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Transiberiana, il viaggio catartico del «nuovo» Banco

Il Banco del Mutuo Soccorso resuscita con un concept album dopo le tragiche scomparse di Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese

Sarebbe troppo banale parlare di ritorno del Banco del Mutuo Soccorso a proposito di Transiberiana, l’ultimo album della band romana, uscito di recente per la multinazionale del prog Inside Out.

Banale e inesatto, a dispetto dell’enfasi con cui molti hanno commentato l’album. Infatti, è di reincarnazione del Banco che si dovrebbe parlare. Già: se c’è qualcosa di miracoloso in Transiberiana è il fatto che sembra un tipico album del Banco precedente alla svolta pop elettronica degli anni ’80, a dispetto della doppia tragedie che ha colpito la band, orfana dei mitici Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese.

I “nuovi” Banco al gran completo

Merito del songwriting smagliante dell’inossidabile Vittorio Nocenzi, che sembra essersi ripreso alla grande dall’aneurisma cerebrale che ha rischiato di togliere di mezzo anche lui.

Merito anche dell’amalgama eccezionale della nuova formazione, in cui militano il poliedrico chitarrista Filippo Marcheggiani (che di fatto è un allievo di Maltese, visto che gravita attorno alla band dal lontano ’94), il suo collega Nicola Di Già, il bassista Marco Capozi e il batterista Fabio Moresco.

Merito infine dell’ottimo frontman Tony D’Alessio, che riesce a non far rimpiangere Di Giacomo nel modo più semplice (e bello): riproducendone quasi alla perfezione quel timbro vocale praticamente unico.

La copertina di Transiberiana

Basta questo per fare un bell’album, come sin dal primo ascolto risulta Transiberiana?

Ovviamente no. Perché il prog, ammonisce Nocenzi dall’alto della sua cinquantennale esperienza, funziona solo ad alcune condizioni ben precise: deve essere spontaneo e sincero, a prescindere dalla complessità delle partiture. E deve comunque veicolare valori e concetti significativi. Altrimenti scade nella pacchianata (pericolo che, a dire il vero, il Banco non ha mai corso).

Nel prog, a differenza dal resto del rock, si parte dal cervello per arrivare al cuore. E non si smette mai di pensare, anche quando il cuore batte all’impazzata.

Meno algidi della Pfm e (decisamente) meno intellettualistici degli Area, i Banco hanno incarnato alla perfezione questo insieme instabile di ragione e passione, tecnica e sentimento. E Transiberiana rientra nel canone, grazie all’architettura musicale (concepita da Nocenzi con l’aiuto del figlio Michelangelo) che rinvia ai migliori anni ’70, ma con sonorità moderne, che limitano il più possibile l’aspetto vintage ed esaltano lo spirito creativo di quegli anni, formidabili e terribili.

Un amarcord doveroso: Maltese e Di Giacomo

Inoltre, per restare ai canoni del prog più genuino, Transiberiana è un concept. Nulla di ambizioso come nel passato, quando la band voleva raccontare addirittura l’origine dell’uomo (ricordate Darwin?).

Transiberiana è il racconto di un viaggio in treno tra il gelo e le steppe in scenari alla Pasternak dove non mancano suggestioni sovietiche (il riferimento al gulag). Un viaggio che è metafora esistenziale e ansia di ricerca.

Come tutti i viaggi in treno, anche quello sulla Transiberiana è un percorso a tappe.

Una cedenza del piano elettrico introduce Stelle sulla terra. È l’inizio del viaggio, sottolineato dalla sequenza del basso sintetizzato, su cui si innestano le frasi all’unisono dei musicisti, dissonanze vagamente jazzate, che disegnano poliritmi in tempi rigorosamente dispari.

Il viaggio è anche libertà, come ricorda l’immagine bellissima della seconda metà del brano, in cui si racconta del galoppo di un branco di cavalli che sembra voler sfidare il treno con la sua irruenza selvaggia.

Ma un viaggio, specie sulla tratta più lunga e famosa del mondo, può non filare liscio. E L’imprevisto lo ricorda: il gelo della notte siberiana ha bloccato i binari e il treno è costretto a fermarsi nel vuoto della steppa per non deragliare.

L’arrangiamento, meno complesso rispetto alla open track, rinvia alla produzione del Banco vecchia maniera: le chitarre, acustiche ed elettriche, si incrociano col Moog e la voce di D’Alessio evoca Di Giacomo senza finire nella nostalgia.

Un riff più pesante contrappunta La discesa dal treno. I passeggeri escono dal convoglio per cercare aiuto in un villaggio vicino. La musica, che evolve in un crescendo pieno di riferimenti classici dalle sonorità vagamente metal, evoca l’angoscia: come tutti i deserti, la steppa è vuota. Ma il suo vuoto cela pericoli mortali.

Che si manifestano in L’assalto dei lupi, un’altra lezione di prog contemporaneo: un giro di basso funkeggiante su tempo rigorosamente dispari e contrappuntato da dissonanze ardite ed efficaci crea l’atmosfera di paura che provano i viaggiatori attaccati dal branco. Al riguardo non si può non citare, come riferimento, il mitico Cento mani cento occhi, uno dei pezzi portanti di Darwin.

Il pericolo è scampato e il viaggio riprende nel deserto innevato. E il Banco coglie l’occasione per rendere omaggio ai Beatles, dai quali, secondo le opinioni più autorevoli, sarebbe partita quell’avventura sonora che dal beat avrebbe generato il prog. Infatti, non occorre essere esperti traduttori d’inglese per capire che Campi di fragole è un omaggio all’immortale Strawberry Fields Forever. Ma i Campi di cui canta il Banco, su una delicata armonia tessuta dagli arpeggi di piano e chitarra, sono una promessa di rinascita: giacciono coperti (e protetti) dalla neve, ma pronti a tingere del loro rossore la primavera.

Le suggestioni etniche, ben interpretate dalla balalaika mandolinata di Di Già, affiorano ne Lo sciamano, dedicata a una figura tipica della cultura centroasiatica, minacciata dalla russificazione iniziata dagli zar e proseguita senza soluzione di continuità dall’Urss e dalla Russia putiniana. Ma lo sciamano, che è tra i viaggiatori del treno, è anche una metafora della critica alla globalizzazione e alla modernità e alle loro pratiche omologanti.

Vittorio Nocenzi

Eterna Transiberiana è un’altra metafora che descrive il viaggio come speranza di liberazione e catarsi. È forse il pezzo più romantico e settantiano, sia negli arrangiamenti (una cadenza in chiave minore eseguita alternativamente da piano e chitarra), sia nel cantato, in cui D’Alessio si cimenta bene sui versi sciolti del testo.

I ruderi del gulag contiene senz’altro l’inevitabile riferimento politico. Ma la propensione alla metafora è prevalente: il gulag non è solo il marchio di un sistema totalitario, ma diventa l’emblema dell’omologazione coatta praticata da tutti i sistemi moderni nei confronti delle tante diversità non assimilabili. Il tutto su un arrangiamento leggermente jazzato e andamento funkeggiante condito da sonorità rock.

Lasciando alle spalle è un brevissimo e delicato intermezzo strumentale, ben costruito sull’arpeggio ostinato della chitarra che dialoga con le melodie leggermente dissonanti del pianoforte.

Ne Il grande bianco la protagonista assoluta è la neve. Il manto che inghiotte l’orizzonte e a cui non sfugge neppure il sole. È la metafora della Siberia che diventa simbolo e non luogo. In questo pezzo il Banco si scatena e gioca con efficacia la carta della fusion, grazie ai fraseggi del Moog letteralmente imbizzarrito e alle scorribande velocissime della chitarra.

Ogni viaggio ha una sua conclusione. Quello della Transiberiana termina sulle coste del Pacifico, di fronte al Giappone. È Oceano: strade di sale, un pezzo spedito e ben marchiato dai ruggiti dell’Hammond. Le strade di sale sono l’ultima, perfida metafora con cui il Banco congeda gli ascoltatori: il viaggio, in realtà, non è finito, perché c’è un oceano da affrontare.

A mo’ di appendice, due bonus track: le splendide versioni live di Metamorfosi e de Il ragno, registrate nel 2018 durante il Festival Prog di Veruno.

I Banco dal vivo

Il viaggio del Banco come finirà? Probabilmente neppure con un malaugurato abbandono di Nocenzi, perché il Bms e la sua musica sono, come ama ripetere il tastierista-leader, «un’idea che non muore mai». E l’ultima metafora di questa musica forte dai contenuti sofisticati eppure emozionanti è nell’artwork: il salvadanaio, storico logo della band, diventa un mappamondo.

Inutile dire bentornati, perché i Banco del Mutuo Soccorso non se n’erano mai andati, come sanno bene gli appassionati che hanno avuto modo di seguirli dal vivo negli ultimi anni. Basta semplicemente augurare buon ascolto: i padri del prog italiano lottano ancora. Eccome se lottano.

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale del Banco del Mutuo Soccorso

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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