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Sesso, droga e metal: l’autobiografia in video dei Motley Crue

The Dirt, il biopic di Jeff Tremaine, racconta le vicende dell’oltraggioso quartetto di Los Angeles, senza limiti (né veli…)

Male purché se ne parli. Lo sanno bene i Motley Crue, che hanno impostato una carriera più che milionaria su questo adagio.

The Dirt, il film biografico della band losangelina tratto dal libro omonimo del 2001, non fa eccezione: ha sfondato nonostante una produzione non fortissima (Netflix è una realtà importante, ma mica è una major) e a dispetto della concorrenza del pluriblasonato Bohemian Rhapsody e di The Rocket Man, uscito da poco e dedicato a Elton John, il trasgressore rock formato famiglia.

I Motley Crue in The Dirt

E ha sfondato anche in barba alle recensioni pesanti e spesso contraddittorie, che molti critici hanno seminato nel web.

Diciamolo subito: The Dirt è un buon prodotto, diretto con brio e mestiere da Jeff Tremaine, che riesce a dare al film un buon ritmo e il tono colloquiale delle fiction televisive senza scadere nella faciloneria.

Ben calati nelle parti anche i quattro interpreti che si sono assunti l’onere di calarsi nei panni trasgressivi dei ceffi di Sunset Strip: il modello e attore londinese Douglas Booth, che riesce a rendere Nikki Sixx più tormentato e umano, il rapper americano Colson Baker, noto ai più come Machine Gun Kelly, che dà a Tommy Lee quel carico di simpatia di cui il batterista nella realtà non è troppo dotato, l’australiano Daniel Webber, che rende bene le metamorfosi traumatiche del Vince Neil reale, e il gallese Iwan Rheon, che interpreta benissimo l’ombroso Mick Mars, uno dei chitarristi più bistrattati della storia del rock.

I Motley Crue (quelli veri) negli anni ’80

Notevole e ben coreografata, la ricostruzione dei concerti, che rende al meglio sia l’impatto spettacolare che la band aveva col pubblico sia, più in generale, il clima della scena metal degli anni ’80.

Il tutto, senza finire nella narrazione di nicchia: con buona pace di chi ha rimproverato Tremaine e i suoi sceneggiatori di aver messo in secondo piano la scena di quegli anni (immaginiamo anche per evitare qualche conseguenza legale di troppo), la scelta di concentrare la narrazione sugli episodi chiave della storia dei Motley Crue, dalle origini alla reunion con Vince Neil, è ottima, per almeno due motivi.

Innanzitutto, perché un film, anche se si tratta di un film biografico, non è mai un documentario. E poi perché i Motley Crue, con i loro eccessi e la loro musica, sono stati davvero l’autobiografia di quell’ambiente, allo stesso modo in cui i Duran Duran lo sono stati del pop rock britannico.

I Motley Crue oggi

Stesso discorso su un’altra critica rivolta a The Dirt: l’aver svalutato l’aspetto musicale. In prima battuta, si può rispondere che non è vero, perché il film trasuda musica dalla prima all’ultima scena. Inoltre, e qui casca davvero male il paragone con Bohemian Rhapsody, si può ribadire che per i Crue la musica era la parte di un tutto più complesso, che comprendeva di sicuro l’aspetto dello spettacolo e lo stile di vita.

Già: una cosa, per restare al paragone col biopic sui Queen, sono quattro ragazzi arrabbiati della California, che usano la musica per affermarsi e vivere in grande stile, un’altra quattro universitari della middle class britannica dei primi anni ’70. Certo, il look trasgressivo (glam erano i Crue, glam i Queen delle origini) accomuna entrambe le band. Ma una cosa è operare in una scena rock, quella dei primi anni’70, in piena espansione e sin troppo carica di stimoli, un’altra è farlo nei primi anni ’80, quando il metal è uno dei modi con cui il rock si reinventa dopo il minimalismo iconoclasta del punk e l’esplosione del pop elettronico.

I Motley Crue durante una prova in una scena di The Dirt

Questa attitudine, più commerciale e trasgressiva e meno artisticamente pura, fu l’esito di una scelta consapevole, che traspare in The Dirt (il libro) e filtra nel film.

Recita, infatti la voce narrante di Nikki Sixx a inizio pellicola:

«Gli anni ’80. Il peggior cazzo di decennio nella storia dell’uomo: tastiere, stupidi tagli di capelli, balli di tutti i tipi. Dite di no… cazzo, faceva schifo! Cosa fai quando nasci nel periodo sbagliato? Lo rendi tuo! E così Sunset Strip divenne nostra».

E, sempre Nikki Sixx, qualche scena più avanti:

«Quindi, ecco la mia teoria, va bene? Se vogliamo spaccare il culo alle persone dobbiamo dargli uno spettacolo. I punk fanno una cosa minimalista. Quindi, andiamo esattamente nella direzione opposta: parlo di uno spettacolo da stadio, con i costumi, le luci ecc.».

Un concerto dei Crue ricostruito in The Dirt

Al netto del linguaggio truce, emerge una scelta orientata al divismo sin da subito. Ed è proprio questa scelta che The Dirt racconta in maniera diretta e un po’ scanzonata, coniugando bene l’efficacia narrativa con le esigenze del mainstream.

Fanno parte di questa scelta (che, ripetiamo, per i Crue è stata uno stile di vita), anche e soprattutto gli eccessi, descritti in maniera impietosa e divertente.

Al riguardo, è uno spasso vedere attricette finora note per ruoli in commedie rosa o soap, impegnate in scene ai limiti dell’hard. È il caso della sensuale Jordan Lane Price, calata nei panni volgari e discinti di Roxy, la groupie che per un pelo non sposa Tommy Lee. Ed è il caso di Alexanne Wagner, che interpreta il ruolo della ragazza fedifraga di Tom Zutaut, l’agente discografico della band (interpretato dal simpatico Pete Davidson).

Ozzy “arringa” i Crue in una scena del film

Sempre a proposito di eccessi, impossibile non citare la scena in cui uno strafattissimo Ozzy Osbourne (il bravo Tony Cavalero) sniffa una colonna di formiche a bordo piscina, più altre nequizie.

Sempre a proposito di eccessi, a questo punto una considerazione è quantomeno doverosa: i Motley Crue non furono gli unici debosciati e forse neppure i più eccessivi nello show business degli anni ’80. Anzi, a rileggere le biografie dei big dell’epoca, emergono dettagli inquietanti anche nelle vicende di popstar all’apparenza innocue (Spandau Ballet e Duran Duran, ma non solo).

La differenza, in questo caso, consiste nel fatto che per i Crue la trasgressione e l’oltraggio furono cifre stilistiche esplicite, praticate senza soluzione di continuità tra pubblico e privato.

I Motley Crue, a differenza di altri, hanno esibito con guasconeria ciò che erano. E a questo riguardo è di un’efficacia rara la lunga sequenza in cui Tommy Lee racconta, sullo sfondo musicale di Girls Girls Girls, gli abusi di una giornata tipo della band in tour.

La morte di Razzle

Tutto ha un prezzo, intendiamoci, e quello pagato dai Motley Crue è stato piuttosto salato: ad esempio, la tragedia di Vince Neil, che in un incidente stradale provoca la morte di Razzle, il batterista degli Hanoi Rocks (interpretato da Max Miner).

E non sono da trascurare le tragedie incolpevoli, come la morte prematura di Skylar, la figlia avuta da Neil con la sua prima moglie Sharise (l’attrice texana Leven Rambin).

Molto pochi i riferimenti alla vita privata e familiare della band. The Dirt, al riguardo, si concentra sul rapporto tormentato di Sixx con la sua famiglia d’origine, ma più per introdurre il tema della tossicodipendenza da eroina del bassista (notevole la citazione di Tarantino nella scena dell’overdose) che per tentare una reale introspezione.

Spiccano, tra le lacune, l’omessa citazione del rapporto piccante di Lee con la maggiorata Pamela Anderson, mentre il film si concentra sul naufragio del matrimonio del batterista con Heather Locklear (interpretata dalla brava e fascinosa Rebekah Graf).

Nikki Sixx si riprende dall’overdose

Male purché se ne parli: trainato dalle stroncature, dalle polemiche e dalle speculazioni, The Dirt ha fatto il pieno nel mercato online (grazie al quale, c’è da dire, il metal e il rock classico stanno vivendo una seconda giovinezza).

Un’operazione degna dei Motley Crue che, non potendo più combinarne qualcuna delle loro per colpa (o merito) dell’età sul palcoscenico (e nei camerini) hanno giocato la carta dell’ultimo scandalo in video, con ironia e disincanto.

Un’altra scena dei Crue sul palco

Gli amanti dell’arte per l’arte resteranno delusi dalla carica di cinismo che trabocca dalla sceneggiatura. Ma pazienza: anche Frank Zappa a fine’60 ammoniva: «We’re in it only for the money».

I quattro losangelini lo hanno preso alla lettera con rara coerenza, ecco tutto.

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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