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Sweet Oblivion, è tutta tricolore la nuova avventura di Geoff Tate

Il grande cantante metal rinverdisce i fasti dei primi Queensryche assieme a una band italiana guidata da Simone Mularoni

Potrebbe essere l’ennesima operazione nostalgia, in cui le vecchie glorie e i nuovi talenti collaborano alla grande per rinverdire i fasti di un passato glorioso.

Una di quelle operazioni, per capirci, in cui è specialista l’etichetta napoletana Frontiers Records, che ha il merito di aver dato nuova giovinezza o aver mantenuto in circolazione i big del grande rock degli anni ’70-’80.

Geoff Tate oggi

Oppure potrebbe essere, più semplicemente, un simpatico (e valido) fuor d’opera nella carriera di una grande star ormai in declino e di un giovane leone, in forte ascesa.

In entrambi i casi, Sweet Oblivion Feat. Geoff Tate, opera prima e unica dell’ex frontman dei Queensryche e di Simone Mularoni, il chitarrista dei Dgm, storica band progressive metal italiana (anch’essa nel catalogo Frontiers), è un’oiniziativa notevole, a patto di non voler cercare l’originalità ad ogni costo.

In questo album rivivono alla grande le sonorità e i riff che resero grande e famosa la band di Seattle. In particolare, rivive quell’equilibrio, che ancor oggi ha del miracoloso, tra potenza e melodia, che ha gettato le basi del progressive metal e ispirato almeno due generazioni di musicisti. Rivive, soprattutto, la poetica futurista e provocatoria del miglior rock anni ’80, di cui i primi Queensryche sono stati una delle punte di diamante più pregiate.

La copertina di Sweet Oblivion Feat. Geoff Tate

Questa tradizione, s’intende, rivive aggiornata alla grande dall’opera di Mularoni, che suona come Cristo comanda tutte le parti di chitarra e basso e ha aggiornato il sound quel che basta per renderlo appetibile anche ai nuovi ascoltatori. E, ciò che più conta, ha saputo reinterpretare il songwriting classico dei Queensryche per adattarlo alla voce, bellissima come sempre ma non più smagliante di mr Tate, che a sessantun’anni suonati non può più fare quelle prodezze su cinque ottave che lo avevano reso celebre.

I risultati sono all’altezza delle aspettative e della tradizione Frontiers, grazie anche all’ottimo apporto del tastierista Emanuele Casali, virtuoso quel che serve e mai eccessivo, e del batterista Paolo Caridi, potente e cronometrico come richiede il genere.

Il primo tuffo postmoderno in questa grande tradizione è l’open track True Colors, che ripesca dal pensoso Promised Land (1994), di cui ripropone la combine di melodia ariosa, interpretata col solito piglio operistico, e sonorità dense, con un tocco di modernità che non guasta. Il tutto arricchito dal formidabile duello solista tra le chitarre e le tastiere, eseguito su quei cambi di tempo che sono un altro marchio di fabbrica del quintetto di Seattle.

Sweet Oblivion, la title track, mescola alla grande i refrain di altri due classici dei ’ryche: la tragica Breaking The Silence (dal mitico Operation: Mindcrime) e la suadente Another Rainy Night (dal celeberrimo Empire) in un tripudio di atmosfere notturne, pathos interpretativo e virtuosismi strumentali del duo MularoniCasali.

Più orientata su sonorità aor, la cadenzata Behind Your Eyes, si lancia su un bel riff serrato ed esplode in un refrain sognante che sembra tratto di nuovo da Empire.

I Queensryche di Operation: Mindcrime

L’elegante e sofferta Hide Away riporta il sound su coordinate più prog, debitrici della lezione di Rage For Order e di Operation: Mindcrime (e forse non è un caso che il giro armonico del bridge richiami un po’ The Mission). Ottimo l’arrangiamento carico di chiaroscuri impreziositi dai passaggi del pianoforte. Da manuale l’assolone di chitarra.

My Last Story è un esempio di come si possa suonare prog con grande intensità e bravura senza cadere nella trappola della magniloquenza: i cambi di tempo e di atmosfera risultano ben incastonati a livello compositivo ed esaltano la potenza del refrain senza mai sovrastare la linea melodica.

Impostata su un ritmo più spedito, A Recess From My Fate risulta più canonicamente metal, con qualche strizzatina d’occhio nel coro all’aor più di classe. Per dirla altrimenti, è come se le melodie di Empire fossero diventate più heavy. Ancora una volta notevole la parte solista, in cui le chitarre e le tastiere si sbizzarriscono alla grande con frasi a velocità supersonica.

La cadenzata Transition ripesca di nuovo dal patrimonio dei Queensryche più prog, mescolando le citazioni orientaleggianti e protogrunge di Promised Land e le atmosfere di Operation: Mindcrime (il coro, in particolare, sembra mescolare I Don’t Believe In Love e The Mission). Fantastica la parte strumentale, che parte da un riff vagamente zeppeliniano ed esplode in un assolo iperfunambolico.

L’ipnotica Disconnected è un altro tuffo nella fase magica dei Queensryche: una ballad suggestiva che pesca a piene mani da Empire e Promised Land, un tentativo ben riuscito di fondere la dolcezza eterea di Silent Lucidity e l’intensità di Lady Jane. Una di quelle magie che la voce di mr Tate è ancora capace di rendere, se ben supportata da un arrangiamento all’altezza.

Simone Mularoni in azione sul palco con i Dgm

Con The Deceiver si sterza di nuovo (e in maniera più decisa) su un versante heavy, grazie a un riffing più massiccio e ai tempi più spediti. L’operazione nostalgia, in questo caso, è ancora più retrò (ma non per questo vintage) e rinvia a Warning e Rage For Order.

Chiude la cadenzata Seek The Light, un altro bell’esempio di prog metal rivisto e aggiornato come si deve. Atmosfere intense e mutevoli, un crescendo pieno di sentimento e privo di retorica, una parte solista aggressiva e sofferta e i titoli di coda su un tappeto di tastiere semplice ma di grande suggestività.

Buona la prima (e forse l’unica) per questo revival tricolore di una delle più grandi ugole rock di tutti i tempi.

Geoff Tate ai tempi d’oro di Empire

Sweet Oblivion Feat. Geoff Tate è molto più di un amarcord: è una reinterpretazione di suoni, armonie, songwriting (in una parola, emozioni) che il rock di oggi è in grado difficilmente di produrre.

E Tate? Intervistato a caldo, ha escluso un seguito a questa avventura bella e particolare. Peccato, perché l’album è la prova di come l’istrionico e talentuoso frontman sia ancora in grado di stupire, a patto che non lo si lasci in balia di sé stesso e delle proprie paturnie sperimentali e lo si obblighi ad essere il Tate di sempre.

Chi se ne frega se la voce non è più quella di una volta: gliene è comunque rimasta quanto basta (e non pochissima) per bucare le casse e arrivare al cuore di chi ascolta.

E, a proposito di ascolti: è proprio il minimo dire che stavolta vale davvero la pena.

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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