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Calabria ammore mio! La grande alleanza tra Nco e ‘ndrine

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Il legame particolare tra Raffaele Cutolo e la mafia calabrese. Fu il classico matrimonio d’interesse, celebrato con scambi di killer e di delitti, e durò fino al declino del Professore ‘e Vesuviano

È il 28 giugno 1982. L’avvocato Silvio Sesti, penalista cosentino di grande livello e onestà specchiata, cade sotto il fuoco di due sicari, che lo freddano nel suo studio.

In questo cold case della storia criminale calabrese spicca un particolare: gli assassini non sono calabresi, ma due napoletani: Alfonso Pinelli e Sergio Bianchi, detto ’o Pazzo.

«Sparava come un dio e non gliene fotteva niente di nessuno», lo ricorda così Pasquale Barra, detto ’o Animale, che di queste cose ne capisce. Infatti, prima di pentirsi, faceva il killer delle carceri per conto della Nuova camorra organizzata. Suo l’assassinio truce di Francis Turatello, nel carcere di Badu ’e Carros.

Ma in quanto a sangue versato, Bianchi lo frega: ha sulla coscienza (posto che ne abbia mai avuta una) trecento morti ammazzati. A questo punto, è scontata una domanda: cosa ci fanno due killer campani a Cosenza? Un dettaglio può aiutare: anche ’o Pazzo fa parte della Nco. E la Nco significa don Raffaele Cutolo.

Il funerale dell’avvocato Silvio Sesti

Cosentini in trasferta

Torniamo indietro di circa dieci mesi e cambiamo zona: il 3 settembre 1981 i carabinieri arrestano a Napoli Franco Pino, boss rampante della malavita cosentina, l’ultima che si costituisce in ’ndrangheta.

Assieme al giovane boss (29 anni all’epoca), finiscono in manette i cosentini Giuseppe Irillo, detto ’a Vecchiarella, e Antonio De Rose, che qualche anno dopo sarebbe diventato il primo pentito di Cosenza. Più il paolano Osvaldo Bonanata, detto ’u Macellaiu. Più vistosi i nomi dei napoletani arrestati assieme ai compari calabresi: Francesco Paolo Alfieri e suo padre Salvatore, entrambi uomini di spicco della Nco. Di nuovo Cutolo. La domanda, stavolta, è invertita: che ci fanno i quattro cosentini a Napoli?

L’alleanza d’acciaio

Per Franco Pino è facile rispondere: in quel periodo il boss dagli occhi di ghiaccio ha l’obbligo di dimora fuori regione e risiede all’Hotel Vittoria di Sapri.

Ma anche a Napoli Pino si fa notare, almeno dalle forze dell’ordine che lo sospettavano di alcune rapine.

In realtà, il rapporto tra il clan Pino-Sena e la Nco è parte di una strategia più complessa e sofisticata, messa a punto da don Raffaele, all’epoca latitante nel suo castello di Ottaviano.

Il boss Franco Pino

Lo strano battesimo

Tutto inizia in carcere, quando (in pieni anni ’70) Egidio Muraca, storico boss di Lamezia, inizia Raffaele Cutolo alla ’ndrangheta.

Altra domanda: perché Cutolo ha bisogno di farsi iniziare in un’altra struttura criminale, tra l’altro più giovane della Camorra? E ancora: perché la ’ndrangheta, notoriamente chiusa e familista, accetta tra le sue file un napoletano?

La risposta è articolata. Iniziamo dal punto di vista napoletano: la Camorra, a differenza delle sorelle calabrese e siciliana, non ha mai avuto una struttura compatta e verticistica e, tranne qualche ritualità, non ha mai fatto davvero il salto di qualità verso la mafiosità vera. Detto altrimenti: Cutolo ha la necessità un riconoscimento per ritagliarsi un ruolo.

Viceversa, per i calabresi trovare contatti di rilievo è vitale per mettere un piede a Napoli, fino ad allora colonizzata dai siciliani. Insomma, un matrimonio d’interesse in piena regola, che dà i suoi frutti.

La notizia dell’arresto di Franco Pino a Napoli

…E se n’è gghiuto puro ’o calabrese

Qualcuno ricorderà la bellissima scena del delitto in carcere de Il Camorrista di Giuseppe Tornatore, un classicone dei mafia movie.

La sequenza richiama l’omicidio di don Mico Tripodo, lo storico boss di Sambatello, nemico giurato del reggino Paolo De Stefano, con cui Cutolo ha stretto un’alleanza di ferro.

Tripodo viene ammazzato da due giovani cutoliani: Luigi Esposito e Agrippino Effige, meno di cinquant’anni in due.

L’alleanza tra Cutolo e gli emergenti della ’ndrangheta prevede lo scambio di killer: i calabresi in Campania e, viceversa, i campani in Calabria.

Questa gestione non è una novità per i reggini. A Cosenza, invece, è quasi inedita.

Franco Pino, infatti, non è solo un boss che sgomita per emergere: tenta addirittura di trasformare la mala cosentina in ’ndrangheta vera e propria. E questo spiega perché la Calabria Citra, a un certo punto, si riempie di camorristi.

Nelso Basile

Sul Tirreno

Un uomo chiave di questa trasformazione è il sanlucidano Nelso Basile. Anche Basile ha un legame d’acciaio coi cutoliani: il suo compare d’anello è Antonio Russo di Afragola. Russo, a sua volta, agisce in Calabria assieme a Bianchi e a Nicola Flagiello di Sant’Antimo.

Quest’ultimo ha un ruolo fortissimo nella Nco: è cognato di Antonio Puca, detto ’o Giappone, luogotenente di Cutolo. I cutoliani vengono in Calabria non solo ad ammazzare, ma anche a svernare, cioè a sottrarsi ai killer della Nuova Famiglia, contro la quale ’o Professore conduce una guerra senza quartiere.

Secondo varie testimonianze i napoletani si rifugiano nelle montagne di Falconara Albanese, dove non danno nell’occhio.

Ma al riguardo è meglio non andare oltre. Soprattutto, è importante evitare paralleli strani e infondati con un altro cold case: la tragedia tuttora irrisolta di Roberta Lanzino, violentata e uccisa proprio in quei luoghi nei terribili anni ’80.

Sulla Sibaritide

Anche la costa orientale del Cosentino è sotto l’influenza cutoliana.

Infatti, il primo grande boss della Sibaritide, Giuseppe Cirillo, non è calabrese. Neppure napoletano: è di Salerno.

Il suo legame con Cutolo passa attraverso suo cognato Mario Mirabile, capoparanza della Nco a Salerno. Come se non bastasse, Cirillo è vicino anche a Vincenzo Casillo, detto ’o Nirone, altro uomo di fiducia di don Raffaele.

Raffaele Cutolo a processo

La parabola criminale

Questo intrico termina col declino di Cutolo, che a partire dalla seconda metà degli anni ’80, viene emarginato dalla scena criminale e non solo.

Forse il suo progetto di una Supercamorra organizzata in maniera militare era un po’ troppo, sebbene avesse sedotto tantissimi soggetti borderline: si contano, al riguardo, cinquemila tra affiliati e fiancheggiatori negli anni d’oro della Nco.

Ma i calabresi e i cosentini, cosa fanno per Cutolo in quegli anni? Franco Pino, in uno dei suoi verbali fiume, fa un nome: Francesco Pagano, che a suo dire agisce coi campani e, quando serve, va a sparare in trasferta.

Un’altra cantata di Pino getta luce sul delitto Sesti: secondo il superpentito, lo avrebbe commissionato Basile. Ma quest’ultimo non può confermare né smentire: è stato ucciso nell’83.

Stesso discorso per Bianchi ’o Pazzo, morto com’è vissuto: ammazzato per strada ad Arzano a pochi giorni di distanza dal boss calabrese.

Da vedere (e meditare):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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