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Una cantautrice elettronica. Micaela Tempesta si racconta

La giovane artista napoletana parla di Blue, il suo album d’esordio, e lamenta alcuni problemi: oggi è più importante stare appresso agli uffici stampa che accordare gli strumenti… cosa resterà della musica?

Armata da una passione viscerale per la musica, la napoletana Micaela Tempesta muove i primi passi nella musica dance e con i remix in lingua straniera. Sempre da autodidatta passa alla scrittura in lingua madre, suonando pianoforte e basso. Ma non solo: si confronta con strumenti meno tradizionali come laptop, campionatori e synth. Pubblica lo scorso anno il suo primo album, Blu, assieme a Massimo De Vita e Paolo Alberta, col missaggio di Andrea Suriani.

Micaela Tempesta

Dalla dance e remix e dalla scrittura in inglese sei passata alla lingua madre e a un cantautorato ricco di contaminazioni. Come si è sviluppato questo percorso artistico?

Probabilmente una volta capito che anche la lingua italiana aveva delle potenzialità per suonare come quella inglese, anche se è molto difficile. Ho cominciato ad applicarmi di più nella stesura dei pezzi e ti dirò ancora non sono molto soddisfatta ma un compromesso creativo va fatto. Sacrificare il contenuto per un suono non mi riesce facile e quindi preferisco che ogni tanto una parola non suoni ma scavi nelle persone.

Quanto pensi che l’uso del laptop e i ritmi dance elettronici possono influenzare la musica italiana? E in che modo questa si caratterizza oggi rispetto a quella internazionale?

Se pensiamo a Cosmo abbiamo l’idea di quanto potenziale ci possa essere nel mischiare il cantautore con il dj, metto le virgolette perché oggi è tutto relativo.
La musica italiana è purtroppo sempre troppi passi indietro rispetto a quella internazionale. Temo che questo gap sia legato più al peso culturale che ha assunto la musica in questi anni nella nostra nazione che all’incapacità degli artisti.

Un primo piano particolare di Micaela Tempesta

Blu è un disco che sintetizza la tua gavetta e i tuoi sacrifici, perché raccoglie i tuoi pezzi scritti della tua carriera. Come vorresti descriverlo?

Qualche tempo fa nella mia bio c’era scritto che il mio primo album sarebbe stato postumo. Poi ho incontrato Massimo e mi ha fatto cambiare idea. Blu per metà è composto da canzoni che hanno già 10 anni per un’altra metà di canzoni più giovani. È un prodotto atipico. Anch’io sono atipica. Senza etichette. Mi descrive al 95 per cento.

Quanto ha influenzato il tuo percorso artistico l’incontro con Massimo De Vita? Ci sono stati altri incontri o momenti di importanza tale da segnare le tue scelte artistiche?

Massimo ha influenzato il mio percorso in senso pratico. Ci siamo incontrati a Napoli in una di quelle situazioni che oggi chiamo di resistenza culturale, abbiamo parlato e mi ha detto: «Perché no?». Qualche mese dopo eravamo in studio a fare una cosa che probabilmente era più grossa di noi. È una persona che sa perfettamente quale vestito mettere alle tue canzoni affinché siano sincere al 100 per cento. Nella mia vita ho incontrato un sacco di persone che mi hanno invitato, consciamente o meno, ad una serie di riflessioni che mi hanno cambiato gli occhi.

Quella che mi ha cambiato la vita sicuramente l’ho incontrata a 16 anni: è così importante che ho dimenticato il nome. Ricordo che lavorava alla Polygram e fu la prima persona a farmi capire che poteva essere la mia strada. Ovviamente la mandai a quel paese, ho un pessimo carattere dicono. Per me la musica era sempre stata una cosa intima e naturale. Mai avrei immaginato di poterlo fare come mestiere.

«Cullata dal vento mentre tutto dentro è tumulto e silenzio». È una metafora sull’apparente lato di tranquillità che ognuno di noi possiede? Come provare a gestire i conflitti interiori?

È esattamente come hai scritto. Ci hanno educato ad ammaestrare le emozioni, a tenerle sempre sotto controllo. Molti di noi sono vulcani pronti ad esplodere da un momento all’altro proprio a causa di questa educazione al quieto vivere. Voglio dire, avremo sempre dei conflitti interiori, perché quello che vogliamo per noi non sempre si realizza e cominciano i compromessi. Ma i compromessi, anche se leggeri, col tempo logorano specialmente mentre cresci e capisci che hai una sola vita. Non ha senso sprecarla così.

060607 (Napoli) parla della tua città come in un’istantanea. Quanto influenza la tua musica è i tuoi testi? Tra il bene e il male, come in ogni città d’Italia?

Io sono la mia città. Influenza la mia vita al cento per cento e di riflesso anche la mia musica. Non ho i tratti tipici del napoletano da esposizione e vendita al banco, ma sono la prova vivente che c’è una Napoli che non vi vogliono fare vedere. Forse perché a corte serve sempre un giullare e quel ruolo è toccato a noi.

Napoli non è come ogni città d’Italia. Non è bene e male. È meraviglia e disperazione. Napoli non ha vie di mezzo. Napoli è la Marylin Monroe delle città della terra. Bella, intelligente e sottovalutata, denigrata, sminuita.

Quanto è difficile autoprodurre un disco a Napoli? E nel resto d’Italia?

Oggi è tutto molto semplice e accessibile a tutti e per questo è in realtà più difficile. L’autoproduzione di un disco seppur dispendiosa è la parte minore del problema. A Napoli non ci sono molte difficoltà a fare un disco. Il difficile è promuoverlo. Non ti racconto le difficoltà se fai un disco in italiano a Napoli. La somma che investi per produrre la tua musica è irrisoria rispetto a quella che dovresti spendere per provare ad avere un’opportunità. Funziona tutto malissimo. A Napoli, a Milano, a Genova, a Lecce, a Firenze ecc.. Devi preoccuparti più dell’ufficio stampa e del social media manager che dell’accordatura degli strumenti. Devi preoccuparti più della viralità dei tuoi contenuti social che dei tuoi testi. Devi preoccuparti più del contorno che della sostanza.

Se ti riesce questo numero di magia arriva un’etichetta che investe più che sulla tua musica, sul modo in cui ti sei fatto la fan base. Forse è per questo oggi a galla ci sono prodotti privi di sostanza, prettamente luccicanti di nulla. Si salvano davvero poche cose e in ogni caso non sono mainstream.

(a cura di Fiorella Tarantino)

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