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Dal neofolk alla sperimentazione

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Che sia grafica o sonora, non importa. Per Gabriele Fagnani, architetto di Milazzo, sempre architettura è (appunto). Ma, ci riferiamo alla musica, è un’architettura particolare, non propriamente facile. Capita, quando ci si dedica all’industrial con puntate decise verso il noise. E quando si parte da provocazioni disturbanti come Corazzata Valdemone, un progetto caratterizzato da un’estetica totalitaria più fraintesa che compresa. Ma provocare fa parte della mission dei musicisti sperimentali, specie di chi si dedica a progetti estremi. E Fagnani non si tira indietro neppure con Solco Chiuso, concepito come side project della Corazzata.

Niente più allusioni totalitarie, ma un suono duro e violento e un recupero delle radici industrial che nella Corazzata si erano contaminate con elementi disparati, tra cui il neofolk.

Il percorso di Fagnani è comune a quello di molti musicisti sperimentali: inizio con strumenti normali, nel suo caso le tastiere e i campionatori, esperienze in band, anche se particolari come i reggini Kannonau di cui è stato voce solista e frontman. Poi il vortice della sperimentazione, con tutto quel che ne segue, compresa la costruzione di strumenti musicali artigianali. Uno così non poteva non finire in Solchi Sperimentali Italia, l’iniziativa multimediale dedicata dal critico Antonello Cresti alla scena underground.

Com’è avvenuta la tua partecipazione a Solchi Sperimentali Italia?

Conosco Antonello dai tempi del suo libro dedicato all’underground italiano. Lui mi ha contattato chiedendomi di partecipare al progetto [un doppio dvd che uscirà a breve, Nda]. Io gli ho inviato un brano inedito, una brevissima autointervista e uno spezzone di un mio concerto a Catona. Questa iniziativa ha il merito di offrire una vetrina unica a una scena altrimenti troppo frammentata ed è la prima volta che tutto l’underground ha la possibilità di emergere attraverso un progetto che mira a unire.

La solita storia degli ego da superare?

Non solo. Io direi che la frammentazione è purtroppo una caratteristica di tutto l’undergrond. Chi vi milita proviene da percorsi individuali e tende a riproporre questa caratteristica anche nel rapporto con i colleghi e col pubblico.

Ma prima, cioè prima dell’avvento della rete, non era così.

Già: i limiti di allora, che consistevano essenzialmente in una carenza tecnologica, possono essere considerati anche pregi: c’erano le riviste, ufficiali e fanzines, di riferimento, i centri sociali autogestiti che, nonostante i limiti della loro politicizzazione, offrivano un circuito alternativo. Oggi il web tende a disperdere.

Tu hai iniziato col neofolk.

Ed è un’influenza che è rimasta. Suonavo nei Kannonau, che per me resta un’esperienza fondamentale, perché già allora sperimentavamo, unendo al neofolk influssi della cultura mediterranea.

E poi?

Dopo lo scioglimento del gruppo, avvenuto nel 2007 per problemi interni, mi sono dedicato ai mei progetti. Ho iniziato subito con Corazzata Valdemone a cui ho aggiunto, nel 2014, Solco Chiuso, che è la sigla con cui quest’anno pubblicherò il mio prossimo album.

Visto che la Corazzata esiste ancora, qual è la differenza tra i due progetti? Ed è possibile farli coesistere senza crearti conflitti d’indentità?

La Corazzata è un progetto che si è evoluto negli anni su un elemento di continuità: le tematiche marziali concepite in chiave spesso grottesca. Sono partito dal noise estremo, su cui ho pian piano innestato il neofolk, e infine sono tornato alla forma canzone. Invece il Solco è industrial, elettronica e sound design. Dirò di più: nel prossimo album tratterò tematiche futuriste (la macchina, l’elettricità, il moto e l’ardimento).

A proposito di suoni, cosa sono gli strani aggeggi che usi spesso sul palco?

Strumenti artigianali che ho costruito per ottenere effetti sonori particolari da aggiungere alla musica. In fin dei conti, la sperimentazione è anche questo: cercare il proprio suono attraverso i materiali più disparati. Ed ecco che ho costruito questi strumenti a molla e in metallo. Se uno non si spinge oltre le convenzioni, non può dirsi sperimentatore.

(a cura di Saverio Paletta)

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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