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Goodbye & Amen: una guerra di spie nel cuore di Roma

Anche la Cia ha le sue logiche mafiose e assassine. Le racconta il papà de La Piovra in una pellicola controcorrente che sfata il mito di James Bond

Cosa resta di Damiano Damiani se gli si tolgono la mafia e gli assolati panorami del Sud che lui, friulano, riuscì a interpretare alla grande? Tanto.

Vuoi perché la critica sociale fa sempre capolino, anche nei contesti più inverosimili – ad esempio in Amityville Possession (1982), sua unica incursione nell’horror, in cui spunta la tematica dell’incesto – vuoi perché l’impegno politico, di Damiani e non solo, non si esaurisce nell’antimafia, come tanti giornalisti e intellettuali impegnati e dal successo facile dovrebbero ricordare, soprattutto a sé stessi.

La prova provata è Goodbye & Amen (1978), una solidissima spy story, giudicata dagli esperti, in particolare dallo staff di Nocturno Cinema, la migliore pellicola del papà de La Piovra. Forse non è proprio così, non fosse altro perché l’italian touch del celebre cineasta si è espresso al meglio in storie e intrighi tutti tricolori, tuttavia Goodbye & Amen dimostra la capacità di Damiani di padroneggiare al meglio registri narrativi di livello internazionale.

La mafia non c’è. In compenso Damiani tratta la Cia come una specie di cosca e dipinge come mafiose le dinamiche dei servizi di sicurezza (nella scena finale, il poliziotto italiano dice all’agente della Cia: «I panni sporchi si lavano in famiglia»).

John Dannahay detto Dan (il bravissimo ed espressivo Tony Musante, che esibisce un’espressione triste in controtendenza con la retorica bondiana) è responsabile della sicurezza dell’ambasciata Usa a Roma. Ma è anche un funzionario della Cia, impegnato in un piano delicatissimo: destabilizzare un Paese africano per favorirvi un golpe.

Nel suo staff primeggiano Parenti (il bravissimo Renzo Palmer, presenza fissa nella factory di Damiani) e Vincent (il caratterista Luciano Catenacci, altro fedelissimo del grande regista) e si fa notare, nel ruolo secondario del pedinatore, Alessandro Haber, tra l’altro non accreditato nel film.

Non tutti i piani, per quanto ben congegnati, sono perfetti. E Dan lo sa bene, perché è reduce da un fallimento in Libano, che gli ha alienato le simpatie dei suoi superiori. Infatti, anche questa volta, si presenta l’intoppo: un agente del controspionaggio del Paese africano è a Roma. Una breve indagine, condotta con intercettazioni e pedinamenti, rivela l’arcano: c’è un traditore tra gli uomini della Cia.

È Harry Lambert (il bravo Wolfango Soldati, figlio del ben più celebre Mario) diplomatico di carriera dalla doppia vita, anch’esso agente segreto. Lambert ha una vita privata a dir poco burrascosa: ha appena lasciato la moglie Renata (l’italoamericana Angela Goodwin) per la giovane Maria Sole (Gioia Scola, in questo film al suo esordio cinematografico dopo un passato nei fotoromanzi) e ha problemi economici che lo spingono al doppio gioco.

Il contesto, già complicato, subisce una svolta brusca e s’ingarbuglia ancor di più quando un cecchino inizia a mietere vittime con un fucile di precisione dal terrazzo del lussuosissimo Hotel Hilton.

È Douglas J. Greyson (il britannico John Steiner, molto attivo nel cinema italiano) un reduce di guerra con disturbi mentali, che cerca vendetta a danno dei ricchi turisti, in stragrande maggioranza americani, che affollano il mega albergo romano. La prima vittima è Agostino (interpretato dal bravissimo Francesco Carnelutti, attore e doppiatore di lunghissimo corso). Subito dopo tocca a un turista giapponese. La misura è colma e la polizia, in assetto antiterrorismo, assedia l’hotel.

A questo punto, Goodbye & Amen cambia registro ed entra nel vivo: da spy story dal ritmo poliziesco, si trasforma nel racconto di un sequestro, con annessa sindrome di Stoccolma.Infatti, Greyson prende in ostaggio una coppia di amanti che alloggiano in una suite: Jack, un celebre attore (interpretato da Gianrico Tondinelli) e Aliki De Mauro (la notevole Claudia Cardinale), una nobildonna fedifraga. Inutili i tentativi di stanare l’abile cecchino. Mentre all’interno della suite i due amanti e il loro sequestratore vivono in costante tensione, Dan crede che l’attentatore dell’Hilton sia il traditore Lambert.

Quando l’inchiesta dei servizi fa chiarezza anche su questo punto, la situazione si complica ulteriormente: Greyson chiede un ostaggio eccellente, l’ambasciatore americano Carson (interpretato alla grande da John Forsythe, il futuro Blake Carrington di Dinasty, nella sua unica apparizione nel cinema italiano).

Con l’ambasciatore in ostaggio al posto della De Mauro, nel frattempo liberata da Dan, il sequestratore invia un ultimatum alla Polizia, coordinata dal commissario Moreno (il caratterista Fabrizio Jovine): l’invio di un altro ostaggio e di un elicottero per la fuga.

A questo punto, Dan escogita un piano terribile per liberare l’ambasciatore e sbarazzarsi sia del traditore Lambert sia del folle Greyson.

Ci si ferma qui: chi cerca il finale del film, può consultare altri siti. Noi preferiamo non guastare la visione di un film che merita.

Gran ritmo, molta suspense, scandita dai colpi di scena tipici di Damiani, Goodbye & Amen si avvale della notevole sceneggiatura di Nicola Badalucco, già inviato de l’Avanti! e sceneggiatore preferito di Luchino Visconti, per cui scrisse La caduta degli Dei (1969) e Morte a Venezia (1971).

La fonte d’ispirazione di Badalucco e Damiani non è un capolavoro della letteratura, bensì il bel romanzo Sulla pelle di lui di Francis Clifford, pubblicato da Mondadori nella celebre collana Segretissimo. Un romanzo di genere per un film d’autore, accostato da una parte della critica al classico I Tre giorni del Condor (1975) di Sidney Pollack.

Ma il regista friulano non perde il suo piglio moralizzatore e Goodbye & Amen offre più di uno spunto a partire dallo sguardo ironico sulle vite private dei protagonisti (il solitario e cinico Dan, il problematico Lambert e il curioso ménage della De Mauro, perdonata con leggerezza dal marito non appena liberata). Ma il piatto forte del film resta il messaggio politico, per quanto ridimensionato.

Il 1978 è il periodo più critico dell’amministrazione Carter: grazie all’Ostpolitik tedesca e agli strappi ambigui da Mosca dei partiti comunisti occidentali, l’influenza degli Usa sembra arretrare e perciò la Cia prende il sopravvento nell’influenza della politica estera, gestita al limite della rottura con le istituzioni ufficiali. A questo rapporto problematico, Goodbye & Amen fa dei riferimenti precisissimi: la diffidenza dell’ambasciatore Carson nei confronti di Dan e il malcelato disprezzo di quest’ultimo nei confronti del Dipartimento di Stato. Il clima in cui matura l’operazione della Cia e la gestione della crisi sembra svilupparsi in un clima da resa dei conti tra spezzoni impazziti delle stesse istituzioni. Tutti spiano tutti: Lambert soffia i segreti della sua squadra alla spia africana, Dan spia Lambert e registra le telefonate dei superiori. In questo contesto paranoico, dentro e fuori l’albergo, non può mancare l’allusione alla condizione semicoloniale dell’Italia: il commissario Moreno intuisce il gioco sporco del proprio collega americano ma preferisce tacere perché i Servizi Usa sono quasi extraterritoriali, fanno e disfano alla grande mentre i poliziotti italiani cadono come le mosche per tutelare i ricchi ospiti stranieri dell’hotel, messi a repentaglio dalla vendetta di un folle.

Ma i riferimenti polemici, appena accennati, si fermano qui. Goodbye & Amen, infatti, esce nell’ultima fase tragica degli anni di piombo, che proprio nel ’78 raggiungono l’apice col sequestro Moro, che genera stanchezza nei confronti dei grandi temi politici. E di questo passaggio verso il riflusso vi sono più tracce: i pantaloni meno scampanati e a vita alta e le spalline delle giacche che iniziano ad essere più voluminose. Il ritmo del racconto, comunque mai lento in Damiani, si fa serrato e incalzante e la colonna sonora dei fratelli De Angelis abbandona le tematiche funky in favore dell’elettronica, allora agli albori. La Roma di Damiani è triste, ma i suoi colori sono sgargianti, merito della fotografia brillante di Luigi Kuweiller.

Sembra quasi che il regista friulano si prepari a cambiare rotta ed è difficile capire da questo film che, da lì a pochi anni, avrebbe ripreso alla grande le sue tematiche mafiose ne La Piovra. Forse non sarà la migliore pellicola del compianto cineasta, tuttavia Goodbye & Amen resta una prova di gran livello e di respiro internazionale.

L’esempio di come l’impegno civile possa conciliarsi con l’intrattenimento, perché riflettere non vuol dire annoiarsi. Anzi.

 

 

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Saverio Paletta, classe 1971, ariete, vive e lavora a Cosenza. Laureato in giurisprudenza, è giornalista professionista. Ha esordito negli anni ’90 sulle riviste culturali Futuro Presente, Diorama Letterario e Letteratura-Tradizione. Già editorialista e corrispondente per il Quotidiano della Calabria, per Linea Quotidiano e L’Officina, ha scritto negli anni oltre un migliaio di articoli, in cui si è occupato di tutto, tranne che di sport. Autore di inchieste, è stato redattore de La Provincia Cosentina, Il Domani della Calabria, Mezzoeuro, Calabria Ora e Il Garantista. Ha scritto, nel 2010, il libro Sotto Racket-Tutti gli incubi del testimone, assieme al testimone di giustizia Alfio Cariati. Ha partecipato come ospite a numerose trasmissioni televisive. Ama il rock, il cinema exploitation e i libri, per cui coltiva una passione maniacale. Pigro e caffeinomane, non disdegna il vino d’annata e le birre weisse. Politicamente scorretto, si definisce un liberale, laico e con tendenze riformiste. Tuttora ha serie difficoltà a conciliare Benedetto Croce e Carl Schmitt, tra i suoi autori preferiti, con i film di Joe d’Amato e l’heavy metal dei Judas Priest. [ View all posts ]

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