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Racconti delle Nebbie. Benvegnù racconta il “suo” Mei

Il Meeting? Un festival della tenerezza. Ma, secondo il cantautore, c’è di peggio: il livello della scrittura musicale è sceso terribilmente…

Da più di vent’anni sulla scena musicale italiana, Paolo Benvegnù racconta da una prospettiva particolare una porzione del rock alternativo. Vince il Pimi 2011 nella categoria Miglior solista dell’anno ed è spesso ospite del festival indipendente italiano. Con i Racconti delle Nebbie si esibisce con Nicholas Ciuffieri sul palco del Mei 2019.

Paolo Benvegnù

Benvegnù pensa al Mei come a un festival della tenerezza, ma pieno di un’energia che tutti usano al fine di perorare la propria visione del mondo.

Artista profondo sempre concentrato verso lo sviluppo del suo percorso artistico. Certo è grato dei riconoscimenti ricevuti come il Pimi 2011 ma anche dei compagni che sono stati al suo fianco. Ma a un certo punto bisogna dimenticare il passato, sia esso pieno di riconoscimenti o costituito da pezzi musicali. Per un ricercatore, infatti, è indispensabile andare verso il nuovo.

«Dimenticare per ricominciare di nuovo ogni giorno»,afferma Benvegnù.

La scena indipendente si è evoluta nel corso degli anni. Ma bisogna prima capire cosa significa essere indipendente. Per Benvegnù l’indipendenza è poter prescindere da chiunque. Per questo motivo sono tutti dipendenti. Ovvero chi scrive canzoni ha una dipendenza dalla scrittura, dei testi o della musica. Altrimenti si resterebbe a contemplare. «Perciò la musica indipendente è sempre stata dipendente ed è un gioco di parole. Ma se voglio parlare di quello che era l’indipendenza rispetto al successo e rispetto allo spazio che si assume all’interno di un certo tipo di scena, mi sembra che qualche anno fa c’era un certo coraggio». Adesso, invece, nota un grande appiattimento, sia nella scrittura che nella musica. Non esiste nulla di nuovo ma neanche nulla di vecchio perché manca quell’approccio che sfidava un centro di riferimento. 

«Oggi essere indipendente lo concepisco come una resistenza. Io stesso mi sento come uno di quelli messi al confino dal fascismo. Certo, nessuno mi confina volontariamente. Però all’interno di quello che è oggi il pensiero storico, io faccio parte di un mondo perduto che secondo me ha un’ottica più alta e più approfondita».

Benvegnù parla di un pensiero costituito, con un chiaro riferimento ai condizionamenti di massa. Essere indie significava pensare diversamente. Oggi il pensiero costituito e l’indipendenza sono la stessa cosa. Si nota un corto circuito nel mondo musicale di oggi. Troppo spesso tutto è considerato indie, ma per Benvegnù ciò che distingue questo fenomenoè sempre indipendenza dal comune pensiero, non fare la massa. Ma soprattutto non cercare il quarto d’ora di celebrità. Venditori e scribacchini pronti a mettere all’asta il proprio corpo e la propria anima. 

«Certo se fossi un essere umano che viene seguito nelle attitudini e nel pensiero da 10 milioni di persone mi farei una domanda. Le mie intuizioni sono così terra terra che possono essere seguite da tutti? Mi farei una domanda e mi darei anche una risposta. E la risposta sarebbe: devo fare in modo che le mie intuizioni siano più interessanti, più giuste e più legate all’universo che alla mia presenza nel mondo. Questo è il mio pensiero e lo dico perché ho sempre pensato in maniera diversa e lo farò sempre. Non è una considerazione perché non ho avuto quello che mi aspettavo, perché quello che ho avuto me lo aspettavo tutto. Sono felice di muovermi in un mondo con la leggerezza di un uomo felice. Perciò lo dico che è tremendo quando la massa diventa tale e ancora oggi è un gruppo.

Come dice Italo Calvino, leggerezza non è superficialità ma planare sul mondo senza macigni nel cuore.

«Partendo da Marcovaldo, che leggevo alle elementari, la leggerezza faceva in modo che certa attualità diventasse poesia. Poi in un certo momento storico si ha successo quando nel titolo c’è scritto estate ed è effettivamente estate, mi vien da pensare che si è leggermente semplificato il metodo. Detto questo si può essere liberi dall’essere schiavi e io lo sono». 

Da sempre impegnato in collaborazioni, si ritiene fortunato nel trovare persone fiduciose in lui. Essere parte di è qualcosa di bellissimo, sono cose che molto spesso si danno per scontate.

Da informatico pensa ai social come strumento capace di tramutare il narcisismo in ipernarcisismo anche nelle persone più insospettabili. Il rapporto umano tra due persone diventa solo la rappresentazione delle due persone e di ciò che è pubblicato sui social. Il Novecento è stato un secolo della totale ricerca dell’identità.

Nell’era dei social, invece, questa ricerca diventa solo una rappresentazione. Certo poteva esserlo anche prima, perché la vita è un grande teatro. Ma ora esiste un mezzo terzo, che sta tra se stessi e la propria rappresentazione, ed è un ingrandimento difficile da gestire e che procurerà dei danni alle nuove generazioni. 

Rino Gaetano in un’intervista a proposito del pezzo Escluso il cane racconta:

«Penso che niente esprima meglio di un cane il concetto di emarginato, di escluso. Cioè, il cane è la solitudine per eccellenza. Il discorso è in fondo sui poveri cani che siamo tutti quanti noi, abbastanza avulsi dall’incontro umano e abbastanza soli… Cioè, praticamente siamo abbastanza messi da parte, l’uno con l’altro».

Benvegnù conviene che il cantautore calabrese veniva da un mondo dove la parola cane significava solo cane. Ora cane vuol dire anche altro. Oggi è qualcosa di più complesso.

«Se si pensa ad una solitudine legata ad un’effettiva presenza, la pensa allo stesso modo. Nella natura umana spesso è presente l’istinto alla solitudine, la grande paura, la grande fuga. E avviene attraverso l’istinto. Reagire o scappare? Meglio fermarsi a guardare. Perché molto spesso quello che vediamo non è reale. Il nostro sentire è relativo, ma già sviscerare la nostra esistenza dalla paura e dalla solitudine sarebbe una cosa importantissima. Io avrei fatto dei passi in questa direzione e non far diventare l’essere umano più connesso e allo stesso tempo più solo. Ecco perché spero che un giorno il mondo venga governato da una madre-poetessa. La risoluzione non è nella politica del risanamento delle casse di denaro ma che parla della bellezza dell’ovvio. Anche la donna più istintiva che non ha coscienza della creazione, è sempre meglio del miglior architetto al mondo».

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