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Arcadia sul palco

Da X Factor a drag queen, Filipponi diventa Arcadia

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Il cantautore provocatore, famoso anche per aver coverizzato Lady Gaga e Sailor Moon (passando per il trash neomelodico) indossa i panni queer di una drag ispirata a un ritratto di Dante Gabriel Rossetti ed esordisce con Taxi Driver, un singolo dal ritmo strafottente e dal testo pesante. Il minimo è intervistarlo…

Taxi Driver, uscito nel cuore dell’autunno è il singolo di esordio di Arcadia. Un esordio improprio, visto che Arcadia non esiste: è la creatura queer del recanatese Stefano Filipponi, che i più conoscono come concorrente della quarta edizione di X Factor e qualcuno ha apprezzato come cantautore provocatorio, autore dell’ep Manifesto e interprete scanzonato di Venus di Lady Gaga, dell’inno supertrash A me me piace ’a Nutella dell’enfant prodige neomelodico Lucio Vario e di una cover di Sailor Moon.

Stefano Filipponi, ovvero Arcadia senza trucco

Filipponi resta cantante dotatissimo, con tanto di background lirico, anche in versione drag queen. Oltre il mascara c’è di più insomma.

È il caso di approfondire.

Iniziamo dal singolo d’esordio Taxi driver…

Taxi Driver parla di come, attraverso delle ciglia finte e un po’ di make up, io abbia trovato la mia personale magia per trasformare le lacrime in una manciata di glitter. La traccia è volutamente catchy e ritmata, ma le parole sono forti e autentiche. Scrivo della vita in periferia, di quanto sia difficile stare in piedi di fronte ad un futuro che sembra precario e incerto, tra i palazzi grigi di una Milano disincantata e magica allo stesso tempo. Arcadia è una fenice che rinasce dalle sue ceneri e ha il potere di vedere il mondo attraverso un’incandescente lente di ingrandimento che mostra i colori più lucenti e scintillanti. Arcadia è un pianeta lontano, ma canta la vita reale.

E Arcadia com’è nata?

Arcadia è nata durante un attacco di sindrome di Stendhal. Ero rimasto letteralmente ipnotizzato da un dipinto di Dante Gabriel Rossetti, la Veronica Veronese. Stessi capelli rossi, stessa profonda malinconia e stessa febbricitante accettazione. Arkadia è anche il nome di un centro commerciale di Varsavia, una delle città più belle in cui sia mai stato. Appena vi entrai, ebbi un’epifania: l’esagerato sfarzo, le vetrine con le torte, l’estetica sovietica, la bellezza delle donne aliene, gli outfit che Lotta Volkova si sogna di notte. Ho scelto di togliere la k perché Arcadia è italiana, anche se vorrei che fosse nata in Grecia o in una tenuta dello Yorkshire. Poi ho scelto questo nome perché, per me, tutto deve nascere dalla poesia. L’Accademia letteraria dell’Arcadia è stata fondata nel 1690, si sviluppa e si diffonde in tutta Italia durante il Settecento in risposta a quello che era considerato il cattivo gusto del Barocco. Ogni partecipante doveva assumere, come pseudonimo, un nome di ispirazione pastorale greca. E io ho scelto proprio il nome di Arcadia.

Arcadia, ovvero Stefano Filipponi col trucco

Qual è il tuo background artistico e come è nata la passione per l’arte e, in particolare, la musica?

Mi sono avvicinato al mondo dell’arte da piccolissimo: sfogliavo le pagine piene di dipinti e mi divertivo a ricopiarli con le matite colorate. Inoltre, prendevo il cacciavite dalla cassetta degli attrezzi e facevo finta che fosse un microfono, imitavo le dive che vedevo in tv. Fin da bambino ho sempre cercato ogni modo possibile per esprimere il mio mondo interiore. Ho studiato musica, canto lirico e mi sono appassionato a quasi tutti i generi musicali, dal folk al jazz, passando per l’opera lirica e il pop più commerciale.

Quanto ti ha aiutato questa poliedricità artistica ed esistenziale? 

Il mio percorso musicale e artistico è coinciso perfettamente con quello umano. Quando ho compreso e accettato le mie diverse sfumature, sono riuscito a superare i tanti ostacoli che mi ponevo da solo, quella parte auto-sabotante che proveniva dalla mia mente. Arcadia è nata anche per facilitare la mia comunicazione sul palco. Indossando una maschera ci si sente meno nudi, si percepisce di meno il peso della propria vulnerabilità. È come avere una corazza addosso e, allo stesso tempo, essere sé stessi al cento per cento. Non ho scelto di creare Arcadia per l’esigenza di vestire panni femminili, ma per creare un mondo immaginario legato alla libertà e alla fantasia, in cui rifugiarmi quando ne ho bisogno. Sul palco nei panni di Arcadia. Fuori, in quelli di Stefano.

Veronica Veronese, il ritratto di Dante Gabriel Rossetti che ha ispirato Arcadia

Vuoi raccontare la tua esperienza a X Factor?

Devo essere sincero: per me quell’esperienza è stata davvero traumatica e, forse, è arrivata prematuramente. Non avevo le spalle abbastanza larghe per affrontare una simile pressione. Mi ci è voluto parecchio tempo per metabolizzare quei tre lunghi mesi e comprenderne i benefici. Certo, a livello umano e artistico sono cresciuto molto, anche grazie a X Factor, che mi ha spinto fuori con prepotenza dalla mia zona comfort e mi ha fatto capire che se si vuole far sentire la propria voce, bisogna lottare. Di X Factor ho pochissimi ricordi e ho rimosso quasi tutto del palco e delle esibizioni. Come dei flashback di una vita passata. Unico goal: nel loft dove eravamo reclusi ci si poteva abbuffare di qualsiasi tipo di cibo, come in crociera.

E Sanremo Social?

Ho partecipato a Sanremo Social con un brano apparentemente scemo e credo che pochi abbiano capito di cosa stessi parlando. Pollyanna prende il nome dall’omonima sindrome di tutte quelle persone che fingono vada tutto bene nonostante i problemi della vita. Me ne parlò per la prima volta Filippo Timi e io fui ispirato a scriverci una canzone, proprio nel momento in cui presi consapevolezza che avrei dovuto abbandonare tutti quegli sforzi fatti per compiacere gli altri e per risultare positivo a tutti i costi.

Puoi ripercorrere la tua esperienza particolare con la cover di Venus di Lady Gaga?

Venus è uno dei brani che mi più colpì dell’album Artpop di Lady Gaga. Vi sviluppai una delle mie cover in chiave drammatica e la caricai sui social: inaspettatamente iniziarono ad arrivarmi migliaia di notifiche e non capivo bene cosa stesse accadendo. Lady Gaga stessa aveva messo un like alla mia interpretazione e, a catena, i suoi fan apprezzarono la cover da tutte le parti del mondo. Ne fui felicissimo, anche perché ero e sono tutt’ora un little monster, un suo fan. Sapere che uno dei miei idoli mi ha ascoltato cantare basta a riempirmi il cuore di gioia. Di lei amo il fatto che è una cantautrice fenomenale, sempre ispirata, e che non ha paura di mostrarsi con le sue maschere o scevra da ogni armatura, in tutta la sua vulnerabilità.

La copertina di Taxi Driver

Parliamo del tuo ep Manifesto, l’ultima produzione pre-Arcadia

Manifesto nasce dall’esigenza di esprimere con una veste elettronica e in chiave poetica i temi dell’amore e della perdita. Volevo raccontare, attraverso synth e strane armonizzazioni, l’incomunicabilità, la forte difficoltà nel capire le intenzioni e gli stati d’animo dell’altro, nonostante la grande volontà di decifrare ogni frase come un rebus e di comprendere anche quello che non viene detto a parole. Tastiere elettroniche e sonorità contemporanee: i miei riferimenti musicali per quell’ep sono stati M.I.A. e Grimes. Tutti i brani sono emblematici del mio approccio emotivo forse infantile ma sempre autentico alla musica.

Come vivi da artista e da persona l’attuale pandemia?

Come artista vivo con molta ansia questo periodo. Devo essere sincero: mi manca il pubblico, mi mancano i live e il rapporto con chi mi ascolta. Idem, umanamente, sono molto preoccupato. Ho riscoperto però una parte resiliente di me che credevo sopita. Proprio in questo periodo ho iniziato la pratica della meditazione, l’attività fisica e a prendermi più cura di me. Credo che questo periodo, anche se bruttissimo per tutti, debba servire anche a fermarsi e riflettere su quello che facciamo e su dove stiamo andando. Solo insieme possiamo avanzare e crescere, fare un salto verso un mondo più sostenibile e umano.

Quali sono i progetti futuri?

Per il futuro intendo continuare quello che sto facendo ora: comunicare in ogni modo possibile, attraverso la musica e l’arte. Sto lavorando a un nuovo progetto musicale. Al momento sono alla scrittura delle bozze al piano (la parte che preferisco: è un’operazione catartica e liberatoria). Spero di farlo uscire entro il prossimo anno, anche perché l’esigenza di esprimermi con la musica è più forte che mai.

(a cura di Andrea Infusino)

Da ascoltare (e da vedere):

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