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L’ultimo treno della notte. Sangue e stupri sui binari dell’Italia di 40 anni fa

Due ragazze sono violentate e uccise durante un tragico viaggio in treno. La vendetta dei genitori sarà terribile

Crudo, violento e con qualche scena disturbante, L’ultimo treno della notte (1975), il terzo film del fiumano Aldo Lado, provocò più di uno choc nelle sale cinematografiche. Non a caso, la pellicola fu stroncata dalla critica dell’epoca, proprio per il suo tasso di violenza.

A distanza di quarant’anni i giudizi ingenerosi delle firme di allora fanno un po’ sorridere, perché negli anni si sono visti, anche da noi, eccessi peggiori. Oggi, semmai, si possono imputare al film la poca originalità e qualche forzatura.

Non era la prima volta, infatti, che Aldo Lado affrontava il tema terribile dello stupro con omicidio. Anzi: nel suo Chi l’ha vista morire? (1972) si era confrontato con l’argomento, aggravato dalla pedofilia, ma con un tocco delicato, che suggeriva. Invece L’ultimo treno… sbatte le cose in faccia allo spettatore senza mezzi termini: due sedicenni, Lisa Stradi (l’attrice e coreografa Laura D’Angelo, scomparsa prematuramente dopo aver fatto poco cinema, abbastanza tv e parecchio teatro) e Margareth Hoffenbach (la bella Irene Miracle, agli esordi della sua carriera di reginetta del b movie internazionale) vengono uccise brutalmente dopo essere state violentate durante un tragico viaggio in treno. Si aggiungano i dettagli, catturati dall’impietosa macchina da presa e resi più agghiaccianti dalla fotografia notturna dell’italo-ungherese Gabor Pogany e si capirà perché questo film sia stato macellato più delle sue due giovani protagoniste, soprattutto dalla critica laica e militante.

Di per sé la trovata non è originalissima: il cinema italiano aveva già esibito stupri e violenze a iosa, ma nel ’75 i tempi erano maturi per osare di più, in seguito allo sbracamento della giurisprudenza, che di fatto aveva sdoganato la pornografia, quella vera, in Italia.

Nessuna meraviglia, allora che un professionista di alta caratura come Lado si sia imbarcato nell’impresa di dirigere la risposta italiana a L’ultima casa a sinistra (1972), l’horror truculento con cui Wes Craven (per capirci, il papà di Freddy Krueger) aveva dato il via al filone rape & revenge (alla lettera stupro e vendetta).

Non a caso, L’ultimo treno della notte, che nel suo schema di base somiglia sin troppo al film cult di Craven, ha introdotto questo filone nel cinema italiano. L’idea di base, si è visto, non è il massimo dell’originalità. Semmai sono originali alcuni spunti della sceneggiatura di Roberto Infascelli (il papà del poliziesco all’italiana) e di Renato Izzo: in particolare colpisce la critica alla debolezza morale dell’alta borghesia, a cui appartengono le due giovanissime vittime.

Ma anche gli assassini, a modo loro, sono vittime. I due bulli, Blackie (che nell’edizione italiana è chiamato anche Fusto, interpretato dal bravissimo Flavio Bucci) e Curly (il caratterista Gianfranco De Grassi, molto a suo agio in questo caso nella parte del tossico fuori di testa) non agiscono mossi solo dai propri bassi istinti di devianti, che pure posseggono in abbondanza. Ma sono istigati da una misteriosa ed elegante signora (la franco-russa Macha Meril, che nello stesso anno interpreta un ruolo importante nell’argentiano Profondo Rosso) a violentare e uccidere le due ragazze.

La borghesia, bersaglio degli strali dell’intellettualità dell’epoca, è comunque carnefice anche quando sembra vittima, sembra suggerire Lado. Vittima per debolezza ed egoismo, come i genitori di Lisa, l’illustre chirurgo Giulio Stradi (l’immenso Enrico Maria Salerno, che proprio in quegli anni era diventato un volto noto del poliziesco all’italiana a pari merito con Franco Nero e quando ancora Maurizio Merli non aveva esordito) e sua moglie Laura (la bellissima anglo-italiana Marina Berti, protagonista di una carriera sessantennale, cominciata col fascismo e terminata a inizio millennio). I due, sistematicamente, sottovalutano il male e la violenza finché non ne sono toccati. Lui, in particolare, è un progressista pacifista pieno del sacro fuoco umanitario, che tuttavia subisce una metamorfosi spaventosa simile a quella di Paul Kersley (il protagonista, interpretato da Charles Bronson, de Il giustiziere della notte, altro film iniziatore di questo filone) che da obiettore di coscienza si trasforma in demone vendicatore.

L’incapacità di perseguire la giustizia, sembra essere l’apologo morale di questa pellicola, genera la vendetta.

Ma il quadro è complicato dalla signora misteriosa che, dopo aver discettato di etica e filosofia con un politico (il caratterista Gianni Di Benedetto) prima consuma un rapporto squallido e violento con Blackie nel bagno del treno, poi diventa la macchinatrice della macelleria e infine riesce a sottrarsi con una menzogna alla cruenta vendetta del dottor Stradi.

Peggio di lei, che almeno è una cattiva tout court, è l’ambigua figura del guardone (il felliniano Franco Fabrizi) che assiste alle violenze senza intervenire e, anzi, facendosene coinvolgere e poi denuncia in maniera anonima a tragedia consumata, non prima però di aver rassicurato il figlioletto per telefono.

Blackie e Curly sono due balordi, quasi bestiali nel loro modo di proporsi. I due si presentano agli spettatori taglieggiando e accoltellando un Babbo Natale davanti a una stazione e poi aggredendo una signora impellicciata. Sono la versione deviante dei ragazzi di strada (e di vita) pasoliniani. E, a ben riflettere sul film, potrebbe sorgere persino il dubbio che non sarebbero stati capaci di tanta efferatezza se non fossero stati istigati da qualcuno (la signora) più perfido e intelligente di loro.

Quanto detto è sufficiente a rivelare la trama: Lisa, assieme a sua cugina Margareth, torna a casa in treno per trascorrere il Natale coi suoi genitori. Ma l’incontro con il trio di depravati si rivela fatale. I tre assassini, senza accorgersene, finiscono in casa dei coniugi Stradi, che, non appena si accorgono della tragedia, innescano una vendetta spaventosa. Che è poi quel che accade ne L’ultima casa a sinistra. Ma con qualche tocco di classe in più, frutto dell’estro di Lado. Ad esempio, Curly suona all’armonica il tema del film (composto da Ennio Morricone) nelle scene più crude e forse non è un caso che quest’intuizione verrà ripresa qualche anno dopo da Meir Zarchi nel suo I spit on your grave (1978, conosciuto in Italia come Non violentate Jennifer), considerato dagli esperti l’apice del rape & revenge.

Le scene forti, si è già detto, non mancano. Sono terribili e angoscianti sia gli stupri (in particolare quello subito da Lisa, praticato con un coltello) sia la vendetta, consumata in maniera cruenta da Stradi, che tortura i due delinquenti.

In tutta la vicenda, c’è un grande assente: lo Stato, incapace di assicurare i cittadini, prima sul treno (il controllore apre la porta danneggiata dello scompartimento solo a tragedia avvenuta) e poi fuori: si sentono solo le sirene della polizia che arriva troppo tardi, per le vittime e per gli assassini a loro volta diventati vittime, sul teatro della vendetta che la mancata giustizia ha trasformato in crimine.

E mentre Macha Meril copre il suo viso bello ed enigmatico con una veletta, scorrono i titoli di coda sulle note di A flower’s all you need, una bellissima canzone composta da Morricone per Demis Roussos. Tradotto in italiano, il titolo suona quasi beffardo e di sicuro tragico: Avete bisogno solo di un fiore.

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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