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Ora nessuno può fermare Putin

Ha stravinto per la quarta volta e si è confermato il leader con più consensi al mondo

I media occidentali lo avversano ma in Russia lo amano in tanti e anche gli avversari lo ammirano

L’ex capo dei Servizi Segreti incarna l’idea di un nuovo impero e pratica una politica di potenza. Che alla fine fa comodo anche a noi

Non sono servite le polpette avvelenate seminate dalla stampa occidentale sulla morte dell’ex agente segreto Kripal, avvelenato (lui sì) con una dose di nervino di fabbricazione russa.

Non sono servite le polemiche infinite sulla guerra in Siria, in cui l’esercito Russo si è esibito con un notevole dispendio di mezzi, incluso l’uso massiccio dei contractors, in una misura finora inedita nella storia militare moderna.

Non sono servite le consuete accuse di tirannia, rivoltegli dagli oppositori interni e dagli avversari occidentali, dentro e fuori dall’Ue.

Putin ha stravinto. E questo lo sappiamo. Ma con la sua recente affermazione ha confermato una volta di più quel che scriveva Giulietto Chiesa nel suo Putinfobia (2016): Vladimir Putin è il leader con il più forte consenso al mondo.

I dati delle recenti presidenziali russe lo confermano alla grande: partecipazione alta (circa il 67%), più che nel resto dell’Occidente e vittoria più che in linea con le aspettative: circa il 76%.

Il resto sono chiacchiere. E non perché in Russia non ci sia un livello di corruzione altissima. E non perché Putin non abbia usato tutti i mezzi possibili (soprattutto quelli non in linea col concetto occidentale di democrazia) a partire da pugno di ferro. E non perché la politica estera del neoeletto presidente non sia spregiudicata per davvero.

Tutte queste obiezioni, condivisibili in linea astratta, non spiegano perché in concreto Putin abbia avuto questi consensi per la quarta volta.

No. La corruzione (che in Russia è a livelli elevati ma pure in Occidente non scherza), la prepotenza, le pose sovietizzanti non spiegano da sole tutto questo successo, nel quale tutto lascia a pensare che il consenso spontaneo sia la parte più rilevante.

Per questo ci poniamo due domande: perché i russi non avrebbero dovuto premiare Putin con un autentico plebiscito? E perché noi occidentali dovremmo considerare la vittoria, anzi l’investitura popolare del nuovo presidente come un esotismo di un popolo arretrato o, peggio, una jattura?

«Siamo condannati a vincere», ha dichiarato il presidentissimo alla folla plaudente, condensando in una sola frase il fatalismo russo e l’ossequio alle necessità della storia.

La Russia aggressiva? Proprio no. La Russia è un paese costretto a vivere sul chi va là a causa delle sue frontiere immense e della sua composizione variegata e stratificata.

È un paese costretto alla politica di potenza anche quando non può permetterselo. È una nazione condannata a difendersi sempre.

Questa percezione è una costante storica della storia russa, dagli zar a Putin, passando per l’era sovietica.

Immaginiamoci, al contrario, cosa sarebbe la Russia senza la Machtpolitik putiniana e non solo. Un Paese così non durerebbe dieci anni, se funzionasse secondo i nostri criteri di democrazia: si disgregherebbe in una serie di Stati mafia ad alta instabilità e a grosso rischio bellico con ricadute pericolosissime soprattutto sull’Occidente.

Che Putin interpreti l’interesse della propria nazione non ci piove. Lo ha dichiarato senza mezzi termini alcuni mesi fa a un ammirato Michael Moore. Ma noi europei?

Se l’Ue non fosse una finzione politica, potremmo preoccuparci. Ma allo stato attuale, dobbiamo tirare un respiro di sollievo: una Russia forte è per noi una garanzia di sicurezza e un’alternativa di tutto ai diktat di una politica angloamericana che considera i teatri europei e mediterranei delle variabili non più necessarie, come dimostrano i disastri delle “primavere”, arabe e non solo, arrivate all’inverno senza passare per le stagioni intermedie.

Ma l’orso russo è un’alternativa anche per chi trova problematica l’egemonia tedesca nelle politiche continentali: può essere il partner in grado di costringerci a una presa di coscienza, perché il cabotaggio provinciale della nostra politica non può durare per sempre.

La Russia è grande e lo zar è lontano, recita un vecchio adagio russo. E allora, che male c’è se nella Russia lontana e grande c’è uno zar?

Saverio Paletta

 

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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