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Gli Shame

Drunk Tank Pink, gli Shame si tingono di “rosa”…

Il nuovo album della band britannica si ispira al colore sperimentale di Alexander Schauuss e propone una rilettura intelligente ed efficace dei canoni del post punk

Il Drunk Tank Pink è un particolare tono del colore rosa, identificato dal ricercatore americano Alexander Schauss sulla base degli studi dello psichiatra svizzero Max Lüscher, che avrebbe qualità terapeutiche non trascurabili: placare l’animo e, addirittura, rallentare i battiti cardiaci.

Questo colore, evidentemente, funziona anche in musica. Di più: funziona nella musica più insospettabile, cioè il post punk, visto che i britannici Shame hanno deciso di titolare Drunk Tank Pink il loro secondo album, ideato, come tante uscite del 2021, in pieno lockdown.

Gli Shame al completo

L’ispirazione non è casuale: deriva dal colore con cui è dipinta la stanza in cui il frontman Charlie Steen ha scritto le tracce dell’album, incise assieme al resto della band, composta dai chitarristi Eddie Green e Sean Coyle-Smith, dal bassista Josh Finerty e dal batterista Charlie Forbes.

L’album risente non poco dello shock provocato dalla chiusura forzata, a cui la band è stata costretta dopo il tour internazionale del 2019. I toni si fanno quindi più oscuri e riflessivi e le tematiche tendono a un maggiore intimismo, rispetto a Songs Of Praise, l’esordio del 2019.

Si parte a bomba con Alphabet, trainata da una batteria sostenuta e impreziosita da un ritornello che sembra un mantra: «Are you waiting to feel good? Are you praying like you should?».

È impossibile ascoltare la seguente Niger Hitter senza notare l’influsso dei Talking Heads, guru della band. Il groove del pezzo risulta così intenso da non lasciare indifferenti. 

Sulla stessa linea Born in Luton, che attacca con un robusto dance punk, che lascia il posto, nella seconda metà del pezzo a un andamento più morbido e malinconico.

La copertina di Drunk Tank Pink

Il punk si mescola col funk in March Day, che si segnala per il ritmo irregolare e le ripetizioni forsennate che ricordano i Franz Ferdinand.

Un colpo secco di batteria lancia Water In The Wall, un pezzo in cui le influenze dei citati Talking Heads si mescolano al lascito dei Clash. Il videoclip che accompagna il brano evoca, in linea col testo, un immaginario psichedelico decisamente fuori di testa.

Un’atmosfera teatrale e a tratti solenne caratterizza Snow Day, in cui la voce di Steen rievoca il mitico Ian Curtis dei Joy Division. Il rinvio ai padri della new wave non è solo musicale, ma anche estetico, come rivelano le immagini del video, in predomina il bianco, contrastato da piccole dosi di nero.

Le influenze new wave emergono anche in Human For A Minute, caratterizzata da sonorità che ricordano non poco i Television.

Un primo piano di Charlie Steen in concerto

Great Dog risulta più spinta verso il post hardcore: poco meno due minuti (è il brano più breve dell’album) dominati da un refrain urlato e sostenuto da cori che sembrano un’estensione della rabbia di cui questo pezzo è intriso.

Sulla stessa linea, la seguente 6/1, in cui riaffiora anche la lezione (irrinunciabile per chiunque si richiama al punk, anche in maniera indiretta) dei Sex Pistols: sonorità violente e distorte sostenute da un gran lavoro della sezione ritmica.

Chiude l’album la lenta Station Wagon, caratterizzata dall’efficace spoken word di Steen.

Drunk Tank Pink conferma alla grande le potenzialità degli Shame, che si dimostrano capaci di aggiornare la tradizione britannica di certi anni ’80, con il giusto equilibrio tra la creatività e l’ossequio ai maestri.

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale degli Shame

Da ascoltare (e da vedere):

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