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The Nature Of The Beast, Impellitteri torna alla grande

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Potenza sonora, velocità e virtuosismi a gogò nell’ultimo album della band del guitar hero italo americano

Di The Nature Of The Beast, il recentissimo undicesimo album degli Impellitteri, si può dire una cosa: è uno dei prodotti più estremi usciti nel 2018 per la napoletana Frontiers, che di solito si mantiene su lidi più melodici.

Pesante, durissimo e pieno di cavalcate speed metal al limite del thrash, l’ultimo lavoro della band del virtuosissimo guitar hero italo americano, è comunque un prodotto di gran classe, pensato e composto con maestria, interpretato alla grande e prodotto come si deve.

Gli impellitteri

Soprattutto, è un’opera corale, molto di più di quel che ci si aspetterebbe da un bruciacorde come Chris Impellitteri, che si conferma anche un ottimo songwriter, grazie alla presenza del bravissimo cantante Bob Rock, una delle migliori voci metal a livello mondiale, e di una sezione ritmica fulminante, costituita dal bassista James Pulli e dal batterista John Dette (già nei Testament e negli Slayer, giusto per far capire che picchiatore sia).

Lo stile è quello consueto: un solidissimo classic metal pieno di riff micidiali, assoli al fulmicotone e dalle ritmiche tiratissime ma non privo di incisive aperture melodiche e caratterizzato da un forte ossequio per la forma-canzone, a riprova che si può essere virtuosi nel rispetto degli ascoltatori.

La copertina di The Nature Of The Beast

A patto che questi ultimi non abbiano le orecchie delicate.

Un riff priestiano apre la durissima Hipocrsy, un bel saggio di metal veloce, grazie anche alla sapiente doppia cassa di Dette, e melodico allo stesso tempo. Notevolissime le incursioni del leader, che scansa gli abusati paragoni con Yngwie Malmsteen perché usa fraseggi più metal e meno neoclassici.

Velocità, ritmi martellanti, ma melodie più sostenute (grazie a un bel bridge in crescendo) in Masquerade, in cui emergono echi dei Quiet Riot vecchia maniera e dei Dokken.

Tiratissimo anche il singolo apripista Run For Your Life, che si basa su un riffing quasi thrash che contrasta con le belle linee vocali di Rob Rock che vola decisamente alto e si lancia in gorgheggi in falsetto.

Divertentissima la cover di Phantom Of The Opera, il classicone di Andrew Lloyd Webber, reso in una potentissima versione speed e impreziosito (oltre che dai micidiali assoli del leader) da un’interpretazione a dir poco grandiosa di Rock.

Gates Of Hell è un esempio di power metal da manuale, in perfetto equilibrio tra potenza e melodia, pieno di stop and go e cambi di tempo, che rinvia in parte agli Helloween di The Dark Ride e in parte ai primi Gamma Ray.

Maestosa ed epica, Wonder World si regge su un riff, stavolta sì, malmsteeniano, ma vira subito verso il power, con un altro bell’omaggio agli Helloween.

Più cadenzata e americaneggiante, Man Of War si segnala per i bei numeri chitarristici e per il refrain arioso.

Sulla cover di Symptom Of Universe, resa in versione speed e infarcita di assoli e fraseggi al fulmicotone, c’è poco da ridire: Impellitteri dà il meglio di sé, senza snaturare il classico dei Sabbath ma traendone fuori il massimo del potenziale.

Do You Think I’m Mad rispolvera la lezione dei Dokken nel songwritng ma anche qualche cosa dei Van Halen nel riffing, ma il contesto sonoro resta europeo grazie all’attitudine più dark del chitarrista.

Ancora grandiosità power e speed nella tosta Fire It Up, che stempera la durezza del refrain in un coro epico e arioso.

In Kill The Beast il ritmo rallenta e diventa più teso e il power speed tipico degli Impellitteri cede il passo a un epic metal vecchia maniera, avvincente ed evocativo.

Chiude la veloce Shine On, piena di cambi di tempi e marcata a fuoco da un bel riff,

Un primo piano di Chris Impellitteri

Ottimo e potente, secondo i canoni del genere, The Nature Of The Beast è un esempio riuscito di metal classico e contemporaneo allo stesso tempo, grazie anche all’ottima produzione di Mike Plotnikoff (già con Aerosmith e Van Halen) che ha modernizzato il sound quel che basta senza tuttavia privarlo di quell’appeal brillante e un po’ ottantiano che caratterizza da sempre le produzioni di Impellitteri.

Da ascoltare, sia per i nostalgici del grande metal del decennio di latta, sia per i neofiti del genere, perché quest’album non è un’operazione nostalgia né una riproposizione di schemi già sentiti: è la reinterpretazione di un classico e, come tutti i classici, è in grado di emozionare grazie ai suoi canoni.

Le sperimentazioni cerchiamole altrove. Con Impellitteri, accontentiamoci delle emozioni.

Per saperne di più:

Il sito web ufficiale degli Impellitteri

Da ascoltare (e da vedere):

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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