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Motherless Brooklyn, la New York vintage e nera di Edward Norton

Il regista americano si dà all’hard boiled e racconta nel suo ultimo film una grande mela oscura e piena di intrighi, vista attraverso lo sguardo di un detective complessato e nevrotico ma intelligentissimo

Edward Norton svolge una triplice funzione in Motherless Brooklyn, appena uscito nelle sale: scrive, dirige e interpreta una storia tratta dal quarto libro di Jonathan Lethem, pubblicato vent’anni fa.

Appena uscito in libreria, il libro attirò l’attenzione di Norton che, a causa del suo notorio perfezionismo, ci ha messo dieci anni a tradurre la storia in un film.

Lontano parente del noir, Motherless Brooklyn è piuttosto un hard boiled che richiama molte storie in voga nel ventennio ’50-’60. Infatti, la pellicola ha tutti gli elementi tipici del filone, dal detective protagonista all’antagonista, ma soprattutto la rappresentazione cruda e iperrealistica del crimine.

Lionel Essrog (Edward Norton)è il detective protagonista, in questo caso decisamente atipico: non il duro strasicuro, che con uno sguardo conquista le donne e abbatte l’avversario. Ma dietro l’apparente insicurezza, dovuta anche alla Sindrome di Tourette, si nasconde una memoria fotografica e un’intelligenza più che analitica. Le doti di un buon investigatore, insomma.

L’antagonista è il politico Moses Randolph (Alec Baldwin). Interessante la sua entrata in scena: il suo volto non viene mostrato ma dal portamento si capisce subito che con lui non si scherza.

Infatti con si fa dare con la prepotenza la delega all’Edilizia dal sindaco di New York.

Magistrale, al riguardo, il monologo sul potere col quale il vilain giustifica le sue azioni molto spesso poco limpide. Un personaggio del tutto attuale negli Stati Uniti di oggi, come nella New York degli anni 50.

All’estremo opposto del cattivone c’è Paul (Willem Dafoe). Lui è la vittima della società, ridotto a vivere di stenti perché intriso di un fortissimo idealismo: è il perfetto americano a cui rimane solo il sogno. Anche Paul si cimenta in un monologo, pervaso da un sottile disincanto per una vita piena di delusioni, perché, lui sì, poteva essere un ingegnere di successo ma i suoi principi erano troppo forti e si sono scontrati con la realtà.

Frank Minna (Bruce Willis) è la guida spirituale del protagonista. È il suo mentore, il suo datore di lavoro e il padre mai avuto.

È Minna che scopre il complotto per la gentrificazione della città, di cui trova gli indizi. Non manca il personaggio femminile: Laura Rose, (Gugu Mbatha-Raw). Attivista contro la gentrificazione, la donna mette Essrog in contatto col jazz club del padre.

La trama scorre tra un pestaggio e l’altro, dove i colpi arrivano sempre dall’alto, cioè dai piani alti. I ritmi narrativi sono senz’altro tosti, ma non così veloci da impedire di riflettere su tutte le connessioni e i retroscena che il nostro Brooklyn (è il nomignolo che Minna ha affibbiato a Essrog) deve sbrogliare.

Si delinea una trama densa ma mai inestricabile. Come in una partita a scacchi, ogni mossa viene studiata e pensata, ma vincere non è facile né sicuro. In questo gioco fare scacco matto non garantisce alcuna vittoria perché in un mondo permeato dal potere ci si trova sempre in una posizione pericolosa.

Difficile immaginare più viva la New York vintage creata da Lethem e realizzata da Norton. Magia del grande schermo? Certo, ma con l’aiuto di un bravo cineasta…

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