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Dai gloriosi ’80 con furore, i Diamond Head colpiscono ancora

La gloriosa band britannica torna con Coffin Train, un album di heavy metal contemporaneo di ispirazione classica ma dal sound modernissimo

Una band tostissima per un album tostissimo di heavy metal vero, senza troppe aggettivazioni né caselle.

Parliamo dei Diamond Head, vecchie glorie della Nwobhm, tornati sul mercato discografico con Coffin Train, un bell’album pubblicato all’inizio dell’estate dalla Silver Lining, con cui non solo ribadiscono di non essere dei sopravvissuti ma riescono anche a dare i punti a non poche nuove leve.

Al riguardo, ripetiamo anche noi il mantra che di solito i critici recitano quando hanno a che fare con molti big del metal britannico di fine anni ’70: i Diamond Head, pur bravissimi e seminali (i Metallica e i Megadeth li considerano una fonte di ispirazione primaria) non hanno avuto il successo che meritavano (e che comunque, a livello commerciale, in quella generazione hanno avuto davvero in pochi: Iron Maiden, Def Leppard e Saxon), ma ciò non toglie che lo spessore artistico e il talento, quando ci sono, sopravvivono alle traversie, che per la band inglese non sono state poche né leggere.

I Diamond Head

Ci riferiamo ai due scioglimenti e ai continui cambi di formazione che hanno letteralmente devastato la line up, di cui l’unico superstite della prima ora è il chitarrista e leader Brian Tatler. Ma c’è da dire che gli innesti e i cambi sono sempre risultati felici e che l’ultima formazione, stabilizzata nel 2015 con l’ingresso del cantante scandinavo Rasmus Bon Andersen, è più che all’altezza e, soprattutto, affiatata: ottima la sezione ritmica costituita dal bassista Eddie Moohan e dal batterista Karl Wicox, valido il lavoro alla chitarra Andy Abberley.

Il risultato è in linea con le aspettative dei fan e degli intenditori, già piacevolmente sorpresi dall’ottimo Diamond Head (2016): heavy metal tradizionale, aggressivo e pesante quel che basta senza trascurare l’aspetto melodico, che è poi il dop del metal britannico old school.

La copertina di The Coffin Train

Proprio su queste coordinate si muove l’open track Belly Of The Beast, un pezzone di metal tradizionale dalla ritmica veloce e dal riffing assassino, ben interpretato dal frontman.

Con la seguente The Messenger i Diamond Head si orientano su un hard rock piacevolmente variegato, che cita i WASP vecchia maniera (quelli di The Last Command, per capirci) nell’intro e si tuffa in un riffing anni ’70 che civetta non poco con lo stoner più metal oriented.

The Coffin Train, la title track, è l’apice compositivo dell’album: un bel pezzo caratterizzato da un refrain romantico di ispirazione prog e da un crescendo potente e carico di pathos che sfocia in passaggi doom di matrice sabbathiana.

Ancor più doom la seguente Shades Of Black, in cui Andersen è protagonista di una prestazione superba, che ricorda il miglior Chris Cornell.

Il minuto di effetti sonori horror di The Sleeper (Prelude) introduce le atmosfere sabbathiane di The Sleeper, un’altra lezione di doom carica di riff pesanti e oscuri su cui il versatilissimo Andersen si cimenta in una performance che, sempre a proposito di Black Sabbath, ricorda non poco Tony Martin. E scusate se è poco.

L’heavy metal classico torna a farsi sentire nella tosta e spedita Death By Design, piena di stop and go e riff micidiali.

Un po’ fuori genere la cadenzata Serrated Love, che si muove su un giro di basso cavernoso ed efficace e su una sequenza di crescendo di matrice vagamente orientale. Notevoli i passaggi acustici che chiudono il brano a mo’ di titoli di coda.

Molto varia anche The Phoenix, che si segnala per la grande dinamica ritmica e per il refrain arioso piuttosto americaneggiante.

Chiude la melodica Until We Burn, nella quale Andersen riesce a primeggiare su un ottimo lavoro di squadra.

Una posa aggressiva dei Diamond Head

Dopo aver ascoltato un album di questo livello, non è davvero improprio parlare di una seconda giovinezza per i Diamond Head, anche a dispetto dell’anagrafe.

The Coffin Train è un prodotto classico, ma non è solo per nostalgici degli anni d’oro del metal. Anzi, è un’ottima occasione per aiutare i neofiti a scoprire le radici genuine di un genere che, a dispetto degli anni che passano e delle continue innovazioni, ha ancora molte cose da dire. A patto che ci sia chi è in grado di dirle. Proprio come di Diamond Head.

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale dei Diamond Head

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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