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Remind Me Tomorrow: la maturità elettronica di Sharon Van Etten

Suoni sintetizzati e citazioni new wave nel nuovo album della cantautrice americana, che accantona il folk per un approccio più sofisticato e dark

Ci ha messo cinque anni (tanti ne sono passati dall’acclamato Are We There).

Nel frattempo, Sharon Van Etten ha iniziato la sua relazione col batterista Zeke Hutchins, ha avuto un figlio e ha continuato la sua carriera di attrice nella serie The Oa di Netflix.

Un primo piano di Sharon Van Etten

Soprattutto, per quel che più ci interessa, la cantautrice del New Jersey ha fatto il punto sulla sua direzione artistica. Ed ecco perché, anche grazie all’apporto determinante del produttore John Congleton, Remind Me Tomorrow, uscito da poco per la Jagjaguwar, è così particolare: diverso senz’altro dalle precedenti produzioni della Nostra, molto meno chitarroso e quindi meno folk, decisamente più synth oriented, ma con un orientamento più dark che pop.

Per il resto è sempre lei: bella e non a modo suo, ma come potrebbe esserlo Joan Baez se fosse nata meno di quarant’anni fa, cioè in tempo per scaldare le platee della switch generation e dei millennials, anziché quelle dei contestatori sessantottini.

La copertina di Remind Me Tomorrow

Già: le tematiche di questo album, appena evolute dalla trasformazione fisica e interiore provocata dalla maternità, ruotano attorno all’esistenzialismo intimista. E sì, ci sono le canzoni d’amore e le riflessioni retrospettive. Sì, c’è pure la garbata introspezione nella dimensione femminile, anche se letta finalmente in una chiave adulta.

Ma cambia il sound, che pesca a piene mani in certi anni ’80 oscuri e poco goderecci: quelli di David Byrne, Siouxie, Nick Cave e Joy Division. Capirete che in tutto questo le solarità della chitarra cantautorale azzecchino poco.

Meglio un pianoforte evocativo, ad esempio quello che introduce con alcuni accordi secchi l’open track I Told You Everything, in cui la Van Etten ricorda un po’ Patti Smith e racconta, anzi canta sé stessa su un tempo ipnotico e con un gioco sapiente di voci sovrapposte in crescendo.

Ma il nuovo suono, anzi la new wave, della cantautrice emerge appieno nella sinuosa No One’s Easy To Love, che si snoda tra il sospiro e il canto su un tappeto elettronico che disegna armonie sognanti.

Qualche cenno di chitarra slide fa capolino in Memorial Day, che è tuttavia il pezzo più lontano dalla precedente produzione della Van Etten: le atmosfere, decisamente rarefatte, strizzano l’occhio al trip hop e l’arrangiamento è minimale e chiaroscurato, mentre la voce della newjerseyana si lancia in falsetti delicati e suggestivi.

La dinamica Comeback Kid si spinge con garbo su versanti pop, ma l’afflato resta new wave e il cantato omaggia non poco la menzionata Siouxie.

E, sempre a proposito di anni ’80, che dire dell’ipnotica Jupiter 4 che omaggia, sin dal titolo, lo storico sintetizzatore analogico della Roland, i cui suoni hanno marcato a fuoco l’adolescenza di molti?

L’omaggio a Patti Simth convive felicemente con la citazione di Pj Harvey nella movimentata Seventeen, una passeggiata nelle strade di New York assieme al proprio io adolescente in musica, evocativa e una volta tanto solare.

Malinconica e sognante, Malibù è una ballad piena di suggestioni elettroniche e dall’arrangiamento arioso che sottolinea con garbo un crescendo appena accennato.

Un harmonium distorto introduce il ritmo zoppicante e i suoni gracchianti di You Shadow, che se non fosse per gli effetti elettronici e le citazioni noise sarebbe solo un bel pezzo pop.

Le distorsioni elettroniche e le citazioni noise si fanno sentire anche nella tenebrosa Hands, in cui la Van Hetten cita, forse inconsapevolmente, la Bjork degli anni ’90 non ancora convertitasi alla world music.

Un altro tappeto di pianoforte e tastiere segna in profondità la conclusiva Stay, che riprende le atmosfere intimiste di I Told You Everything e chiude l’album in maniera circolare, quasi a significare che con Remind Me Tomorrow si è chiuso un ciclo.

Sharon Van Etten dal vivo

Non più gli amori difficili di quel limbo che è la giovinezza, pieno di problematici prolungamenti dell’adolescenza tipici del postmoderno. Ma la consapevolezza dell’età adulta, senz’altro malinconica ma decisamente più serena.

Sharon è tornata ed è cambiata. Ma è sempre lei, solo che ha deciso di tralasciare i ragazzini che l’hanno seguita e che nel frattempo sono cresciuti e di parlare, finalmente, a quel mondo adulto in cui lei stessa è entrata a pieno titolo.

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale di Sharon Van Etten

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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