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Protesta a suon di punk. Tornano i Bad Religion

Nel loro ultimo Age Of Unreason i padri dell’hardcore californiano attaccano Trump e l’irrazionalismo politico sostenuto dalle fake news

Dannosa per molti, tra i quali non manca di sicuro chi aveva dato il proprio consenso per protesta, pericolosa per alcuni, la presidenza Trump si è rivelata un toccasana per gli ambienti underground e per le controculture americane.

Apocalittici o meno, questi ambienti si sono risvegliati sotto il pungolo delle sparate (sempre dure, spesso caricaturali e non poche volte decisamente trash) del quarantacinquesimo presidente Usa e hanno dato il via a una produzione di buon livello.

Potere della protesta? Probabile: avere un buon bersaglio, ingombrante – e, se si vuole, facile – paga sempre. Non a caso, al trend antitrumpiano si sono aggiunti a buon diritto i mitici Bad Religion, pionieri e alfieri dell’hardcore punk americano e maestri insuperabili di quel sottogenere che va sotto l’etichetta di melodic hardcore.

Una foto recente dei Bad Religion

Il sestetto è tornato con Age Of Unreason, pubblicato di recente dalla storica Epitaph Records (che tra l’altro appartiene a Brett Gurewitz, chitarrista e cofondatore della band), un ottimo album, duro, compatto, pieno di spunti interessanti e in cui abbondano i riferimenti non tanto a Trump, che tra l’altro non viene mai nominato direttamente, ma alla situazione che ne ha agevolato la leadership e la vittoria.

Una critica motivata e doverosa da parte di una band di frontiera, che ha fatto del razionalismo e di una visione illuminista il perno della propria attività militante, diventata un elemento fondamentale di questo genere musicale.

Tosto e massiccio, Age Of Unreason (alla lettera l’età dell’irrazionalità) è composto di quattordici brani brevi e veloci, dai riff secchi e con qualche cambio di tempo, qui e lì, giusto per dinamizzare l’impatto, e da linee melodiche ariose e giocherellone, ben interpretate dal leader e frontman Greg Graffin, primo esempio di borghese del punk, visto che si divide tra il canto estremo e impegnato e la docenza universitaria presso la Ucla.

Nel resto della formazione convivono vecchie glorie, come il chitarrista Brian Baker e il bassista e cofondatore Jay Bentley, e nuovi acquisti, come il chitarrista Mike Dimkitch (entrato nel 2013) e il batterista James Miller (2015).

La copertina di Age Of Unreason

Una violenta scarica di batteria e un riff schiacciasassi fanno da cornice a una melodia strafottente che culmina in un coro vagamente epico nell’open track Chaos From Within, che riprende bene i cliché della band e del genere che essa ha contribuito a fondare. Un minuto e mezzo di ritmo e violenza (tuttavia non eccessiva). Come inizio non c’è male.

Con Mr Sanity la band spinge di più sul versante melodico, grazie a un simpatico coro tormentone da cui potrebbero prendere appunti i giovanotti del pop punk e di certo metalcore.

Do The Paranoid Style è un duro atto di accusa alla comunicazione trumpiana: un minuto e quarantacinque secondi di hardcore tosto e a tratti brutale per mettere all’indice la politica della paura basata sulla disinformazione e, ovviamente, sulle fake news propalate ad arte, nella rete e attraverso alcuni media amici.

Di nuovo melodie allegre, al limite dell’adolescenziale, e tempi più spezzati in The Approach, che rinvia direttamente all’hardcore degli anni ’90.

I tempi rallentano e gli ammiccamenti pop crescono nell’efficace Lose Your Head, due minuti e mezzo pieni di rinvii ai Ramones meno pesanti.

La lezione ramonesiana fa capolino anche nei due minuti e cinquanta di End Of History, in cui ritmo serrato e melodia accattivante si equilibrano alla grande.

L’hardcore più classico riemerge prepotente nella tosta Age Of Unreason, la title track, che fa leva su un bel ritmo galoppante e su un cantato arioso e pieno di inflessioni ironiche.

Un primo piano di Greg Graffin sul palco

Candidate è un’incursione nel pop rock elettroacustico, quel che ci vuole per fare un po’ di satira sul sistema elettorale americano.

Faces Of Grief, ovvero l’hardcore più feroce condensato in un minuto e quattro secondi, sostenuto da una sezione ritmica schiacciasassi e da riff dissonanti, che fanno da cornice a un cantato più duro e declamatorio, ma tipico del genere.

Classicamente hardcore anche Old Regime, una critica all’oscurantismo su tempi veloci e riff serrati, con qualche concessione in più alla melodia.

Più cadenzata, Big Black Dog è un esempio di come non si debba essere veloci a tutti i costi per fare un buon hardcore.

Sulla stessa falsariga, Downfall, che presenta di nuovo alcune suggestioni pop per mettere alla berlina quell’economia della truffa che ha avuto un ruolo non secondario nella grande crisi del 2008, di cui il trumpismo sarebbe il frutto marcio.

Simpatico il motivo giocoso della breve Since Now, che alterna un refrain cadenzato a un ritornello su tempo veloce, entrambi basati sullo schema botta-e-risposta tra coro e solista.

Chiudono l’album i dubbi e le paure inquietanti di What Tomorrow Brings, coi suoi poco più di tre minuti il pezzo più lungo della raccolta, un altro esempio di hardcore da manuale.

I Bad Religion sul palco

Saranno pure invecchiati, i Bad Religion. Ma con Age Of Unreason dimostrano che i maestri sanno invecchiare bene. E, se possono, riescono a fornire nuovi stimoli.

Da ascoltare, senza troppe nostalgie ma con un po’ di sollievo: finché artisti come loro riescono a calcare le scene senza sembrare dinosauri c’è davvero speranza.

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale del Bad Religion

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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