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Eric Gobetti jugonostalgico

Dalle foibe a Fantozzi, Gobetti secondo Colloredo

La critica impietosa dello storico all’ultimo lavoro di Eric Gobetti: «Non è storia, è solo il ruminio delle tesi giustificazioniste che vengono proposte ogni 10 febbraio puntuali come un intestino regolare»

Diciamolo subito: di Eric Gobetti avevo letto L’occupazione allegra. Gli italiani in Jugoslavia (1941-1943), (Roma 2007) e Alleati del nemico. L’occupazione italiana in Jugoslavia (1941-1943), (Roma-Bari 2013).

Soprattutto il secondo mi è sembrato un lavoro sufficientemente equilibrarto, malgrado le opinioni politiche dell’autore, ben note e non certo nascoste (si è fatto fotografare mentre saluta a pugno chiuso col fazzoletto rosso al collo davanti alla bandiera jugoslava, o fingendo di andare a spasso con la statua di Tito: affari suoi…).

Eric Gobetti

E allora le foibe? è stato dunque una delusione, sebbene non certo inaspettata. Un libretto destinato al macero storiografico, per essere gentili. Più calzante forse sarebbe la definizione data da Fantozzi rag. Ugo a proposito de La corazzata Kotiomkyn (con la k…).

Per Gobetti le foibe esistono ed esistono i cadaveri ancora oggi sul fondo, come esistono i rastrellamenti, i processi farsa, la schiavitù nei campi di lavoro forzato, il terrore portato dai partigiani di Tito nel cuore di una popolazione civile e quindi la fuga in massa di istriani, fiumani e dalmati dalle loro terre. Ma tutto questo va contestualizzato, e quindi giustificato, perché «nell’attuale contesto europeo l’equiparazione fra i totalitarismi del Novecento (fascismo e comunismo) è un fatto ormai accettato politicamente, nonostante le tante proteste degli studiosi». Siamo d’accordo: se i numeri degli ammazzati contano non esistono paragoni che tengano.

Paolo Villaggio nella scena della corazzata Kotiomkyn (da “Il secondo tragico Fantozzi”)

Innanzitutto l’utilizzo del nome foibe come simbolo dell’intera tragedia è «poco corretto», evoca infatti «uno scenario di stragi condotte con metodi barbari».

Come scrive Luigi Bellaspiga su Avvenire del 10 febbraio, con un complottismo sconcertante, il Gobetti azzarda un confronto semantico con quello che invece ritiene un ossequio verso i nazisti: «In senso inverso – denuncia – si fa uso dell’espressione “camere a gas” dando così l’impressione di una elevata tecnicizzazione»… quasi una velata accusa alla storiografia corrente di razzismo antislavo e di criptoammirazione per i tecnologici tedeschi.

Le foibe, per il buon Gobetti, non furono affatto «uno strumento di esecuzione» bensì un semplice «luogo di sepoltura», tanto più che, sostiene Gobetti, di solito vi si era gettati già cadaveri. Come dire che siccome ad Auschwitz nei forni crematori ci si finiva già morti, non vale la pena di parlarne.

La copertina di “E allora le foibe?”

Le testimonianze che non collimano con la bizzarra teoria gobettiana (i cadaveri erano di vittime uccise un attimo prima, sull’orlo della foiba) sono racconti macabri non degni di fiducia, nonostante le recentissime scoperte di fosse comuni con le salme di decine di migliaia di oppositori al regime di Tito (in gran parte croati e sloveni): lungo il margine centinaia di munizioni, a riprova dell’esecuzione sul posto.

A guerra finita, sottolinea Gobetti, nelle foibe morì solo «una piccola parte delle vittime» perché, assicura candidamente, «la maggior parte dei decessi avviene nei campi di internamento», dove si muore, sì, ma «non in seguito alle condanne, bensì per le condizioni di vita [e non è vero: si moriva anche di esecuzioni sommarie e per la tortura praticata assai sovente sui prigionieri]»: sono lager comunisti «paragonabili e addirittura peggiori ai campi di internamento fascisti».

Un confronto: nel campo di Gonars, su cui gli jugonostalgici hanno costruito i loro fumetti, morirono in tre anni 364 persone per denutrizione, in quello titino di Borovnica per torture, malattie, esecuzioni e fame da tre a cinquemila tra il 1945 ed il 1946.

Eric Gobetti “passeggia” con Tito

Per Gobetti morire di stenti (ma anche di bastonate) è più civile rispetto a «quell’immaginario di violenza primitiva veicolato dal termine “foibe”». Infine «le violenze commesse dai liberatori alla fine della guerra», cioè in tempo di pace, sarebbero un fenomeno «moderno», perché avvenne «in tutta Europa».

Tito doveva «instaurare un nuovo regime di stampo comunista», giustifica Gobetti. Dunque a rendere «particolarmente alto il numero di vittime delle violenze partigiane alla fine della guerra» fu la «volontà di repressione preventiva degli eventuali oppositori», praticamente una scelta necessaria, poverino. Una ferocia che – ricorda Gobetti – colpì in Istria gli italiani ma all’interno croati e sloveni con centinaia di migliaia di morti. Per lui, fu tutto normale, faceva bene.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

Viene da chiedersi se c’è o ci fa: se l’avesse fatto per i medesimi motivi Mussolini nel 1922 o nel 1925 dunque avrebbe fatto bene, secondo il riccioluto storiografo? Eppure il Regime non ebbe volontà di repressione preventiva degli eventuali oppositori, limitandosi a 77 condanne a morte tra il 1925 ed il 1943 di cui 62 eseguite (tra cui 26 terroristi sloveni del Tigr e cinque responsabili di reati politici).

Tito fu responsabile di 1.172.000 morti (J. Rummel, Stati assassini, tr.it., Soveria Mannelli 2005, p.441).

Al di là delle polemiche, a parer nostro giustificatissime, per il contenuto del pamphlet, e degli insulti presi in rete dal Gobetti per i quali con l’appoggio della stampa mainstream si straccia le vesti, elevando alti lai (il più divertente: «mi hanno dato del comunista: assurdo!»), e che ci stanno anche: almeno Gobetti non ha subito aggressioni fisiche come durante gli spettacoli di Simone Cristicchi o alle presentazione dei libri di Giampaolo Pansa, o democraticissime censure, come chi scrive o Fausto Biloslavo, passate sotto silenzio o addirittura esaltate dalla sinistra che ora si straccia le vesti…

Al di là delle polemiche, dicevamo, il lavoro di Gobetti è esattamente ciò che viene definito in un’entusiastica recensione sull’Espresso: un pamphlet militante. Non è storia, è solo il ruminio delle tesi gisutificazioniste che vengono riproposte ogni 10 febbraio puntuali come un intestino regolare: le foibe non furono pulizia etnica ma legittima reazione antifascista agli orrendi crimini italiani anzi, pardon, fascisti, nella foiba di Basovizza non è mai stato gettato nessuno, e in fondo se lo meritavano. Bischerate, ovviamente.

Simone Cristicchi in una scena di Magazzino 18

Non un tentativo di contestualizzazione sui contrasti tra italiani e slavi a partire già dal XIX secolo, sui caratteri della guerriglia balcanica e della guerra civile jugoslava, tutte cose che autori meno strombazzati da una sinistra apparentemente ripulita ma sempre trinariciuta hanno scritto, con ben altro approfondimento.

Per il resto, se avete una gabbietta per gli uccelli o un tavolino che balla, E allora le foibe? può sempre venir utile. Un consiglio, se proprio volete acquistarlo attendete un mesetto, e lo troverete a metà prezzo in un remainder o su una bancarella.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

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