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L’isola, un viaggio esistenziale nella musica di Luciano Tarullo

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Il giovane cantautore campano esordisce con un album pieno di spunti rock e di riflessioni generazionali

Prendiamo un po’ di Vasco, meglio ancora se di fine anni ’80, un pizzico del Ligabue meno mainstream e qualcosina, giusto per gradire, di Enrico Ruggeri.

Il risultato di questo mix, di sicuro non originalissimo ma comunque gradevole, è la ricetta musicale de L’isola, l’album d’esordio autoprodotto di Luciano Tarullo, giovane cantautore di Agropoli nel Salernitano, che unisce con efficacia suoni rock a un songwriting decisamente ispirato.

La copertina de L’isola

Intimista ma non troppo (soprattutto non cervellotico), socialmente impegnato ma senza scadere nella politicizzazione, il ventottenne campano, reduce da una buona gavetta con i The Fliners, consegna agli ascoltatori un disco convincente e maturo, ben arrangiato e curato nei suoni, grazie all’apporto del sound engineer Tonino Valletta e al lavoro di una vera e propria band, costituita dai chitarristi Ivan Tornese e Frank Cara, dal bassista Antonio Brunetti e dal batterista Gianluca Perazzo.

Un primo piano di Luciano Tarullo

Il riff di chitarra bello tosto che apre È così che va il mondo mette subito a nudo l’aspetto rock di Tarullo, che incornicia un testo che è un vero e proprio inno generazionale per disillusi:

«Ma noi non lo sappiamo/Né da dove veniamo/Né che cosa facciamo qui/Ma dobbiamo pensare che è così che va il mondo/Ma non è quello che voglio».

Il mix VascoLigabue si fa sentire (e apprezzare) nella semiballad Il senso di noi, in cui su una trama elettroacustica delicata (e piuttosto canonica), Tarullo inanella una riflessione sulla sfera intima e sulla quotidianità come rifugio da una realtà ossessiva e deprimente:

«Ma con in braccio una chitarra ci dimentichiamo tutto/Tutto quello che c’è intorno, tutto quello che hanno detto/Tutto quello che han distrutto».

Le riflessioni esistenziali si legano alla dimensione, di nuovo intimistica, della memoria in L’isola, una ballad dall’arrangiamento essenziale e prevalentemente acustico, appena arricchito dalle tastiere di Lorenzo Maffia.

Già, la memoria come una sorta di Isola che non c’è, abitata dai ricordi:

«Quante vite quanti sogni/E quante strade quanti incontri/Quanto tempo andato via/Quante storie son passate su quell’isola/Dove tutti siamo stati/Dove tutti torneremo/Prima o poi».

Con Spalle al muro, introdotta da un giro di batteria secco ed efficace, si torna su lidi rock contaminati qui e lì dalla new wave, soprattutto grazie all’arrangiamento basato su una linea di basso martellante su cui si innestano i riff pieni ma non durissimi delle chitarre. Interessante anche la linea vocale, che cita, forse inconsapevolmente, qualcosa del Lindo Ferretti vecchia maniera e dei Diaframma.

Tu da che parte stai è un hard rock che sembra uscito da Cosa succede in città del Vasco d’antan. Ottimo ed efficace, nella voluta grezzezza, il lavoro delle chitarre, che si lanciano in riff squadrati ed assoli brevi ma incisivi.

Benvenuto è il brano più minimale, concepito per soli voce e piano (suonato dal maestro Bruno Manente). Piuttosto efficace anche il testo, che è una sorta di lettera che l’autore invia a sé stesso a ritroso nel tempo.

È il ventottenne di oggi che scrive al bambino di ieri sulla base delle esperienze e delle disillusioni accumulate negli anni.

Ma l’apice del pathos si raggiunge in Come un angelo senz’ali, una ballata pop rock in crescendo, anch’essa debitrice di Vasco, in cui si racconta il dolore provato per le morti premature.

Emozionanti, in particolare, i versi finali, interpretati dalla brava Piera Lombardi, che si lancia in un acuto da brividi.

Ancora riflessioni esistenziali, amare e disincantante, e ancora un andamento da ballad, ma con suoni decisamente più rock, in Il tempo, che si segnala per un altro crescendo rabbioso carico di pathos.

Chiude l’album Quello che resta, una poesia in forma di canzone, più recitata che cantata e in cui le parti melodiche sono affidate agli intermezzi strumentali delle chitarre, che eseguono armonie sognanti.

Luciano Tarullo al pianoforte

Buona la prima, insomma, per Luciano Tarullo, che offre al pubblico un approccio musicale maturo, che strizza l’occhio alla canzone italiana, di cui ripropone i canoni con una certa fedeltà, e lancia contemporaneamente uno sguardo alla scena internazionale.

Un artista valido che promette bene. Da ascoltare con la dovuta attenzione perché farà parlare non poco di sé.

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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