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Dal jazz rock alla musica colta e ritorno

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L’avellinese Antonio Siniscalchi rilegge i grandi del ‘900 attraverso il midi e un pc. Dal sound anni ’70 a Ligeti e Debussy

Si può improvvisare e sperimentare anche con quel pizzico di humour che impedisce di prendersi troppo sul serio e consente di guardare avanti, specie in una scena musicale come quella italiana, mai troppo tenera verso gli sperimentatori. È il caso dell’avellinese Antonio Siniscalchi, che esordisce subito con una battuta: «Sono del ’58 e ho 58 anni: i numeri, almeno, si ritrovano».

Si ritrovano e basta, perché quando parla di musica e non solo, Siniscalchi i numeri non li dà. Semmai, li esibisce, sempre senza prendersi sul serio. Si definisce «pseudomusicista» [virgolettato suo, corsivo nostro, Nda], a riprova del fatto che la modestia è il suo forte, a prescindere dal fatto che si è sempre impegnato in discorsi musicali non facili e che la sua sperimentazione segue un percorso decisamente colto.

«Sono un musicista per passione», dice. E poi parla con orgoglio del suo lavoro: «Insegno inglese ai detenuti ed è un’esperienza umana importante».

La passione non esclude i risultati: a partire dal 2009 ha partecipato tre volte alla Rassegna Omaggio a Demetrio Stratos, dedicata alla memoria dell’indimenticato leader degli Area, la prima come membro del gruppo jazz sperimentale Dedalogica e le altre due da solista, piazzandosi al secondo e al primo posto. Ora non gareggia più, visto che è diventato giudice del festival («Mica merito mio, ma bontà di chi ha voluto coinvolgermi ancora di più»).

Com’è iniziata la tua esperienza, che dev’essere piuttosto lunga, visto che esibisci con orgoglio l’anagrafe e i capelli grigi?

Iniziai negli anni ’80 come batterista. E al riguardo avrei da raccontare un aneddoto.

Prego.

Comprammo, io e alcuni amici, una batteria Hollywood. Spendemmo 25mila lire a testa. Poi la usai io, visto che ancora non avevo uno strumento.

Che musica facevate?

Jazz rock.

Negli anni ’80?

Sì, ma avevamo la testa negli anni ’70.

E non facevate proprio male, visto che reputo quel decennio il più importante a livello culturale del secondo dopoguerra.

Posso essere d’accordo, purché non si insista con i richiami nostalgici: non credo proprio che dopo non siano venuti artisti altrettanto bravi e importanti. La nostalgia è bella finché non è canaglia, o no?

Che tipo di background hai?

Sono un completo autodidatta. Ad esempio, non so leggere la musica e, più che musicista, mi definisco suonista. Però un pregio posso attribuirmelo: sono un ascoltatore attento e, a furia di manipolare suoni, ho ottenuto una certa abilità.

Sei passato dalle bacchette al pc e ai campionatori.

E alla tastiera midi. Questo è avvenuto dopo una pausa di alcuni anni, in cui mi sono limitato ad ascoltare per ampliare i miei orizzonti. E ciò non poteva non avere un’influenza sul mio modo di concepire la musica.

Che ascolti hai fatto?

Essenzialmente la grande musica colta della tradizione europea e non solo. Ho ascoltato molto e a lungo Debussy, Stravinsky e Bartok, Messiaen e Shoenberg e, sotto il loro influsso, ho iniziato a manipolare i suoni. Ed eccomi qui.

Poi ci sono stati i Dedalogica.

Con cui, tengo a precisare, non ho suonato la batteria ma ho usato i miei attuali strumenti, cioè il pc e i sintetizzatori. Però manca ancora una cosa per completare il mio curriculum.

Quale?

A dire il vero, iniziai a suonare da piccolissimo, suonando uno scacciapensieri al buio.

Anche questa è una sperimentazione. A proposito: com’è che sei finito in Solchi Sperimentali Italia?

Loris Furlan della Lizard Records, per la quale ho inciso nel 2009 assieme ai Dedalogica, mi ha parlato di quest’iniziativa e ho contattato Antonello Cresti. Ho contribuito a Solchi Sperimentali Italia con un breve inedito, con un’autointervista e con un frammento di esibizione dal vivo.

Come giudichi quest’iniziativa?

Direi importante, perché da un lato offre una vetrina a tanti musicisti, dall’altro contribuisce ad operare una selezione. Al riguardo, apro una parentesi: la tecnologia ha consentito a molti di autoprodursi (lo faccio anche io) con costi assai ridotti. Ma non è detto che alla maggiore produzione, oggi resa possibile dal web, corrisponda una qualità dei prodotti. Al contrario, basta dare un’occhiata al web per capire che molto di ciò che sembra oro non è neppure ottone. E aggiungo: ormai sembra che ci siano più produttori che ascoltatori.

Per fortuna, però, tu continui ad ascoltare.

Sì, ma con meno entusiasmo. Ti dirò che non cerco la novità ad ogni costo né la rarità. Il tempo, soprattutto alla mia età, è prezioso e occorre impiegarlo per ascoltare solo cose di qualità conclamata.

Com’è la scena campana?

Avellino offre poco, sebbene non sia proprio una realtà asfittica. Per avere un’offerta forte e stimoli più interessanti occorre frequentare Napoli o Salerno.

(a cura di Saverio Paletta)

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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