monsignor Sepe ha un ruolo assolutamente primario – dava il via libera alla beatificazione di Francesco II di Borbone, l’ultimo, effimero e sfortunato re delle Due Sicilie.

Attenzione: nulla di male contro Franceschiello, che salì al trono giusto in tempo per vederselo demolire manu militari dal repubblicano Garibaldi e poi farselo soffiare dai cuginastri Savoia-Carignano.

Ma il dubbio viene lo stesso: non è che San Gennaro ha polemizzato con l’alto clero campano per la palese violenza alla storia?

Monsignor Crescenzio Sepe, l’arcivescovo beatificatore

Già: dove sono gli indizi di santità per Franceschiello?

Il reuccio travicello era senz’altro un buono, nel senso pieno del termine: mite, religioso e timorato, aveva il sacro terrore di toccare i possedimenti del Papa.

Tuttavia, per fare santo un re non basta il timor di Dio. Né basta avere una santa in casa, in questo caso mammà Maria Cristina di Savoia, diventata beata nel 2014

Infatti, oltre la Santa Pastetta di Mammà gli elementi storici a favore della beatitudine dell’ultimo re di Napoli risultano inconsistenti. O, almeno, tali risultano quelli riportati dalla stampa con enfatica frettolosità.

Si è detto, al riguardo, che Franceschiello (o Lasagnetta, come lo chiamava il papà Re Bomba) dovrebbe esser fatto santo per le sue opere di beneficenza, che risulterebbero notevoli.

Cosa si dovrebbe dire, allora, del bisnonno Ferdinando I, alias ’o Re Nasone, che esibì una munificenza addirittura seriale nei confronti delle plebi?

Ma ’o Re Nasone eccedeva nelle sentenze capitali e aveva una passione smodata per le donne: due cose che non si conciliano troppo con la santità.

Un altro motivo, riferito dal collegio episcopale e riportato dalla stampa, consisterebbe nell’aver abbandonato Napoli e aver evitato perciò una guerra civile in città.

Francesco II, alias Franceschiello, alias Lasagnetta

Siamo sicuri che questo sia un titolo di merito specifico?

Se fosse così, si potrebbe elogiare per gli stessi motivi Vittorio Emanuele III, che abbandonò Roma nel momento più tragico della Seconda Guerra Mondiale.

In realtà, abbandonare zone indifendibili (così era Napoli sotto la duplice pressione garibaldina e piemontese e così era Roma, occupata dalle truppe tedesche mentre gli Alleati risalivano la Penisola) e trasformarle in città aperte per sottrarle ai combattimenti era considerato quasi un obbligo.

Perciò Franceschiello non lasciò la sua capitale per vigliaccheria (come ingenerosamente lo accusano alcuni storici e memorialisti) ma per adempiere a un dovere regale.

Al contrario, il giovane re prese un brutto scivolone durante il decennio d’esilio presso la Corte Pontificia: finanziò una propaganda antitaliana virulenta e, stando ai risultati della storiografia più recente, varie bande brigantesche, i cui leader finirono al plotone d’esecuzione o all’ergastolo con accuse non troppo diverse da quelle per cui i capimafia finiscono oggi al 41bis.

Visto che ci siamo, vale la pena smontare un altro luogo comune, che vuole Francesco II vittima di un complotto e non della debolezza politica, sua e del suo regno: l’aggressione a tradimento dei garibaldini e dei piemontesi, cioè l’aver subito azioni militari in assenza di dichiarazioni di guerra.

Al riguardo, c’è da dire che, dalla metà del ’700 in avanti, la dichiarazione di guerra era diventata un’eccezione: su oltre cento guerre combattute dai tempi di Federico il Grande di Prussia alla Grande Guerra ne furono dichiarate solo una quindicina.

Il principe don Carlo di Borbone (quello del caffè)

Cos’avevano di speciale, allora, i Borbone di Napoli per meritare un riguardo che non era concesso ai re di Spagna, ai napoleonidi e agli zar?

Torniamo ai presunti indizi di santità. Dulcis in fundo, i vescovi campani avrebbero tirato fuori il motivo tipico della beatificazione di re e politici: il loro ruolo di defensores fidei, cioè di tutori della religione.

Certo, il paragone tra il timido, debole e impacciato Franceschiello e i nerboruti carolingi o un Goffredo di Buglione qualsiasi non solo non regge: è addirittura inesistente. Va da sé, al riguardo, che perseguitare i cospiratori (mazziniani o carbonari non importa) non è un titolo. Ma anche in questo caso Francesco II non correrebbe il rischio, perché tra l’altro non fece in tempo a comminare forche, esili ed ergastoli come papà Ferdinando II.

Né può valere la difesa del legittimismo dinastico, che Franceschiello non ebbe l’energia di praticare né – forse – la voglia. Infatti, per salvare il salvabile dopo che Garibaldi aveva preso la Calabria, il giovane re emise, il 25 giugno 1860, un Atto sovrano con cui ripristinava lo Statuto concesso e subito revocato nel 1848 da Ferdinando II.

Questa svolta costituzionale era poco più che un tentativo disperato, ma aveva una conseguenza importantissima: sottraeva il Regno delle Due Sicilie al legittimismo dinastico e lo trasformava in una monarchia costituzionale.

Inoltre, c’è da chiedersi, siamo sicuri che tutta la Chiesa dell’epoca identificasse l’assolutismo con la difesa della fede? Lo si dovrebbe chiedere ai tanti monaci e sacerdoti meridionali che seguirono i garibaldini e ai cappellani che arrivarono al Sud con le truppe sabaude.

Se sotto il profilo storico la ciccia è poca, come mai questa trovata? Qualche risposta la si potrebbe trovare nei rapporti attuali dell’alto clero partenopeo con una parte di ciò che resta della discendenza dei Borbone di Napoli: la famiglia e la cerchia di don Carlo di Borbone che, da oltre quindici anni, fa il diavolo a quattro per riabilitare i suoi antenati indiretti (com’è noto Franceschiello ebbe solo una figlia femmina, morta peraltro in tenerissima età).

A tale scopo, don Carlo non solo ha prestato il proprio blasone a una buona miscela di caffè in cialde ma ha addirittura trasformato l’ordine cavalleresco di famiglia in un’eccezionale macchina di propaganda. Quella propaganda particolare che solo certe relazioni altolocate possono assicurare.

Francesco II di Borbone con la regina Maria Sofia

Infatti, sotto la gran maestranza di don Carlo, il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio si è riempito di imprenditori, professionisti, politici, militari e religiosi, soprattutto di alto rango.

Nulla di strano in tutto questo, perché l’ordine non richiede giuramenti o obblighi di riservatezza tali da creare conflitti d’interesse in chi vi aderisce. Il giuramento di adesione comporta un impegno piuttosto generico in difesa della religione.

Una cosa soft, per quanto importante. E, guarda caso, tra coloro che hanno ricevuto onorificenze dagli eredi degli eredi dei Borbone c’è proprio il cardinale Sepe, che ha cessato da poco l’incarico di arcivescovo di Napoli.

Passando dalle dietrologie – che ci si riserva di approfondire – agli aspetti più concreti, balzano agli occhi alcune contraddizioni: siamo proprio sicuri che la Chiesa pronta a beatificare Francesco II in assenza di meriti palesi sia la stessa Chiesa che ha frenato sulla beatificazione della mistica calabrese Natuzza Evolo e si è dimostrata scettica sulle apparizioni di Medjugorje?

E, sempre a proposito di rigore, occorre ricordare il comportamento tosto tenuto dai giudici ecclesiastici nei confronti di papa Giovanni XXIII, al quale furono contate le sigarette, per appurare se il vizio del fumo, a cui indulgeva il papa buono, fosse un ostacolo sulla via della santità.

Tanta celerità per Franceschiello non depone quindi benissimo. E, magari, non coglie nemmeno l’obiettivo vagheggiato da alcuni: dare al Sud un motivo di orgoglio, magari pescandolo nell’unico Borbone che non aveva la forca facile e il vizio delle donne e – forse e per sua fortuna – non ebbe il tempo e la possibilità di far danni.

Un po’ poco per il Sud, che dalla sua Chiesa ha bisogno di ben altre attenzioni.

 21,399 total views,  218 views today

Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

Comments

Be the first to comment on this article

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Go to TOP