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Dysphoria, potenza e melodia nel ritorno degli Starbreaker

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Il superguppo di Tony Harnell e Magnus Karlsson sforna il terzo album a distanza di undici anni dal predecessore. Suoni più morbidi e moderni per un bell’hard rock anni ’80

Disphorya, ha spiegato il mitico Tony Harnell, noto ai più come cantante dall’estensione prodigiosa (quattro ottave) e frontman americano dei norvegesi Tnt, è il contrario di euforia. Indica uno stato di malessere e di tristezza.

Una parola inquietante per una poetica triste. E non a caso Dysphorya è il titolo del recentissimo album che segna il ritorno del supergruppo Starbreaker, una delle punte di diamante della Frontiers, tornato a incidere a undici anni di distanza dal predecessore Love’s Dying Wish con una formazione rimaneggiata.

La copertina di Dysphoria

Oltre ad Harnell, che sembra aver congelato del tutto i Tnt, e al confondatore Magnus Karlsson, uno dei maggiori chitarristi-produttori-songwriter della scena svedese, militano in questa piccola multinazionale del rock il bassista americano Jonni Lightfoot e il batterista svedese Andres Kollerfors.

Quattro assi per un risultato particolare e non di facilissimo ascolto, sebbene le coordinate sonore di Disphorya siano quelle di un metal melodico particolare, che non eccede in durezza ma neppure punta all’aor.

Tony Harnell

E ciò spiega la tiepidezza con cui l’album (che, diciamolo subito, è in realtà ottimo) è stato accolto da non poca critica.

Certo è che gli Starbreaker non hanno rotto del tutto col power metal degli esordi e questa attitudine tosta si nota soprattutto nell’open track (e singolo apripista) Pure Evil, un brano duro e tirato, suonato con gran classe da una formazione in spolvero: ottima l’interpretazione di Harnell, che si muove sul registro alto della sua estensione e becca acuti notevoli senza finire nello screaming; notevole la performance di Karlsson, che si alterna tra riff potenti, aperture melodiche e assoli micidiali a tutta velocità; in forma la sezione ritmica, che macina con disinvoltura un tempo serratissimo.

Cupa ma dal refrain arioso e con qualche riferimento alla musica celtica nell’arrangiamento, Wild Butterflies è una canzone più melodica e rallentata e si segnala per il coro in crescendo che strizza l’occhio ad alcune produzioni americane.

Più cadenzata, Last December ruota tutta sul contrasto tra il refrain melodico e il riffing pesante.

How Many More Goodbyes è una power ballad dalla struttura articolata, piena di cambi di tempo e di crescendo.

Decisamente più rilassata, Beautiful One è il classico lento in stile anni ’80, che si segnala per l’eccellente interpretazione di Harnell che lancia acuti da brivido.

Con la title track la band ritorna al power, eseguito e interpretato con la consueta maestria. Da applausi, in particolare, la performance di Karlsson, che non si fa mancare nulla: dai riff duri e articolati agli assoli iperfunambolici e melodici allo stesso tempo.

My Heart Belongs To You è un omaggio al rock melodico ottantiano, reso però con sonorità contemporanee, meno griffate e più piene.

Sugli stessi binari si muove anche la successiva Fire Away, che tuttavia prende le distanze dall’aor grazie a un riff piuttosto heavy.

Bright Star Blind Me è un’altra power ballad dalla struttura particolare, con un bel refrain cantato su un controtempo dal grande respiro dinamico e un crescendo forte e carico di pathos.

Con il pezzo di chiusura, una cover del classicone priestiano Starbreaker, la band si dà all’heavy classico con ottimi risultati: il pezzo è decisamente più tirato dell’originale, Karlsson sviluppa un muro sonoro fortissimo da non far sentire la mancanza della doppia chitarra e Harnell regge benissimo il paragone con Halford.

A mo’ di appendice, una versione acustica di Beautiful One, che non aggiunge nulla all’originale ma, al massimo, valorizza un po’ più la timbrica calda del cantante.

Magnus Karlsson

Disphorya è un buon album che segna il ritorno di un validissimo progetto musicale, che si spera possa diventare una band vera e propria per valorizzare al massimo il potenziale dei brani, concepiti per essere suonati dal vivo.

Intanto, ascoltiamo le canzoni così come sono: gli Starbreaker valgono la pena.

Da ascoltare:

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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