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Un lampo: il blues secondo Malmsteen

Il superchitarrista svedese accantona le citazioni classiche e sforna Blue Lightning, un album in cui omaggia i grandi del rock blues

Applicare l’aggettivo minimale a uno come Yngwie Malmsteen è una parola grossa. Eppure il suo recentissimo Blue Lightinig (Mascot 2019), ventunesimo album in trentasei anni di carriera, dà l’idea di essere soprattutto un divertissment fatto in casa (per la precisione nel proprio studio personale), con pochi mezzi e intenzioni artistiche a dir poco diverse da quelle a cui il biondo supervirtuoso ci ha abituato da sempre.

Il metal c’è, ci mancherebbe. Ma è solo nei suoni e in quei volumi esagerati che, assieme alla super velocità, sono i dop dell’asso della chitarra. Mancano quasi completamente le citazioni classiche che hanno appassionato generazioni di fan, non pochi dei quali hanno imbracciato la chitarra ispirandosi a lui.

Yngwie Malmsteen oggi

Ma tant’è: Blue Lightning è un album pieno di cover di classici del rock blues, su cui i funambolici arpeggi (di solito minori o semidiminuiti), le scale bachiane e i riferimenti paganiniani del Nostro legherebbero male.

Inoltre, Malmsteen ha fatto praticamente tutto da solo: ha prodotto, suonato tutti gli strumenti (tranne la batteria, affidata all’ottimo Lawrence Lannerbach) e cantato, a dire il vero non malaccio, sebbene i cantanti di cui si è sempre circondato – e con cui ha puntualmente litigato – fossero un’altra cosa.

Un guizzo dell’ego, tra l’altro non raro nel superchitarrista? No, solo tanta voglia di divertirsi, che si percepisce tra i solchi dell’album, a dispetto del fatto che abbia disorientato molti critici, forse perché fa strano pensare a Malmsteen alle prese con fraseggi bluesy e umili pentatoniche.

La copertina di Blue Lightning

Eppure, non c’è una biografia di Malmsteen che non riporti l’originaria passione del Nostro per Hendrix e, più in generale, per il blues. Di cosa meravigliarsi, allora, se dopo anni di intensa attività il biondo chitarrista abbia voluto rendere il suo omaggio ai padri del rock contemporaneo?

Infatti, le frasi blues che aprono Blue Lightning, il brano, sono caldissime e coinvolgenti. Ed è piuttosto convincente anche il brano, un rock potente e cadenzato in cui abbondano le escursioni incendiarie della Fender (che sì, qui e lì si lascia andare a qualcosina di classicheggiante).

L’assaggio non è malissimo.

Ma l’album entra nel vivo con la cover di Foxy Lady, metallizzata al punto giusto e incendiata dagli assoli micidiali di Malmsteen, che scansa i classicismi ma non la velocità. Ed evita due trappole: l’eccessivo omaggio al Maestro, magari a suon di sbracature con la leva, e, al contrario, la malmsteenizzazione del genio di Seattle. Lo stile è selvaggio, come richiede la canzone, ma asciutto ed efficace e i flash supersonici suonano piuttosto puliti, ma non per questo poco godibili.

In Demon’s Eye, un classico minore dei Deep Purple, il vichingo della chitarra si misura con Ritchie Blackmore. Anche in questo caso la missione riesce: l’andamento bluesy del brano incoraggia il funambolo delle sei corde a sparare frasi roventi in cui virtuosismo e velocità si bilanciano come si deve.

Con la strumentale 1911 Strut Malmsteen dà un altro saggio della sua personalissima rilettura del blues a botte di assoli supersonici su un ritmo mozzafiato.

Con Blue Jeans Blues, invece, Malmsteen torna in America e tenta l’assalto al southern (il brano è una cover degli ZZ Top) con una bella parafrasi del chitarrismo di Billy Gibbons.

La rilettura di Purple Haze, introdotta dalle solite esibizioni di elevata velocità, risulta abbastanza fedele all’originale, tranne che per le parti soliste, per le quali vale lo stesso discorso di Foxy Lady: velocità e pulizia al posto dell’approccio animale che, a dirla tutta, risulterebbe datato se fosse proposto tal quale.

Dolce, sognante e leggermente epica la versione della beatlesiana While My Guitar Gently Weeps, un pezzo storico con cui si sono misurate generazioni di chitarristi. Inutile dire che Malmsteen non sfigura neanche in questo caso.

Non sembri un paradosso: le parti più blues dell’album figurano in Sun’s Top’s Down, un dodici battute lento e ultracanonico, che stupisce possa averlo scritto il chitarrista in persona.

Pece, Please, il secondo strumentale dell’album, è più nelle corde del Nostro: è un lento atmosferico in cui il chitarrista esegue un tema struggente e si lancia in assoli più tipici del suo stile.

In questa riscoperta delle origini non poteva proprio mancare l’ossequio ai Rolling Stones. Per l’occasione, Malmsteen rispolvera un classicone come Paint It Black, che si presta non poco alle cover metal (si pensi, per fare un esempio, a quella, formidabile e violentissima, di Glen Tipton): anche stavolta il bruciacorde aggiunge un tocco di classe: mantiene leggero il riffing, che marca con sonorità da sitar, non accelera il ritmo e scatena la sua verve nei soli, micidiali come sempre.

Altro brano altro classico: in Smoke On The Water (in cui, in effetti, pesa un po’ l’ingeneroso paragone con Ian Gillan) il virtuoso compie un’altra operazione nostalgia, ma senza esagerare. Il riff, ovviamente, resta del tutto invariato e il sound viene appesantito solo dal basso. Inutile dire che l’assolo è un’altra esibizione di shredding da manuale.

Nel contesto di Blue Lightining la cover della claptoniana Forever Men sembra quasi uno sfottò al chitarrista passato alla storia col nomignolo di Slowhand. E c’è da dire che Malmsteen si impegna a sfottere fino in fondo con le consuete sequenze al fulmicotone.

Little Miss Lover è un altro omaggio ad Hendrix reso in chiave più metal nel riffing e decorata con le solite bordate supersoniche.

Chiude la stonesiana Jumping Jack Flash, resa in maniera piuttosto fedele, tranne che nelle parti soliste in cui il Nostro va ben oltre la reinterpretazione.

Malmsteen in una foto d’epoca

Che dire, in definitiva, di Blue Lightning? Anche sotto le mentite spoglie del blues rocker d’annata, Malmsteen è sempre Malmsteen, in carne e ossa (e chitarra ed ego) con buona pace dei criticoni, che in fondo non hanno mai perdonato al superchitarrista l’algida spacconeria con cui presenta ogni nuova prova.

Ma tant’è: più apprezzato che amato e più stimato che realmente apprezzato, Malmsteen continua ad essere un personaggio divisivo anche oggi che legioni di nuovi chitarristi ne seguono le orme. Da vero e proprio rivoluzionario dello strumento, lo svedese non pensa affatto ad appendere la chitarra al chiodo ma continua a produrre a getto continuo. Anche se solo per divertirsi, come in Blue Lightning.

Malmsteen dal vivo

E non c’è nulla di male in questo, soprattutto se, con lui, si divertono anche gli ascoltatori. E i fraseggi bachiani? E le armonie barocche? Un’altra volta…

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale di Yngwie Malmsteen

Da ascoltare:

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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