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Dal death metal al post rock e ritorno.

Le sperimentazioni sonore di Daniele Brusaschetto, esponente di punta dell’underground torinese

Il nome non è facilissimo: per pronunciarlo bene ci vuole qualche tentativo. Neppure la musica di Daniele Brusaschetto, chitarrista e cantante 43enne di Torino, è facile: un misto di noise, industrial, suoni d’avanguardia con strizzate d’occhio al metal e virate verso il post rock. Il tutto suonato tenendo la barra sulla forma canzone, anche se, avverte lui, «non sono canzoni nel senso usuale perché non ci sono cori o parti canticchiabili».

Mica male per una carriera iniziata a metà dei ’90 suonando metal estremo (death e trash), per capirci e poi virata sul rock neopsichedelico alla Jane’s Addiction.

Il Brusaschetto mainstream finì lì. Poi tutto il resto è stato un continuo sperimentare per sedici album, tutti nel segno della non commerciabilità.

Chitarra lancinante e voce sofferente, tutto sopra le righe. Se non è uno sperimentatore lui…

Il suo ultimo album, Radio Stridentia, insiste sul solco del post rock, con trovate interessanti (che tra l’altro ben si conciliano col prevalente uso della lingua italiana del Nostro). Ma le sorprese non mancano: «Tornerò a fare metal», annuncia. E nemmeno metal difficilissimo. Giusto per rilassarsi dopo tante arditezze sonore. Nel frattempo, Brusaschetto è riuscito anche a partecipare a Solchi Sperimentali Italia, la complessa iniziativa multimediale messa in piedi dal critico Antonello Cresti per creare un raccordo nella scena underground italiana. E se non è underground  lui, per cui dividere il palco con i Marlene Kuntz è stata una delle cose più pop…

In cosa consiste la tua partecipazione a Solchi Sperimentali Italia e cosa l’ha propiziata?

Un comune amico mi ha messo in contatto con Cresti, che si è occupato di me nel suo penultimo libro [anch’esso intitolato Solchi Sperimentali Italia, Nda]. La mia partecipazione consiste in uno dei miei pezzi più recenti e in un’autointervista di pochissimi minuti in cui parlo di me. Credo che sia una cosa importante: al di là di quello che sarà il prodotto finito, Solchi Sperimentali Italia è un’idea che ha il merito di aver messo in contatto molti artisti underground. Spero che la scena non mainstream ne esca rafforzata.

Dal metal al metal. Come mai questo annunciato ritorno alle origini?

Il mio approccio alla musica è sempre stato semplice, più di quanto non si possa credere ascoltandomi: io ho suonato e composto solo quello che ho voluto suonare e comporre. In questa fase della mia vita artistica sentivo il bisogno di semplificare un po’ la mia attitudine musicale, ecco tutto. Anche perché ho suonato pochissimo dal vivo e voglio tornare a calcare un po’ il palcoscenico.

Semplificare, però, non vuol dire fare cose facili.

No, assolutamente: il mio bagaglio di sperimentazioni, accumulato negli anni, resta. E si farà sentire. La formazione sarà un trio, nella tradizione più basic del rock.

Hai suonato anche all’estero. Com’è andata?

Sono stato negli Usa e in giro per l’Europa a inizio millennio, poi gli impegni quotidiani hanno reso sempre meno facile l’attività dal vivo.

A proposito di scena musicale, com’è la situazione in Piemonte?

Negli ultimi anni sono stato un po’ orso e non ho frequentato molto i locali. Ma, a dire il vero, ho notato una certa effervescenza: la voglia di riunirsi e suonare c’è. Tanto vale rimettersi in discussione.

Dunque, sei partito dal trash/death metal, suonato rigorosamente in gruppo, e poi ti sei dedicato a una lunghissima produzione solista. Qual è stato il punto di partenza?

Fino all’età di 14 anni non ero particolarmente attirato dalla musica. Poi, galeotta fu la collezione di album e cassette di mio fratello. Quando ci misi sopra le mani scoppiò il colpo di fulmine. Partii col metal e, poco dopo, iniziai a studiare la chitarra per approdare ad altri lidi. Dopo l’esordio metallaro ho deciso di mettermi in proprio per suonare, come ho già detto, solo quello che volevo io, sulla scia dell’emozione del momento.

Le influenze musicali principali quali sono?

Quasi mi vergogno a dire che al momento non ascolto nessun artista in particolare. Forse perché sono entrato in una sorta di saturazione. Tuttavia, ho ascoltato di tutto, dagli Einsturzende Neubaten a Chopin. In fin dei conti, i percorsi musicali, sia a livello creativo sia a livello di fruizione, sono individuali.

(a cura di Saverio Paletta)

Per saperne di più

http://www.danielebrusaschetto.net/

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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