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Progressive e romantico, il Grand Tour italiano dei Big Big Train

La band britannica torna con un ottimo concept album dedicato ai viaggiatori romantici dell’Italia preunitaria

Una svolta? Forse no, perché l’addio del cofondatore, il bassista-polistrumentista Andy Poole, non avrebbe pesato più di tanto. Almeno a sentire l’ex compagno di avventura Greg Spawton, chitarrista-polistrumentista e unico membro della primissima formazione rimasto in campo.

I britannici Big Big Train godono di ottima forma e il recente Grand Tour, uscito per la English Electric Recordings un anno dopo l’ottimo live Merchants Of Lights, lo conferma.

I Big Big Train al completo

Tolto Poole, la formazione è praticamente invariata: resta notevole l’apporto del bravissimo batterista Nick D’Virgilio, che dà ottima prova di sé anche con gli americani Spock’s Beard, mentre la formazione è quella, ormai consolidata, dal 2014 e costituita dal cantante-polistrumentista David Longdon (che sembra un Peter Gabriel d’annata reinterpretato da un Fish altrettanto d’annata), dal chitarrista Dave Gregory, dal tastierista-contrabbassista Danny Manners, dal tastierista-chitarrista Rikard Sjoblom e dalla violinista Rachel Hall.

Per questo loro ritorno (il dodicesimo album in studio in venticinque anni di carriera), i Big Big Train spingono al massimo la loro formula particolare, una sorta di revival del prog romantico alla Genesis vecchia maniera, e la reinterpretano in direzione opposta ai Marillion: anziché spingere in direzione del mainstream, si orientano al recupero delle sonorità settantiane, con orchestrazioni sofisticate alla Gentle Giant e riferimenti a Yes e King Crimson, specie nelle lunghe sarabande strumentali.

Siccome non c’è prog senza concept, i britannici giocano al massimo la carta del romanticismo (quello vero di matrice ottocentesca) e rievocano, sin dal titolo, l’idea del viaggio. Un viaggio sentimentale ed esperienziale.

La copertina di Grand Tour

Il Grand Tour, il viaggio culturale stimolato dalla curiosità e dalla voglia di avventura, era un’abitudine molto diffusa nell’alta borghesia anglosassone e germanica a cavallo tra XVIII e XIX secolo. La meta prediletta di questi viaggiatori colti e altolocati era l’Italia preunitaria: senz’altro la Venezia ormai asburgica e quella Firenze che era un’ombra del fasto mediceo. Ma anche la Roma papalina, coi suoi ruderi grandiosi e la Napoli vitale, un po’ allegra e un po’ truce, di Carlo III. E poi giù, verso la Sicilia, coi templi e i teatri greci di Taormina, attraverso la Calabria selvaggia, che impressionò gli ultimi viaggiatori (Norman Douglas e, fuori tempo massimo, Alexandre Dumas).

A leggere bene i testi, il viaggio dei Big Big Train risulta postmoderno e ricorda più Baricco che Goethe. Ma pazienza, perché è godibilissimo lo stesso: l’ingenua meraviglia dei nordici di fronte al peso dei millenni di storia che sopravvivevano in quella Penisola che era allora un’espressione geografica e un desiderio culturale, rivive alla grande nelle note.

Il Grand Tour dei Big Big Train inizia sui tappeti elettronici e sul poliritmo campionato di Novum Organum, due minuti e rotti di suggestioni sonore in cui l’idea del viaggio si confonde col desiderio.

Il viaggio vero è proprio è raccontato nei tempi spediti e nelle armonie ariose di Alive, un bel pezzo a cavallo tra i Genesis di Selling The England e gli Yes della fase pop, in cui l’idea del movimento, il solo atto del viaggiare, si identifica con l’essenza della vita.

Ed ecco l’Italia. Con The Florentine, una mini suite elettroacustica piena di suggestioni folk e romantiche, rivivono gli scenari della campagna toscana e i monumenti immortali che circondano l’Arno.

Una serie di immagini raccontata con cambi di tempo e atmosfera repentini e le sarabande di violino e flauto e i ghirigori del moog.

Ma il desiderio profondo dei viaggiatori, quelli britannici, che portavano con sé una coscienza imperiale e quelli germanici, che iniziavano a costruirsene una, era Roma. La Roma maestosa e decadente che sopravviveva nelle sue rovine maestose.

Il minimo è celebrarla con un’altra suite articolata e ricchissima, Roman Stone, piena di armonie struggenti, ricamate dal violino incisivo della Hall. Ma la nostalgia del passato imperiale non è solo languore, come ribadisce la sarabanda strumentale che introduce la parte finale del pezzo, un crescendo in tempi dispari dalle sonorità spigolose, a metà tra i King Crimson e i Gentle Giant.

L’influenza crimsoniana emerge con prepotenza in Pantheon, un pezzo strumentale che fa senz’altro da coda a Roman Stone, ma introduce i brani successivi, quasi come un ponte ideale verso l’anima profonda del grande passato (non solo romano, ma greco ed etrusco) dell’Italia.

Con Theodora In Green And Gold, una ballad genesisiana basata sul ruolo preponderante del piano e valorizzata da un bel crescendo epico, la band britannica fa un omaggio alla riconquista bizantina e all’ultimo tentativo, ad opera di Giustiniano, di ricostruire l’impero.

Ancora una suite con Ariel, per ricordare che anche la morte è un viaggio. Infatti, i Big Big Train il particolare rito funebre di Percy Bisse Shelley, celebrato con un rogo su una spiaggia vicina a Viareggio, di cui diede un’impressionante testimonianza David Byron.

Ma la conclusione di questo particolare viaggio terreno, immortalato dalla poesia, diventa un pretesto per raccontare il viaggio in sé, in cui i luoghi e gli scenari si confondono tra loro e si diluiscono in immagini. Come la suggestione funebre che apre Ariel, cantata con un coro a cappella, e i continui, sontuosissimi, cambi di orchestrazione, che vanno dai crescendono che esplodono nei fortissimi ai delicati bridge accompagnati dal piano.

Il viaggio non è solo un’idea di movimento, ma anche lo scenario in cui esso si svolge, che per i viaggiatori romantici era essenzialmente il mare. Perché non dedicargli, allora un’altra suite, l’ultima dell’album, lussuosa e articolata?

In Voyager, poco più di quattordici minuti di scorribande sonore, le sonorità si orientano ancor più verso gli anni ’70 e i richiami al jazz rock diventano funzionali al racconto dinamico del viaggio per mare.

Il viaggio, infine, implica anche l’idea del ritorno, che implica una nostalgia doppia: quella di casa e quella nei confronti del viaggio giunto al termine.

I Big Big Train raccontano questo ritorno e le sue due nostalgie nella conclusiva Homesong, in cui i ricami folk acustici si mescolano ai crescendo orchestrali e ai richiami agli Genesis più rock.

I Big Big Train in sala prove

Grand Tour dimostra che il prog revival può essere davvero una cosa seria. E se ne sono accorti sia gli ascoltatori del Regno Unito, che hanno mandato l’album in classifica (trentacinquesimo posto nella chart generale e secondo in quella rock), sia gli addetti ai lavori, che hanno dato alla band una nomination come miglior gruppo prog inglese dell’anno.

È il risultato di un lavoro certosino, in cui la chiarezza sonora e la complessità narrativa si reggono in perfetto equilibrio e in ottima simbiosi.

Il viaggio dei Big Big Train finisce qui. Ora inizia quello, ci auguriamo altrettanto esaltante, degli ascoltatori.

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale dei Big Big Train

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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