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Sertorio Quattromani: il papà meridionale della letteratura italiana

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Il nobile cosentino, legato al grande filosofo Bernardino Telesio, fu un protagonista di primo piano dell’Umanesimo, non solo meridionale e fu un pioniere dello studio sulla letteratura “volgare”, alla base della critica moderna

Nobile, benestante quindi con possibilità di studiare cose astratte e inutili. Così si potrebbe liquidare in fretta Sertorio Quattromani.

Ma oltre che ingenerosa, questa liquidazione sarebbe inutile non spiegherebbe perché questo umanista cosentino riceva ancora tanto interesse fuori dalla sua Calabria dagli addetti ai lavori e non solo.

Filologo e filosofo, Quattromani ha diviso la maggior parte dei suoi 62 anni di esistenza tra la critica letteraria e la divulgazione del pensiero del suo maestro: Bernardino Telesio. E ha un altro merito: aver dato il nome definitivo all’Accademia della sua città, nata come Parrasiana, diventata poi Telesiana e, solo sotto la sua gestione, Cosentina.

Un modo per dire che l’Accademia è della città. Ma anche per affermare che i cosentini che l’avevano fondata erano una élite coi controfiocchi.

Sertorio Quattromani

Un notabile del ’500

Sertorio Quattromani non è un pioniere come Giano Aulo Parrasio. Le sue biografie, che si basano essenzialmente su un epistolario professionale degno di dieci grafomani, lo raccontano come un personaggio pignolo, metodico e zelante.

Come uno di quei professori di cui si subiscono i metodi e l’antipatia da studenti ma che non si finisce mai di ringraziare dopo.

Non è neppure un pensatore della statura di Telesio, il primo grande rinascimentale. Anzi, tutto lascia pensare che Quattromani non abbia osato troppo anche perché schiacciato dalla mole intellettuale del filosofo cosentino. Che tra l’altro figura tra i suoi maestri e nella sua parentela.

Notabilato e cultura: sono i primi due elementi utili per inquadrare il Nostro.

La Cosenza che conta

Come per molti rinascimentali, anche nel caso di Quattromani le date sono incerte.

Nasce, comunque, a Cosenza nel 1541. E vale subito la pena di prestare un po’ di attenzione sulla genealogia che, nel suo caso, fa tutt’uno con l’araldica.

Suo padre Bartolo, feudatario della Sila Grande cosentina, è a sua volta rampollo di una famiglia di nobiltà privilegiata (cioè di borghesi nobilitati) originaria di Aprigliano e piena zeppa di giuristi, soprattutto notai, e vescovi. Una volta nobilitati, i Quattromani si stabiliscono a Cosenza e fanno parte in maniera stabile del Sedile, cioè il Senato cittadino. Dove siedono spesso assieme ai Telesio, con cui si imparentano. Infatti, Elisabetta D’Aquino, la mamma di Sertorio, è lontana parente di Bernardino Telesio. Ma non finisce qui: la moglie di Bernardino Telesio sr, nonno del filosofo, è Giovanna Quattromani.

Una mappa seicentesca di Cosenza

Fin qui, non c’è una vera differenza tra il patriziato cosentino e le altre nobiltà di provincia della Penisola, perché tutte le famiglie che nascono tendono a creare reti esclusive, prossime all’endogamia. La vera differenza è il livello culturale, decisamente alto, dell’élite cosentina dell’epoca, che si divide tra le cariche e le biblioteche e, soprattutto, ha un ruolo sociale davvero forte.

Già: Antonio Telesio, figlio di Bernardino senior e quindi zio del filosofo e parente in doppia linea di Sertorio, è un accademico di grido, che lascia il Sedile solo per far carriera a Roma.

Una provincia cosmopolita

Non c’è nulla di meglio che acculturarsi in famiglia. Per Sertorio Quattromani l’espressione vale alla lettera: appena quindicenne, frequenta le lezioni che il cugino Telesio tiene periodicamente all’Accademia.

È in buona compagnia: tra gli uditori ci sono Agostino Doni, medico e filosofo che avrebbe fatto carriera a Basilea, e, giusto per restare in famiglia, il filosofo (un po’ oscuro e decisamente dimenticato) Giovan Paolo d’Aquino, cugino di Sertorio per parte di madre.

Il giovane Quattromani ha un imprinting progressista (quasi cattocomunista, secondo gli standard dell’epoca): prima di ascoltare il grande Telesio, ha come precettore Onorato Fascitelli, un benedettino molisano dalle simpatie valdesi che, tuttavia, diventa vescovo di Isola Capo Rizzuto a metà ’500 e a dispetto delle sue idee.

Con questo popò di bagaglio, che la Cosenza bene non avrebbe mai più raggiunto, al Nostro non resta che cambiare aria, per migliorare. Infatti, va a Roma.

Papa Pio IV

Il supertopo di biblioteca

A Roma, Quattromani dimostra il suo talento eccezionale di topo da biblioteca. Si esercita nella Biblioteca Vaticana, dove divora di tutto, dai classici greci e latini ai grandi poeti italiani, Petrarca in particolare.

Su quest’ultimo, il cosentino ha un’intuizione geniale, con cui riscrive la storia, allora nascente, della letteratura italiana. Secondo lo studioso, infatti, Petrarca si sarebbe ispirato ai poeti provenzali e volgari per comporre il suo Canzoniere.

Per provare la propria intuizione, Quattromani non esita a ricorrere alle pastette. Quelle dei compatrioti, come l’alto prelato Vincenzo Bombini, allora impegnato nel Concilio di Trento assieme a Tommaso Telesio, arcivescovo cosentino e fratello del filosofo.

E quelle, forse più efficaci, dell’editore romano Paolo Manuzio, che convince papa Pio IV a mettere a disposizione di Quattromani tutte le biblioteche capitoline. Dopo aver ingurgitato questa impressionante mole di opere, il Nostro decide di raggiungere Bernardino Telesio, che nel 1565 si trova a Napoli per divulgare e difendere la sua opera.

La congregazione generale del Concilio di Trento (opera di Elia Naurizio)

Un guaio con la Chiesa

Si è già capito che la Chiesa ha avuto un’influenza determinante anche nella nascita dell’umanesimo più laico.

Tuttavia, la Chiesa dell’epoca di Telesio e Quattromani non è più quella cosmopolita e, a modo suo, progressista della generazione precedente.

È una Chiesa irrigidita e incalzata dalla Riforma, che sceglie, col Concilio di Trento, il razionalismo e punta tutte le sue fiche su Aristotele. Non proprio l’ideale per i nuovi filosofi alla Telesio, che invece si ispirano ai presocratici per costruire i propri sistemi di pensiero, più o meno rivoluzionari e comunque di rottura proprio con l’aristotelismo.

Nello stesso periodo, il pensatore cosentino inizia la riedizione delle sue opere e tutto lascia pensare che Quattromani sia andato a Napoli per aiutare il maestro.

Ma stavolta le amicizie e le parentele che contano possono poco: i libri di Telesio, che saranno ripubblicati nella Capitale nel 1870, finiscono all’Indice. Quattromani si dà da fare per evitare la condanna e fa pressioni su Bombini, diventato nel frattempo protonotaro apostolico della Curia romana sotto Pio V e Gregorio XIII.

Ne esce un compromesso superclericale: le opere restano all’Indice dei libri proibiti, ma con la formula ambigua Donex expurgentur, cioè fino a quando non saranno ripuliti. Da vietati, i libri telesiani diventano vietatini (quindi leggibili più o meno sottobanco). Analoga fortuna non l’avranno gli altri grandi pensatori dell’epoca, Bruno e Campanella, molto più espliciti del cosentino e, soprattutto, molto meno protetti.

Una vecchia cartolina di via Sertorio Quattromani a Cosenza

Il ritorno a Cosenza

Finalmente il Nostro rientra a Cosenza per restarvi, salvi vari viaggetti a Roma e Napoli, puntualmente registrati nelle sue lettere.

Da buon rinascimentale, Quattromani coltiva un epistolario monumentale, in cui racconta sé stesso e i suoi studi. Scrive a tutti e dappertutto: da Roma, Cosenza, Cerisano ecc. E fa l’intellettuale a tempo pieno. Traduce (o volgarizza, come si diceva allora) i classici latini in quantità industriali, come se non ci fosse un domani.

E si dà un gran da fare nell’Accademia Telesiana (già Parrasiana), dov’è braccio destro del suo maestro.

Alla morte di Telesio (1588), che ha trasformato l’Accademia in un club filosofico, Quattromani prende le redini dell’istituzione, la riorganizza e le dà un’impronta più letteraria, forse meno rischiosa della filosofia.

Ma la filosofia comunque non sparisce: né dall’Accademia né dalle preoccupazioni di Sertorio, che omaggia il suo maestro con La filosofia di Bernardino Telesio ristretta in brevità, un bignamino del pensiero telesiano, dedicato per l’occasione a Ferrante Carafa, il duca di Nocera.

Il Concilio di Trento in una stampa d’epoca

La fine e l’eredità

La biografia di Sertorio Quattromani non è particolarmente emozionante. L’intellettuale cosentino non è un rivoluzionario né un riformista: è solo uno studioso acuto e capacissimo, che ha fatto (e bene) il proprio mestiere al riparo del notabilato a cui apparteneva e non ha mai messo in discussione il sistema. Non in maniera pubblica, almeno.

La data precisa della morte, causata dai soliti acciacchi dei benestanti (tra cui l’immancabile gotta) è incerta. Lo studioso Luigi De Franco ipotizza il 10 novembre 1863, che è poi la data del testamento.

A dispetto di un’immagine piuttosto polverosa, Quattromani ha un merito serio: aver contribuito all’affermarsi della lingua italiana, che identifica nella parlata dell’alta Toscana (per capirci, la stessa utilizzata dagli speaker più bravi).

L’eredità fisica più importante è costituita dalla sua biblioteca, lasciata alla nipote, figlia della sorella Giulia: la poetessa e accademica cosentina Lucrezia della Valle.

Ma questa è un’altra storia.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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