Giano Aulo Parrasio: un intellettuale giramondo nel cuore dell’Umanesimo
Figlio di un feudatario, lo studioso cosentino fu un protagonista di primo piano della vita politica e culturale delle corti italiane, da Roma alla Milano di Ludovico il Moro, passando, ovviamente, per la Napoli aragonese
Di Aulo Giano Parrasio si sa molto. Ma non tutto quel che si sa è preciso.
Ad esempio, non è preciso il luogo di nascita, che di solito è autorevolmente indicato in Figline Vegliaturo, un paese di poco più di 1.200 abitanti a sud-est di Cosenza.
Tuttavia c’è chi ipotizza che il luogo di nascita dell’intellettuale cosentino sia, invece, Serra Pedace, che ora fa parte di Casali del Manco e non confina neppure con Figline. E non manca chi pensa a Cosenza.
Più certi la data di nascita, 28 dicembre 1470, e i dati familiari, che forniscono un identikit socio-economico piuttosto dettagliato di Parrasio.
Nato come Giovanni Paolo Parisio, il Nostro è figlio di Tommaso, un giurista molto apprezzato e discendente dei feudatari di Figline, e della nobildonna Bernardina Poerio.
Si parla, nel suo caso, di una nobiltà decaduta, in seguito alle lotte feroci tra angioini e aragonesi, e costretta a riciclarsi nelle professioni liberali.

Un umanista mediterraneo
Per papà Tommaso la scappatoia è la laurea in Utroque (Diritto civile e canonico), per Giovanni Paolo, invece, è la filologia.
Infatti, va a lezione di latino e greco da Crassio Pedacio e da Tideo Acciarino Piceno, un illustre studioso marchigiano arrivato a Cosenza nel 1880 al servizio dei Sanseverino e rimastovi per dieci anni.
Poi, come tutti i rampolli delle famiglie bene, cambia aria e va prima a Lecce e poi a Corfù, per approfondire il greco. Quindi ritorna a Cosenza, dove prova ad aprire una scuola sull’esempio dei suoi maestri. Ma, evidentemente, le cose non vanno troppo bene. Quindi Parisio, che nel frattempo ha latinizzato il suo nome in Parrasio, cambia di nuovo aria e nel 1491 va a Napoli. E lì scopre un mondo.
L’umanesimo al Sud
A questo punto, serve una piccola operazione verità. Innanzitutto, non è vero che nel medioevo la cultura classica è scomparsa.
Si è, più semplicemente, inabissata la letteratura greco-romana. Ma il latino e il greco sopravvivono, anche a livello di massa, perché i due più grandi best seller dell’epoca sono scritti in latino e greco. Ci si riferisce alla Bibbia e al Corpus Juris Civilis.
Ancora: nel Sud Italia il greco resta piuttosto diffuso, sia nelle classi colte sia a livello religioso. Si pensi, a titolo d’esempio, al ruolo del monaco basiliano Baarlam di Seminara (che, tra le varie, è anche maestro di Boccaccio).
Il Sud, a cavallo tra il medioevo e rinascimento, è ancora un territorio importante e conteso: è il centro del Mediterraneo, ancora non scavalcato dalle rotte atlantiche. Napoli e Palermo sono due capitali di tutto rispetto che surclassano Roma e non hanno nulla da invidiare a Firenze. Le élite meridionali sono in genere aperte e cosmopolite e scommettono non poco sulla cultura.
Parrasio è uno degli ultimi esponenti di questa nobiltà che lancia le ultime fiammate prima di declinare.

A Napoli
Vuoi per le origini nobili, vuoi per sensibilità culturale della nobiltà napoletana, vuoi perché Napoli è Napoli, Parrasio si sente subito a casa.
Si lega a Giovanni Pontano, un umanista umbro al servizio degli Aragona. Pontano vuol dire senz’altro cultura: riscuote un grande successo nei circoli dotti ed è il fondatore dell’Accademia Pontaniana. Ma significa anche politica.
Parrasio approfitta di entrambe le cose: entra nell’Accademia e, soprattutto, a corte, dove riceve la protezione di re Ferdinando II di Aragona, che lo riempie di riconoscimenti e quattrini.
Troppo bello per essere vero? Forse. Soprattutto, troppo bello per durare: Ferdinando muore nel 1496 senza eredi. Gli succede lo zio Federico, che di sicuro non simpatizza con lo staff del nipote. Infatti, l’intellettuale cosentino abbandona Napoli e si rifugia a Roma. Ci resta giusto il tempo di farsi notare dal clero-che-conta e, soprattutto da Pomponio Leto, un umanista che lavora per il papa ma vuole restaurare la religione imperiale. Leto iscrive Parrasio nella sua Accademia Romana. Per fortuna sua, quest’ultimo lascia la città dei pontefici per tempo, cioè nel 1498. Altrimenti sarebbe finito nella retata dei papalini contro l’Accademia.
La meta successiva di Parrasio è Milano. Un must per i calabresi di tutti i tempi…

Veleni tra intellettuali
Il cosentino arriva nella Milano degli Sforza, dove domina Ludovico il Moro, a inizio 1499.
Qui conosce Alessandro Minuziano, un foggiano di origini oscure, che fa l’editore. In realtà, Minuziano è un superfaccendiere. Filologo geniale e – secondo i critici – un po’ arronzone, il pugliese gestisce una biblioteca e un pensionato di studenti. Ha buone entrature a corte, ma fa troppe cose. Perciò ha bisogno di un collaboratore.
Assume quindi Parrasio, di cui nota l’estrema abilità nella scrittura latina, e lo usa come ghost writer.
Tuttavia il rapporto tra i due si incrina, a causa di un terzo incomodo: il cattedratico Emilio Ferrario, che disistima Minuziano e non lo nasconde affatto. Anzi, arriva ad accusare il pugliese di aver stravolto Cicerone e si fa beffe di lui con dei versi micidiali.
Parrasio, all’inizio si schiera con Minuziano.
Una carriera in ascesa
Ma l’arrivo dei francesi a Milano cambia le carte in tavola. Ferrario, legatissimo agli Sforza, deve lasciare la città e la cattedra di Eloquenza. Parrasio, che gode del favore dei francesi, ne prende il posto. E inizia a far concorrenza al suo ormai ex mentore. Minuziano, che evidentemente è la classica malalingua e perciò mette in giro calunnie pesantissime.
A suo dire, Parrasio sarebbe scappato da Napoli perché colpevole di omicidio. E non basta: lo accusa anche di pederastia.
Ma il cosentino, per quanto amareggiato, tira dritto. Anzi, si lega all’ateniese Demetrio Calcondila, una specie di Machiavelli dei Balcani rifugiatosi a Milano in seguito a gravi problemi politici, e ne sposa la figlia Teodora. E ottiene la protezione di Étienne Poncher, vescovo di Parigi e membro influente del Senato meneghino.
I meriti di Parrasio
Un piccolo intermezzo per rispondere a una domanda banale: qual è l’importanza vera di questa generazione di umanisti, di cui Parrasio è la classica punta di diamante?
Con non poca retorica, parecchi storici attribuiscono a questi intellettuali il merito di aver recuperato il meglio della cultura classica.
In realtà, le cose sono un attimino più complicate, perché quella cultura non è mai andata persa. L’ha salvata la Chiesa, in particolare i monaci, che per secoli copiano e conservano manoscritti.
Parrasio e i suoi colleghi hanno, semmai, un altro merito: la divulgazione di questa cultura in chiave laica. E attenzione: a questo processo non è estranea la stessa Chiesa, che si serve volentieri dell’opera di questi umanisti.

Lo prova il rapporto tra Parrasio e Poncher. Grazie ai buoni uffici del vescovo francese, il cosentino cura le riedizioni di Ovidio e Claudiano ed entra nei giri politici che contano. Ovviamente, questo tipo di rapporti tra Chiesa e intellettuali contiene il classico dolce avvelenato: questi filologi laici sono più spregiudicati e pubblicano di tutto, a partire dai presocratici e proseguono con opere esoteriche.
Questa spregiudicatezza darà le basi al pensiero filosofico successivo, che prenderà direzioni di rottura con il sistema ecclesiastico (Telesio) o sconfinerà nell’eresia e nell’anticlericalismo (Campanella), con conseguenze a volte tragiche (Bruno). Ma questa è un’altra storia.
Un intellettuale girovago
A Milano l’aria diventa pesante per Parrasio: Poncher è richiamato in Francia. Gli subentra Jeoffroy Charles, che prende a benvolere il cosentino, ma ha meno potere per tutelarlo.
Per questo, Parrasio taglia la corda. Girovaga tra Vicenza, Pavia e Venezia. Poi, stanco e acciaccato dalla gotta, nel 1511 torna a Cosenza con molti libri e pochi quattrini. Perciò, per sbarcare il lunario fonda una scuola privata: è l’Accademia Parrasiana. Questa istituzione ha un bel successo che, forse, va oltre le intenzioni del fondatore: una generazione dopo la prende in mano Telesio e la ribattezza Accademia Telesiana. Poi la gestione passa a Sertorio Quattromani, che le dà il nome con cui è tuttora nota: Accademia Cosentina.

Ma i quattrini scarseggiano e il Nostro deve rimollare Cosenza. Stavolta per Roma, dove papa Leone X gli affida una cattedra di eloquenza.
Stavolta Parrasio non ha nemici, tranne la salute, che lo costringe a tornare a Sud, prima a Napoli, dove gode della protezione di Isabella d’Este, infine di nuovo a Cosenza, dove arriva moribondo e si spegne il 6 dicembre 1821. Ha cinquantuno anni portati malissimo e, alle spalle, un’esistenza passata tra biblioteche e politica che ne vale almeno quattro.
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